Non erano armi né postazioni militari. Era un vivaio. Un luogo di lavoro e di attesa, dove si custodiscono semi e si prepara il futuro. Eppure, anche questo è diventato un bersaglio. Prima l’incendio, poi il ritorno degli aggressori, infine la violenza contro un lavoratore anziano, inseguito e colpito.
Quanto accaduto in Cisgiordania non può essere archiviato come un episodio marginale. Colpire un vivaio significa colpire ciò che cresce lentamente, ciò che richiede cura e tempo. È una violenza che non mira solo a intimidire, ma a interrompere una continuità, a spezzare un legame con la terra e con la memoria.
I vivai palestinesi non sono soltanto attività economiche. Spesso custodiscono semi autoctoni, saperi agricoli antichi, un rapporto non ideologico ma concreto con il territorio. Distruggerli equivale a negare la possibilità di un futuro ordinario: lavorare, coltivare, vivere senza paura.
A rendere tutto più grave è il senso di impunità che accompagna questi atti. Quando aggressioni documentate non trovano risposte adeguate, il problema non è più solo la violenza in sé, ma il messaggio che essa trasmette: che alcuni possono colpire senza conseguenze. È qui che la sicurezza si trasforma nel suo opposto, perché senza giustizia non esiste protezione duratura.
Un uomo anziano che cade sotto i colpi non è una minaccia. Un vivaio non è un obiettivo strategico. Continuare a chiamare tutto questo “sicurezza” rischia di svuotare la parola di ogni significato.
La Bibbia, tanto cara a quella terra, ricorda che si giudica l’albero dai frutti. Dove si bruciano i semi, difficilmente potrà crescere la pace. E dove la forza prende il posto del diritto, anche la convivenza diventa fragile.
La vera sicurezza non nasce dal dominio, ma dalla custodia: delle persone, della terra, della dignità di ciascuno. Senza questa custodia, ogni vittoria apparente lascia dietro di sé solo cenere.
