Jesse L. Jackson se n’è andato a 84 anni, chiudendo un capitolo della politica americana in cui la predicazione, la piazza e l’urna elettorale si parlavano senza chiedere permesso. Pastore battista, leader dei diritti civili, tribuno capace di trasformare la grammatica biblica in lessico politico, Jackson è morto il 17 febbraio 2026.
Per molti resterà l’uomo di uno slogan — Keep Hope Alive — ma ridurlo a una frase sarebbe come spiegare un coro gospel con una sola nota. Jackson fu un continuatore della stagione di Martin Luther King Jr. e, insieme, un protagonista di un’altra stagione: quella in cui il movimento non viveva più soltanto nella disobbedienza civile, ma cercava un posto stabile nel potere democratico, senza smettere di contestarlo.
La sua eredità politica ha una data e un luogo che valgono più di molte biografie: San Francisco, Convenzione democratica del 1984. Jackson usciva da una primaria presidenziale perduta — terzo, dietro Walter Mondale e Gary Hart — e avrebbe potuto limitarsi al rito della resa: un discorso educato, due ringraziamenti, una stretta di mano, l’oblio. Invece fece ciò che sanno fare i predicatori quando la comunità è ferita: non le diede un analgesico, le diede un’immagine. L’America, disse, non è una coperta uniforme ma una “trapunta” fatta di pezze diverse, cucite da un filo comune. È una delle metafore che hanno cambiato la retorica democratica moderna, perché trasformava la diversità da problema da gestire a identità da rivendicare.
Quella visione — la “Rainbow Coalition” — non era un manifesto di buoni sentimenti, ma un progetto di maggioranza: multirazziale, multiclasse, capace di includere poveri, lavoratori, minoranze e “scartati” senza chiedere loro di mimetizzarsi. La forza del discorso stava nel tono evangelico e insieme nell’aggressività sociale: Jackson legava diritti civili, dignità economica e critica frontale alle politiche del reaganismo, contestando la teologia laica del trickle-down e riportando il partito sulla terra dei salari, dei tagli al welfare, della fame che non fa notizia.
Non vinse la nomination — né nel 1984 né, più tardi, nel 1988 — ma vinse un’altra cosa: spostò il baricentro. Quelle campagne registrarono e mobilitarono milioni di elettori afroamericani e costruirono una cultura politica che avrebbe reso meno impensabile ciò che venne dopo. Reuters lo dice senza giri: Jackson “spianò la strada” a generazioni di candidati neri, fino a Barack Obama.
La sua vita pubblica fu anche organizzazione. Fondò Operation PUSH e la Rainbow Coalition, poi confluite nella Rainbow/PUSH Coalition, un laboratorio permanente di pressione civile e negoziazione politica: diritti, lavoro, accesso, rappresentanza. E fu, nel bene e nel male, un leader che non cercava solo di “testimoniare” ma di “pesare”: stare ai tavoli, forzare porte, pretendere contropartite, trasformare la morale in potere contrattuale.
Come tutti i protagonisti di lungo corso, Jackson si portò dietro ombre e controversie; ma anche un tratto raro: la convinzione — quasi ostinata — che la politica sia prima di tutto un’educazione delle coscienze. Per questo parlava come un pastore anche quando faceva il politico. E per questo, quando arrivò il tempo del declino fisico, la sua figura restò simbolica: la malattia (diagnosticata pubblicamente nel 2017) lo consumò, ma non cancellò l’immagine del tribuno che chiamava gli esclusi per nome e li metteva al centro del racconto americano.
Alla fine, il suo capolavoro non fu una vittoria elettorale. Fu aver insegnato a un partito fratturato che l’unità non è uniformità, ma cucitura; non è silenzio delle differenze, ma riconoscimento di un filo comune. In un’America che oggi si percepisce spesso come arcipelago di tribù, Jesse Jackson resta l’uomo che provò a chiamarle “popolo” — non per magia, ma per scelta politica.
