Quando Donald Trump vinse il suo primo mandato promise solennemente che gli Stati Uniti avrebbero smesso di fare i gendarmi del mondo e di interferire negli affari interni degli altri Paesi. Per il secondo mandato prometteva la fine delle guerre nel mondo e far tornare di nuovo grande l’America (MAGA). Era una promessa semplice, seducente, “anti-imperiale”. Col senno di poi, somiglia molto a una promessa di Pinocchio: pronunciata per piacere, non per essere mantenuta.

La verità è più scomoda e strutturale. La politica estera americana non dipende da chi siede alla Casa Bianca, ma dall’esigenza degli Stati Uniti di restare un impero in un mondo che impero non accetta più. E quando un impero perde centralità economica e demografica, resta una sola leva: la forza. Le armi, le sanzioni, la minaccia permanente. Di fronte all’avanzata dei BRICS – che non sono un’ideologia ma un dato demografico, produttivo, commerciale – Washington non ha più il monopolio del futuro. Ha solo il monopolio della coercizione.

Il caso venezuelano è emblematico. Quaranta morti lasciati a terra a Caracas, un presidente e sua moglie rapiti, la sovranità di uno Stato trattata come un fastidio operativo. E poi, a distanza di giorni, la voce alta sull’Iran, la minaccia di “venire in aiuto dei manifestanti”, gli impianti nucleari colpiti, l’interferenza rivendicata come virtù. Con quale coraggio si può parlare di non ingerenza dopo Caracas? Con quale faccia si può invocare il diritto internazionale mentre lo si calpesta a colpi di blitz e bombardamenti?

La retorica è sempre la stessa: democrazia, diritti, sicurezza. Ma il copione è logoro. Se questa è la non ingerenza, allora il diritto internazionale è diventato un’opinione. Se questa è la democrazia, allora somiglia sempre più a un ritorno arcaico: “questa terra mi serve, questa risorsa mi occorre, dunque la prendo”. Non siamo lontani dalle invasioni barbariche, solo più tecnologiche, più giustificate, più mediatiche.

L’Iran oggi è il nuovo teatro di questa contraddizione. Proteste reali, disagio economico profondo, un’inflazione che morde, un potere che reprime. Ma anche un presidente iraniano che, paradossalmente, riconosce responsabilità interne e invita al dialogo. In questo scenario complesso, l’ingresso americano non porta soluzione: porta escalation. Perché quando un impero interviene, non lo fa per guarire una crisi, ma per controllarne gli esiti.

Il punto di fondo è un altro, e riguarda gli stessi Stati Uniti. Un Paese attraversato da disuguaglianze sociali, tensioni razziali, fragilità infrastrutturali, una “fiamma del gas” accesa sotto la propria pentola interna. In queste condizioni, l’estero diventa una fuga in avanti. La proiezione militare sostituisce la riforma sociale. Il nemico esterno copre il vuoto interno.

Trump non è un’eccezione: è la caricatura fedele di una potenza che non sa più rinunciare al ruolo imperiale ma non riesce più a sostenerlo con l’economia, la cultura, l’esempio. Restano le armi. Ma un ordine mondiale fondato solo sulla forza non è stabilità: è solo attesa della prossima frattura. E questa, ormai, non viene più dai “barbari” alle porte, ma dal centro stesso dell’impero.