C’è una domanda, limpida e scomoda, che attraversa l’episodio di The Ezra Klein Show dedicato al Venezuela: che cosa sta facendo l’America a Caracas?. La notte del 3 gennaio l’amministrazione Trump ha rivendicato un’operazione culminata con la cattura di Nicolás Maduro. Eppure, proprio mentre la Casa Bianca moltiplica le giustificazioni – dittatura, droga, sicurezza – la domanda ritorna, più insistente: perché lì, perché adesso, e con quale mandato?
Il punto non è assolvere Maduro. Nel dialogo con Jonathan Blitzer, lo stesso Ezra Klein descrive il chavismo come un’esperienza che ha lasciato ferite profonde: repressione, impoverimento, una crisi sociale capace di spingere milioni di venezuelani a fuggire. Ma proprio questa premessa rende ancora più bruciante la contraddizione: il mondo è pieno di regimi brutali e l’Occidente – Stati Uniti compresi – non applica mai in modo uniforme lo “standard morale” dell’intervento. Si scelgono alcuni bersagli e se ne tollerano altri. E quando la selettività diventa regola, la pretesa di agire “per il bene” rischia di suonare come un velo, più che come una ragione.
La retorica della droga e la realtà delle scelte
Un passaggio centrale della conversazione riguarda la motivazione “antinarcos”. Qui l’inquietudine cresce: se l’emergenza americana è legata soprattutto al fentanyl, perché la scenografia dell’azione si sposta su obiettivi che hanno un altro profilo – più “visibile”, più narrabile, più spendibile nel linguaggio della potenza? Nel ragionamento proposto nell’episodio, emerge l’idea che l’operazione, oltre la sostanza, abbia cercato una forma: immagini, video, prove di forza. Non è più soltanto geopolitica: è comunicazione politica per immagini, con la violenza che rischia di diventare messaggio.
E qui il terreno, per chi guarda con sensibilità cristiana e civile, si fa scivoloso: quando la forza si trasforma in linguaggio quotidiano, la persona concreta – la vita dei poveri, dei migranti, delle famiglie – finisce compressa tra slogan e interessi. La sofferenza reale del popolo venezuelano non può essere usata come scenografia di una strategia che non spiega il dopo.
Petrolio, lobby, fazioni: il mosaico che porta alla “scommessa”
L’episodio mette a fuoco anche un altro dato: la decisione non appare come il frutto di un’unica ragione solida, ma come l’incastro di più pressioni. Da un lato la linea dura legata alla politica della Florida e alla tradizione anti-chavista; dall’altro l’ossessione sull’immigrazione, che – nel racconto – finisce per saldarsi a una visione securitaria capace di ampliare poteri e “stato d’eccezione”; sullo sfondo, il tema energetico, il mito del petrolio venezuelano come leva di potere. Ma proprio qui l’analisi diventa più fredda: rilanciare quell’industria non è un automatismo, richiede stabilità, investimenti, fiducia. E la storia recente insegna che abbattere un capo non equivale a costruire un Paese.
Il risultato, nella lettura di Klein e Blitzer, assomiglia a una “scommessa profonda”: un’azione enorme, dagli esiti imprevedibili, avviata mentre Trump aveva promesso esattamente l’opposto – meno avventure estere, meno ruolo da “gendarmi del mondo”.
Il dopo: due rischi e una domanda di coscienza
E poi c’è il dopo. Qui, anche per una sensibilità “da Mediafighter”, la domanda diventa morale prima che politica: chi paga?. Se al posto di Maduro resta o si rafforza un potere ancora più chiuso e vendicativo, la repressione può peggiorare e l’opposizione venire sterilizzata. Se invece si apre un vuoto, il rischio è la frammentazione: apparati armati, gruppi irregolari, criminalità organizzata, vendette. In entrambi i casi, chi soffre per primo sono i civili, i piccoli, chi non ha scampo.
Per questo la domanda iniziale non è cavillosa: è una domanda di responsabilità. Con quale diritto si decide di “gestire” un altro Paese? Con quale legittimità si presenta come soluzione ciò che può generare nuove ferite? Anche quando il bersaglio è un regime ingiusto, la scorciatoia della forza porta con sé una tentazione antica: credere che l’ordine nasca dal dominio.
Eppure la pace – lo ricorda la tradizione cristiana e la migliore sapienza politica – non è una scenografia: è un lavoro paziente di istituzioni, di diritto, di fiducia, di ricomposizione. Se la potenza diventa spettacolo, la giustizia diventa pretesto. E allora, per il Venezuela e non solo, resta la domanda che l’episodio consegna al lettore come un esame di coscienza: l’America sta davvero costruendo un futuro, o sta solo mostrando di poterlo imporre?
