Diciassettenne arrestato per preparazione strage nel pescarese. Sta meglio l’insegnante aggredita da uno studente estremizzato

Ci sono due storie in questi giorni che parlano della stessa cosa, anche se nessuno le ha ancora messe insieme nel modo giusto.

La prima: un ragazzo di diciassette anni di Pescara viene arrestato perché progettava una strage nella sua scuola. Voleva fare come a Columbine. Aveva istruzioni per costruire esplosivi, armi chimiche, batteriologiche. Aveva contatti con la “Werwolf Division” su Telegram. Venerava Brenton Tarrant — il massacratore delle moschee di Christchurch — e Anders Breivik — l’assassino di settantasette persone ad Oslo e Utøya — come “santi” da emulare. Tutto in nome della superiorità della razza ariana.

La seconda: una professoressa di Trescore Balneario, Chiara Mocchi, viene accoltellata davanti alla sua aula da un alunno di tredici anni. Un fendente a mezzo millimetro dall’aorta. Un litro e mezzo di sangue perso. Salvata da un altro alunno tredicenne che si è gettato sull’aggressore a calci, rischiando la vita, e da un’eliambulanza con sangue donato da sconosciuti, tra cui — scoprirà dopo — il suo stesso avvocato, donatore Avis da quarantacinque anni.

Due storie diverse per contesto, per movente apparente, per gravità. Ma che vengono dallo stesso posto. Dallo stesso vuoto. Dalla stessa domanda senza risposta: chi insegna a questi ragazzi chi essere?

Il ragazzo di Pescara non è nato neonazista. Nessuno nasce neonazista. È diventato neonazista — attraverso un processo che i magistrati descrivono come “ecosistema virtuale transnazionale”, una rete di canali Telegram e profili TikTok in cui adolescenti di tutta Europa si radunano intorno alla glorificazione degli stragisti, all’esaltazione della “razza”, al culto della violenza come purificazione. Un ecosistema che ha i suoi riti, i suoi martiri, i suoi testi sacri. Una religione rovesciata, in cui la morte è la salvezza e il massacro è la santità.

Tarrant e Breivik come santi. La “madre di Satana” — il perossido di acetone, l’esplosivo delle stragi di Bruxelles e Parigi — come strumento di redenzione. Columbine come modello. C’è una teologia in tutto questo, per quanto perversa: una teologia della violenza redentrice, del sangue purificatore, del sacrificio che lava le colpe di una razza impura. È la teologia del nazismo, riscoperta da adolescenti soli davanti a uno schermo, servita in formato breve da algoritmi che premiano il contenuto più estremo.

E intanto, in una scuola media della Bergamasca, un tredicenne — “confuso, trascinato e indottrinato dai social”, scrive la professoressa Mocchi con una precisione che vale più di molte analisi — estrae un pugnale e colpisce la sua insegnante al collo e al torace. Non per ideologia dichiarata. Per qualcosa che i social hanno fatto al suo modo di stare nel mondo, al suo modo di risolvere i conflitti, al suo modo di pensare che la violenza sia una risposta.

Questi fatti arrivano in un’Italia — in un’Europa — in cui i movimenti di estrema destra avanzano elettoralmente, in cui il linguaggio del conflitto etnico e della superiorità nazionale si è normalizzato nel dibattito pubblico, in cui certi tabù che sembravano definitivamente abbattuti nel 1945 si sono rivelati semplicemente sospesi, in attesa di un’occasione per tornare.

Non è un’equazione semplice — non si può dire che i partiti di destra al governo producano direttamente i neonazisti di Telegram. La catena causale è più lunga, più ramificata, più difficile da tracciare. Ma il clima conta. Le parole che si usano contano. Il modo in cui si parla degli stranieri, dei “nemici”, dei “sostituti” conta. Daniella Weiss che dice che i palestinesi non avranno acqua né cibo finché non se ne vanno, Ben Gvir che stappa lo spumante per la pena di morte, i retorici dell’identità nazionale che dipingono la storia come uno scontro di razze e civiltà — tutto questo non avviene nel vuoto. Cade in un terreno già arato, e in certi casi attecchisce in forme che i loro stessi seminatori non avrebbero voluto vedere.

Il mito nazifascista non è morto nel 1945. È stato sconfitto militarmente, processato a Norimberga, dichiarato illegale nelle Costituzioni. Ma il mito — la fantasia della purezza, della forza, del nemico da eliminare per restituire grandezza a un popolo umiliato — il mito è sopravvissuto sottotraccia, si è trasmesso di generazione in generazione attraverso canali sempre più veloci e sempre meno controllabili, ha trovato nel digitale uno spazio senza frontiere in cui prosperare nell’oscurità e improvvisamente emergere alla luce nelle forme più inaspettate: un diciassettenne con le istruzioni per il Tatp, un tredicenne con un pugnale.

La tradizione cattolica ha una parola precisa per quello che è mancato a questi ragazzi: non l’istruzione, non la tecnologia, non le risorse materiali. La formazione. La differenza tra istruzione e formazione è la differenza tra trasmettere conoscenze e formare una persona — una persona capace di distinguere il bene dal male, di scegliere, di resistere alla fascinazione del potere e della violenza, di riconoscere nell’altro un fratello e non un nemico.

La scuola è, nella visione cristiana, molto più di un luogo dove si impara a leggere e a fare calcoli. È il luogo dove si impara a essere umani — dove si incontra un maestro, non nel senso tecnico ma in quello profondo: qualcuno che con la propria vita mostra che cosa vale la pena diventare. I Vangeli sono pieni di maestri e discepoli, e la differenza tra un buon maestro e un cattivo maestro non è la competenza nella materia — è la direzione in cui portano chi li segue.

I cattivi maestri di questi ragazzi si chiamano Tarrant, Breivik, Columbine. Si chiamano algoritmi che premiano l’odio. Si chiamano canali Telegram in cui l’isolamento di un adolescente viene trasformato in appartenenza a una comunità di “eletti”. Sono maestri che non hanno mai incontrato fisicamente i loro discepoli, che non conoscono i loro nomi, che non si sono mai seduti con loro a guardare cosa stava succedendo nella loro vita. Eppure li hanno formati — nel senso peggiore della parola — con più efficacia di molti insegnanti in carne e ossa.

E poi c’è l’altro tredicenne. Quello che si è gettato sull’aggressore a calci. Quello che ha rischiato la vita per salvare la sua professoressa.

Nessuno lo ha candidato al Nobel. Nessun ministro ha stappato lo spumante per lui. La sua storia non genera algoritmi virali, non alimenta narrazioni identitarie, non serve a nessuna propaganda.

Eppure è lui il personaggio centrale di questo elzeviro. Perché quello che ha fatto — in un secondo, senza calcolo, senza ideologia, senza nemmeno sapere con certezza se sarebbe sopravvissuto — è esattamente ciò che duemila anni di antropologia cristiana chiamano eroismo vero: non la violenza del forte sul debole, ma il dono del sé per l’altro. Non la purezza della razza, ma la solidarietà impura, concreta, corporea, di chi si mette in mezzo.

Don Tonino Bello diceva che la pace si pratica con il corpo. Quel ragazzo tredicenne di Trescore Balneario, senza saperlo e senza averlo letto, lo ha dimostrato.

Il sangue che scorre nelle vene di Chiara Mocchi è quello di un avvocato donatore Avis da quarantacinque anni. È il sangue di sconosciuti che hanno donato senza sapere a chi sarebbe andato. È il sangue di un principio che il nazismo — nella sua logica di purezza e separazione — non può nemmeno concepire: che il sangue di un essere umano vale per salvare un altro essere umano, qualunque essere umano, senza domandare la razza, la fede, la nazione.

Contro i cattivi maestri che insegnano la morte come salvezza, esistono ancora maestri che insegnano la vita come dono. Esistono tredicenni che si buttano in mezzo. Esistono donatori anonimi che non sanno chi stanno salvando.

Questa Settimana Santa, mentre le porte si chiudono e si riaprono e il mondo brucia, vale la pena ricordarlo.