Ora che il quadro è più chiaro, l’orrore non diminuisce. Anzi, si fa più nudo.

Youssef Abanoub è morto per una rivalità in amore. Per una foto sui social. Per una frase che, secondo quanto riferito dagli inquirenti, l’aggressore avrebbe pronunciato senza esitazioni: «Non doveva postare la foto della mia ragazza».

E qui si apre l’abisso.

Perché il problema non è solo la gelosia adolescenziale, che attraversa da sempre la vita dei giovani. Il problema è l’idea che una donna sia una proprietà, qualcosa che si “possiede”, si difende, si rivendica. Anche quando è fidanzata. Anche quando è una persona libera, autonoma, non un territorio da marcare né un oggetto da sorvegliare.

Da questa idea distorta nasce tutto il resto.

Nasce l’ossessione.

Nasce la convinzione che l’offesa vada “riparata”.

Nasce il gesto che trasforma una frustrazione in violenza.

Ma c’è di più, ed è ciò che rende questa storia intollerabile: la sproporzione assoluta, l’abiezione morale del passaggio successivo. Perché tra una foto sui social e una coltellata al costato non c’è continuità: c’è un salto nel vuoto. Portarsi da casa un coltello da cucina, minacciare nei giorni precedenti, entrare in classe e colpire davanti ai compagni non è uno scatto d’ira: è una decisione.

È qui che la tragedia diventa una domanda collettiva.

Si può morire a 18 o 19 anni per una ragazza?

Si può uccidere per una gelosia?

Si può distruggere due vite – quella della vittima e la propria – per una foto?

E soprattutto: si può finire all’ergastolo a 19 anni per una rivalità sentimentale, per un’idea malata di possesso?

La risposta, razionale e morale, è una sola: no.

Eppure è accaduto.

La scuola della Spezia non è solo il luogo del delitto: è il simbolo di un fallimento educativo che non riguarda solo quell’aula. Riguarda una cultura che fatica a insegnare il limite, la gestione del rifiuto, la differenza tra amore e dominio. Riguarda una società che tollera linguaggi violenti, che normalizza la gelosia come prova d’amore, che non smonta abbastanza presto l’idea che l’altro – e soprattutto l’altra – sia “mia”.

Qui non c’è romanticismo tradito.

C’è maschilismo tossico, c’è incapacità di accettare la frustrazione, c’è l’illusione che l’onore ferito vada lavato con la forza. E quando questa mentalità incontra un coltello, il risultato è irreversibile.

Il professore che ha disarmato l’aggressore, i compagni sotto shock, la corsa in ospedale, le ore di agonia: sono immagini che resteranno impresse in una generazione. Ma non basta commuoversi. Non basta dire “è inaccettabile”. Serve il coraggio di chiamare le cose per nome.

Questa non è una tragedia “senza senso”.

È il frutto avvelenato di una educazione sentimentale mancata, di una cultura del possesso che sopravvive sotto traccia, di una violenza che non nasce all’improvviso ma viene coltivata nel linguaggio, nei modelli, nelle giustificazioni.

Youssef è morto per nulla.

Zouhair rischia di perdere la sua vita intera per nulla.

E una scuola, che dovrebbe insegnare futuro, si è ritrovata a fare i conti con la morte.

Per questo sì: è una scuola ferita.

Ma soprattutto è un Paese che deve guardarsi allo specchio, e chiedersi con onestà che idea di amore, di libertà e di responsabilità stiamo consegnando ai nostri ragazzi. Perché quando una gelosia diventa omicidio, il problema non è solo chi colpisce. È l’orizzonte che abbiamo lasciato crescere.