A Gaza sono diverse decine di migliaia i bambini scomparsi in tre anni di guerra. Ma accanto a questa valutazione impressionante di Save the Children c’è una realtà ancora più precisa, ancora più devastante fornita dai servizi sanitari palestinesi: almeno 14.000 bambini sono stati uccisi dall’inizio dell’offensiva, e la cosa più sconvolgente è che per circa la metà di loro non è stata ancora possibile nemmeno l’identificazione.Non hanno più un volto ufficiale, non hanno un nome certo. Sono morti due volte: nella realtà e nei registri.
Altri 17.000 bambini sono stati separati dalle loro famiglie, persi nel caos degli sfollamenti, soli in un territorio dove essere soli equivale spesso a non sopravvivere.
Altri 4.000 sono probabilmente ancora sotto le macerie, sepolti in edifici che nessuno riesce più a scavare. E poi ci sono quelli nelle fosse comuni, quelli detenuti, quelli trasferiti altrove senza che i genitori sappiano nulla del loro destino.
“Scomparsi”, dunque, non è una parola generica. È una somma di scenari che vanno dalla morte invisibile alla sparizione forzata. È una parola che contiene tutto ciò che una guerra può fare quando smette di avere limiti.
E mentre questi bambini spariscono, altri continuano a morire.
Gli esperti delle Nazioni Unite parlano di bambini trovati nelle fosse comuni, di corpi con segni di tortura, perfino di persone sepolte vive.
E allora viene da chiedersi cosa significhi davvero continuare a usare parole come “conflitto”, “operazione”, “risposta militare”. Perché qui siamo oltre. Qui siamo davanti a una frattura morale.
Eppure, anche dentro questo orrore, c’è un dettaglio che dovrebbe far più rumore di tutti: è quasi impossibile raccogliere dati precisi. Non perché manchino le prove, ma perché la distruzione è tale da rendere impossibile persino contare i morti, riconoscere i corpi, ricostruire le famiglie.
È il grado zero dell’umanità: quando non si riesce più nemmeno a dire chi è scomparso.
Le famiglie cercano tra le macerie. Letteralmente. Scavano con le mani. Cercano figli che forse non troveranno mai, o che troveranno irriconoscibili. E intanto vivono sospese in una tortura che non finisce: non sapere se sperare o arrendersi.
Nel frattempo, centinaia di minori palestinesi risultano detenuti, senza che le famiglie possano avere informazioni sul loro stato o sulla loro posizione.
Anche questa è una forma di sparizione. Più silenziosa, ma non meno violenta.
E allora diventa impossibile non vedere ciò che sta emergendo con chiarezza brutale: questa non è solo una guerra che colpisce anche i bambini. È una guerra che li travolge, li inghiotte, li cancella. Una guerra in cui i bambini diventano la misura stessa della distruzione.
La cosa più inquietante, però, resta fuori da Gaza. Sta qui, nella distanza con cui tutto questo viene osservato. Perché mentre si accumulano cifre — 21.000 dispersi, 14.000 morti, migliaia non identificati — il mondo continua a reagire come se si trattasse di un dramma tra tanti.
Ma non è “uno dei tanti”. Quando una guerra produce decine di migliaia di bambini scomparsi, non siamo più dentro una crisi. Siamo dentro un fallimento.
E la domanda, a questo punto, non riguarda più solo Gaza. Riguarda tutti:
quanto deve diventare grande una tragedia prima che smetta di essere tollerabile?
