Il Paese più bombardato del mondo e il giovane missionario venuto da Trento
Tra il 1964 e il 1973 sul piccolo Laos caddero più di due milioni di tonnellate di ordigni. La guerra era formalmente altrove e le operazioni militari dovevano restare segrete. Ma ancora oggi i contadini temono di arare, i bambini possono scambiare una bomba per un giocattolo e intere comunità attendono che la terra venga liberata. In questo Paese ferito visse e morì padre Mario Borzaga, missionario trentino proclamato beato insieme ai martiri del Laos: un uomo senza armi mandato là dove le grandi potenze parlavano soltanto il linguaggio della forza.
La guerra segreta che continua a esplodere
Ci sono Paesi che ricordano la guerra nei monumenti. Il Laos la incontra ancora sotto i piedi.
È una delle nazioni più quiete dell’Asia, stretta tra Cina, Vietnam, Cambogia, Thailandia e Myanmar, attraversata dal Mekong e punteggiata di templi buddhisti. Eppure, dietro la dolcezza dei suoi paesaggi, custodisce un primato terribile: è considerato il Paese più bombardato della storia in rapporto alla popolazione.
Tra il 1964 e il 1973 gli Stati Uniti effettuarono sul territorio laotiano circa 580 mila missioni di bombardamento, scaricando più di due milioni di tonnellate di ordigni: l’equivalente, secondo la formula ormai entrata nella memoria nazionale, di un carico di bombe ogni otto minuti, giorno e notte, per nove anni.
Il Laos, ufficialmente neutrale, era diventato il retrobottega della guerra del Vietnam. Attraverso le sue montagne correvano segmenti del sentiero di Ho Chi Minh, la rete di piste con cui il Vietnam del Nord riforniva le forze comuniste nel Sud. Washington voleva interrompere quei collegamenti e, contemporaneamente, sostenere il governo monarchico laotiano contro il movimento rivoluzionario del Pathet Lao.
Fu una guerra dentro la guerra, condotta lontano dagli occhi dell’opinione pubblica americana e internazionale. Una “guerra segreta” nella quale la neutralità proclamata dagli accordi diplomatici conviveva con bombardamenti sistematici, operazioni clandestine e milizie locali sostenute dalle potenze straniere.
La storia, tuttavia, non si è conclusa con il cessate il fuoco.
Durante quelle operazioni furono disperse sul Laos oltre 270 milioni di submunizioni a grappolo. Una parte enorme non esplose all’impatto e rimase conficcata nei campi, nei boschi, lungo i sentieri e accanto ai villaggi.
Sono le bombe che i laotiani chiamano spesso bombies: piccoli oggetti metallici, talvolta simili a una palla, che possono restare inattivi per decenni e poi esplodere sotto il colpo di una zappa, il passaggio di un trattore o la curiosità di un bambino.
Così la pace laotiana possiede ancora il rumore improvviso della guerra.
Un contadino che vuole coltivare un nuovo appezzamento deve domandarsi che cosa nasconda il terreno. Una famiglia che desidera costruire una casa può dover attendere la bonifica dell’area. Una strada, una scuola, un acquedotto non sono soltanto opere pubbliche: sono scavi dentro una geografia potenzialmente esplosiva.
Gli ordigni inesplosi non uccidono soltanto quando detonano. Impediscono di coltivare, rallentano lo sviluppo, condizionano l’istruzione e mantengono le comunità rurali in una forma di precarietà permanente. Studi economici hanno rilevato che la contaminazione bellica continua a incidere anche sulle opportunità scolastiche nelle aree maggiormente colpite.
La guerra, dunque, non sopravvive soltanto nelle cicatrici del corpo. Sopravvive nella povertà, nella paura e nel futuro che non riesce a cominciare.
La modernità che arriva sui binari cinesi
Il Laos contemporaneo tenta intanto di trasformarsi. La ferrovia che collega Vientiane alla Cina, le dighe sul Mekong, gli investimenti infrastrutturali e l’espansione del turismo mostrano un Paese sempre più inserito nei grandi corridoi economici asiatici.
Nel 2026 la crescita economica è prevista attorno al 4 per cento, sostenuta dai servizi, dall’energia, dalle costruzioni e dalla connettività regionale. Ma il Paese rimane esposto al debito, alla fragilità finanziaria e alle conseguenze di una dipendenza crescente dai capitali esteri.
È il paradosso del Laos: treni ad alta velocità attraversano una terra nella quale, in alcune zone, non è ancora sicuro uscire dai sentieri bonificati.
La modernizzazione corre sopra il suolo; la storia esplosiva rimane sotto.
Anche politicamente il Paese resta chiuso. Il Partito rivoluzionario popolare laotiano domina lo Stato, mentre libertà di stampa, associazione, riunione e dissenso sono severamente limitate. Le minoranze etniche e religiose, soprattutto nelle regioni periferiche, possono subire controlli e discriminazioni.
Il Laos offre quindi due immagini simultanee: quella ufficiale della stabilità e dello sviluppo e quella, più silenziosa, delle comunità rurali, degli sfollati, delle minoranze, dei terreni contaminati e delle libertà compresse.
In questa contraddizione, la memoria della guerra rischia di essere soffocata due volte: prima dal segreto militare, poi dall’oblio economico.
Mario Borzaga, il missionario che non tornò
In questo Paese arrivò, alla fine degli anni Cinquanta, un giovane missionario partito da Trento.
Si chiamava Mario Borzaga. Era nato nel 1932, aveva studiato nel seminario trentino ed era entrato tra i Missionari Oblati di Maria Immacolata. Ordinato sacerdote nel 1957, partì con il primo gruppo italiano destinato alla missione del Laos.
Non vi arrivò come esploratore, né come rappresentante di una potenza occidentale. Arrivò per imparare.
Studiò la lingua, cercò di comprendere le culture locali, percorse villaggi remoti, insegnò il catechismo e condivise la povertà di popolazioni che vivevano già dentro l’instabilità politica e la paura. Aveva poco più di venticinque anni e una concezione della missione lontana da ogni trionfalismo.
Il suo diario rivela un uomo attraversato dal dubbio, dalla fatica e dalla ricerca di una santità concreta. Non l’eroe che non prova paura, ma il cristiano che sceglie di restare nonostante la paura.
Nell’aprile del 1960 partì con il giovane catechista laotiano Paolo Thoj Xyooj per raggiungere un villaggio che aveva chiesto la presenza di un sacerdote. Doveva essere un viaggio di pochi giorni. I due non tornarono. Furono catturati e uccisi in un contesto segnato dall’avanzata della guerriglia del Pathet Lao.
Di padre Mario non rimase una tomba sulla quale deporre fiori.
Rimase la testimonianza.
Nel 2016 fu beatificato a Vientiane insieme a Paolo e agli altri martiri del Laos. La Chiesa lo proclama dunque beato, anche se l’affetto popolare già lo riconosce come un santo missionario: non perché abbia conquistato qualcosa, ma perché si lasciò consegnare a un popolo fino alla fine.
La sua vicenda acquista un significato ancora più forte se collocata accanto alla guerra segreta. Mentre gli aerei scaricavano o preparavano la violenza che avrebbe devastato il Paese, un giovane venuto dall’Europa attraversava le foreste senza protezione, portando medicine, sacramenti, parole e presenza.
Da una parte la potenza capace di colpire senza essere vista. Dall’altra la fragilità di un uomo disposto a farsi vedere, conoscere e perfino rifiutare.
La bomba cade dall’alto e non distingue i volti. Il missionario cammina e deve imparare ogni nome.
Il Vangelo contro la geografia della paura
Mario Borzaga non può essere trasformato nel protagonista romantico di un’avventura esotica. Sarebbe tradirlo. Il centro della sua storia non è il coraggio individuale, ma una precisa concezione cristiana della missione: non dominare, non importare un modello politico, non confondere il Vangelo con la superiorità dell’Occidente.
Mentre le grandi potenze consideravano il Laos una casella nella teoria del domino, egli vedeva persone.
Per Washington quel territorio era una via logistica da spezzare. Per Hanoi era uno spazio strategico da attraversare. Per le forze rivoluzionarie e monarchiche era il campo di una lotta per il potere. Per Borzaga era una comunità alla quale appartenere.
È questo il contrasto più radicale.
Le guerre imperiali osservano i territori dall’alto: mappe, coordinate, obiettivi, corridoi. La missione autentica guarda il mondo dal basso: sentieri, case, malati, bambini, volti.
Oggi gli operatori che bonificano gli ordigni continuano, in un’altra forma, la stessa opera di umanizzazione. Liberare un campo da una bomba significa restituirlo al riso, al gioco, alla casa. Non è una questione tecnica separata dalla pace: è la pace resa materiale.
Organizzazioni specializzate continuano a rimuovere ordigni e a formare le popolazioni locali, ma l’estensione della contaminazione rende il lavoro lentissimo. La riduzione o l’incertezza dei finanziamenti internazionali mette inoltre a rischio programmi di bonifica, assistenza alle vittime e riabilitazione.
Il mondo spende rapidamente per disseminare le armi e molto più lentamente per raccoglierle.
È forse questa la più crudele economia della guerra: distruggere richiede pochi secondi, rendere nuovamente abitabile la terra può richiedere generazioni.
Il Paese sul quale il cielo deve ancora chiedere perdono
Il Laos è una lezione che l’Occidente ha preferito dimenticare. Ci ricorda che una guerra può essere politicamente conclusa e umanamente ancora in corso. Che un ordigno non conosce armistizi. Che il tempo della diplomazia non coincide con quello delle vittime.
Le bombe lanciate durante la guerra del Vietnam continuano a determinare dove si può coltivare, costruire, camminare. Sono una sovranità postuma della violenza sul territorio.
Mario Borzaga oppose a questa sovranità un gesto semplice: esserci.
Non fermò la guerra. Non convertì le potenze. Non tornò in patria per raccontare la propria impresa. Morì giovane, senza vedere i frutti della missione. Eppure la sua vita continua a dire qualcosa che i bombardieri non hanno saputo cancellare: nessun popolo è periferico, nessuna terra è soltanto uno spazio strategico, nessun essere umano può essere ridotto a danno collaterale.
Il Laos chiede oggi sviluppo, libertà e bonifica. Ma chiede soprattutto memoria. Non per perpetuare il risentimento, bensì perché l’oblio prepara sempre nuove guerre.
La pace comincerà veramente quando l’ultimo bambino laotiano potrà correre in un campo senza temere che il passato esploda sotto i suoi piedi.
Sul Laos cadde una quantità di bombe superiore alla capacità del mondo di ricordarle. Padre Mario Borzaga vi arrivò senza armi, con la sola ostinazione del Vangelo. Le bombe sono ancora sotto terra; la sua testimonianza, invece, continua a emergere. Perché la guerra guarda i popoli dall’alto, mentre la santità li raggiunge a piedi.

