Futuro Nazionale sale nei sondaggi mentre arretrano i partiti tradizionali. Non è ancora un’ondata irresistibile, ma il sintomo di una democrazia stanca, che cerca nel generale di turno il risolutore, il “veltro” liberatore. A Viareggio, però, tra braccia tese e gesti volgari, la promessa di grandezza si è ridotta a una povera esibizione da strada

Roberto Vannacci cresce perché molti partiti non riescono più a rappresentare, interpretare e governare il malessere italiano. L’ex generale offre parole semplici, nemici riconoscibili e soluzioni drastiche a una società impaurita, impoverita e invecchiata. È il ritorno dell’antica illusione nazionale: attendere l’uomo risolutore, il comandante, il “veltro” di dantesca memoria che ripulisca il campo e rimetta ordine. Ma quando la politica si riduce al culto del personaggio e la protesta al dito medio, non nasce un futuro nazionale: si manifesta soltanto la povertà culturale del presente.

Vannacci sale, gli altri scendono

I numeri non possono essere liquidati con sufficienza. Secondo la rilevazione YouTrend per Sky TG24 pubblicata il 3 luglio 2026, Futuro Nazionale ha raggiunto il 6,4 per cento, superando la Lega, attestata al 5,4 per cento. Nella stessa rilevazione Fratelli d’Italia è sceso al 26,9 per cento, il Partito democratico al 22, Forza Italia al 7,6 e Alleanza Verdi e Sinistra al 6,6 per cento.

Pochi mesi prima, quando Vannacci aveva abbandonato la Lega per fondare una propria formazione, il suo consenso era stimato intorno al 2 per cento. A giugno aveva già raggiunto e superato il partito di Matteo Salvini. La crescita, dunque, è reale, anche se ogni sondaggio rappresenta una fotografia momentanea e non un risultato elettorale.

Il dato più interessante non è però soltanto la percentuale. È il movimento che essa rivela. Vannacci non sembra conquistare masse di cittadini provenienti dall’astensione o dalla sinistra. Sottrae anzitutto consensi alla destra di governo, raccogliendo elettori che accusano Giorgia Meloni e Matteo Salvini di essersi moderati, istituzionalizzati o semplicemente di non avere mantenuto le promesse. Le rilevazioni di giugno hanno indicato Futuro Nazionale come una delle poche forze stabilmente in crescita, soprattutto a danno dei partiti della maggioranza.

È la dinamica classica delle formazioni populiste: chi ha governato viene accusato di tradimento; chi non ha ancora governato può continuare a presentarsi come puro, incontaminato, radicale e risolutivo.

Il problema non è che Vannacci abbia improvvisamente trovato le risposte che mancavano all’Italia. È che molta politica ha smesso persino di formulare le domande giuste.

Il mito del risolutore

L’Italia coltiva da tempo una ricerca spasmodica del problem solver. Non cerca più un progetto collettivo, ma una persona alla quale consegnare problemi divenuti troppo complessi: immigrazione, sicurezza, denatalità, lavoro, salari, periferie, burocrazia, guerra, rapporti con l’Europa.

Il cittadino, esasperato dalla lentezza delle istituzioni, finisce per domandare non una politica migliore, ma qualcuno che “faccia piazza pulita”. Il dibattito democratico appare debole, inconcludente e faticoso. Il comando, invece, sembra rapido.

È l’attesa del veltro liberatore, per usare un’immagine dantesca: una figura quasi provvidenziale capace di scacciare la lupa della corruzione, della decadenza e dell’impotenza. Con una differenza essenziale. In Dante il veltro appartiene a una visione morale e provvidenziale della storia. Nel populismo contemporaneo, il liberatore viene spesso costruito dalla comunicazione, dagli algoritmi e dalla ripetizione mediatica.

Non ha bisogno di una concezione organica dello Stato. Gli bastano una divisa ricordata, qualche formula tranciante, un antagonista e la promessa di non piegarsi a nessuno.

L’effetto novità fa il resto. Quando i partiti appaiono consumati, il nuovo viene scambiato automaticamente per migliore. Ma il nuovo può essere soltanto il vecchio rancore presentato con un simbolo diverso.

Il balletto di Viareggio

L’episodio avvenuto sabato sera a Viareggio è politicamente rivelatore proprio perché, in sé, è piccolo.

Vannacci e la moglie sono passati davanti a un gruppo musicale che ha intonato Bella ciao. Nel filmato diffuso da Viareggio Antifascista e ripreso dalla stampa, l’ex generale compie un balletto con le braccia tese, mentre la moglie mostra ripetutamente il dito medio rivolto ai musicisti. Gli autori del video hanno interpretato quei movimenti come saluti romani provocatori; le immagini mostrano certamente braccia tese e il gesto osceno della donna, mentre l’intenzionalità precisa di ogni movimento resta oggetto di interpretazione.

Non occorre trasformare ogni gesto scomposto in un processo penale o in un’epifania del fascismo. Basta osservarne la miseria.

Un dirigente che aspira a guidare una forza nazionale dovrebbe avere la capacità di affrontare il dissenso senza trasformarlo in una scenetta. Un ex generale dovrebbe conoscere la differenza tra fermezza e provocazione. Una persona che pretende di restaurare prestigio, disciplina e decoro dovrebbe sapere che il dito medio non è una manifestazione di libertà anticonformista, ma il grado zero del linguaggio.

Il fatto diventa ancora più significativo perché la destra radicale si presenta spesso come custode dell’educazione, dell’ordine, della dignità delle istituzioni e dei valori tradizionali. Ma che cosa resta di questi valori quando, dinanzi a una canzone sgradita, la risposta è una gestualità da rissa?

La volgarità non diventa nobiltà perché viene praticata da chi pronuncia la parola patria. L’oscenità non si trasforma in coraggio perché viene rivolta contro gli antifascisti.

“Bella ciao” e la memoria contesa

Anche Bella ciao è stata nel tempo caricata di significati differenti. Per alcuni è un inno partigiano e democratico. Per altri è divenuta il simbolo di una sinistra retorica, moralista e incapace di fare i conti con le proprie contraddizioni. Può essere cantata con convinzione civile, usata come provocazione o ridotta a rito identitario.

Ma il fastidio verso l’uso politico della canzone non autorizza a banalizzare la Resistenza.

La Repubblica italiana non nacque da una parte politica omogenea. Alla liberazione dal nazifascismo contribuirono comunisti, socialisti, cattolici, azionisti, liberali, monarchici, militari e semplici cittadini. Le loro storie non furono senza ombre, violenze, errori o conflitti. La ricerca storica non deve occultarli.

Tuttavia, il riconoscimento delle ombre non può cancellare la linea fondamentale: da una parte vi erano una dittatura crollata, l’occupazione nazista e la Repubblica sociale alleata di Hitler; dall’altra, pur nella pluralità e nelle contraddizioni, vi era il cammino verso la libertà politica e la democrazia.

La Costituzione repubblicana è antifascista non perché imponga a tutti un’appartenenza ideologica di sinistra, ma perché i suoi principi — pluralismo, libertà, uguaglianza, dignità della persona, ripudio della dittatura — sono strutturalmente incompatibili con il fascismo. La XII disposizione vieta esplicitamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto Partito fascista.

Essere antifascisti, in senso costituzionale, non significa aderire al comunismo, assolverne i crimini o condividere ogni scelta compiuta in nome della Resistenza. Significa riconoscere che la Repubblica democratica è nata dal rifiuto della dittatura fascista e che nessuna nostalgia autoritaria può essere posta sullo stesso piano dell’ordinamento costituzionale.

La rivolta contro il politicamente corretto

Vannacci ha compreso un sentimento diffuso: molti italiani sono stanchi di un linguaggio pubblico percepito come artificiale, prescrittivo, lontano dall’esperienza comune. Temono che ogni parola possa essere giudicata offensiva e che il dibattito su diritti e identità abbia assunto talvolta un tono censorio.

Questo disagio esiste e non deve essere irriso. Ma la risposta non può essere la rivendicazione della volgarità.

Tra il politicamente corretto e il dito medio esiste l’intero spazio della civiltà. Si può contestare il linguaggio ideologico senza insultare. Si può difendere la sicurezza senza disumanizzare gli immigrati. Si può sostenere la famiglia senza trasformare le minoranze in bersagli. Si può criticare l’Unione europea senza agitare scorciatoie sovraniste. Si può denunciare il fallimento delle élite senza presentarsi come un Cesare moderno.

Al congresso fondativo di Futuro Nazionale, Vannacci è stato introdotto da un dirigente come un “Giulio Cesare moderno”, mentre i sostenitori scandivano “Generale”. È una rappresentazione che dovrebbe preoccupare anche gli elettori conservatori: una democrazia adulta non ha bisogno di Cesari, ma di istituzioni autorevoli, classe dirigente competente e cittadini responsabili.

Quando la politica si personalizza fino a identificare una comunità con il suo comandante, il popolo smette di essere soggetto e diventa pubblico.

Un Paese povero di idee

La crescita di Futuro Nazionale racconta anche la povertà progettuale dell’Italia.

Da quanti anni discutiamo di immigrazione senza una politica europea efficace, vie legali di accesso, accordi credibili con i Paesi d’origine e integrazione? Da quanti anni parliamo di denatalità mentre le giovani coppie non hanno casa, lavoro stabile e servizi? Da quanti anni denunciamo l’insicurezza lasciando interi quartieri senza presidi sociali, scuole funzionanti e opportunità?

La paura prospera dove la politica non risolve. Il populismo trasforma poi quella paura in appartenenza.

Vannacci propone un’identità nitida: noi contro loro, italiani contro stranieri, popolo contro élite, normalità contro minoranze, fermezza contro compromesso. È una grammatica politicamente efficace perché elimina le sfumature. Ma governare significa precisamente confrontarsi con le sfumature, i limiti, le compatibilità economiche, le alleanze internazionali e i diritti delle persone.

Dire “chiudiamo tutto”, “cacciamoli”, “usciamo”, “disobbediamo” è più facile che costruire una politica.

Il risolutore prospera quando nessuno ha più la pazienza di spiegare che alcuni problemi non possono essere eliminati con un ordine del giorno o con una prova muscolare.

Un Paese che invecchia

L’Italia è povera di idee anche perché è una società che invecchia. Non si tratta di accusare gli anziani, che rappresentano una ricchezza umana e una memoria indispensabile. Il problema è un Paese che non genera abbastanza figli, non offre spazio ai giovani e tende perciò a difendere il passato più che a immaginare il futuro.

Una società anziana può diventare più impaurita dal cambiamento, più sensibile al richiamo dell’ordine e più incline a percepire ogni trasformazione come una minaccia. Ma la risposta non è costruire una fortezza nostalgica. È tornare a generare: figli, idee, lavoro, cultura, fiducia e partecipazione.

Il dramma italiano non è soltanto demografico. È generativo.

Non nascono bambini, ma non nascono neppure grandi scuole politiche, visioni economiche, progetti educativi o nuovi corpi intermedi. La politica rinuncia alla formazione e affida la selezione della classe dirigente alla notorietà televisiva, alle piattaforme digitali e alla capacità di provocare.

In questo vuoto, un generale può apparire più rassicurante di cento dirigenti di partito.

L’astensione non è neutralità

La crescita di queste formazioni deve essere letta anche alla luce della partecipazione elettorale. Quando una parte crescente dei cittadini non vota, le minoranze motivate acquistano un peso maggiore.

Non è necessario conquistare la maggioranza degli italiani. È sufficiente mobilitare una comunità compatta, ideologizzata e fedele mentre gli altri rimangono a casa.

L’astensione non è quindi un gesto politicamente neutro. È comprensibile che molti cittadini, delusi dalle promesse e dalla qualità dell’offerta politica, non trovino una forza nella quale riconoscersi. Ma lasciare la scheda bianca o non recarsi alle urne non punisce genericamente “la politica”. Avvantaggia chi possiede l’elettorato più disciplinato.

La democrazia si indebolisce non soltanto quando avanzano gli estremismi, ma quando i cittadini moderati, critici e ragionevoli smettono di considerarla una responsabilità personale.

Non basta lamentarsi degli eletti quando si è rinunciato a scegliere.

Anche gli altri partiti hanno responsabilità

Sarebbe troppo facile attribuire la crescita di Vannacci soltanto all’ignoranza degli elettori o alla propaganda digitale. Gli altri partiti portano responsabilità profonde.

La destra di governo ha alimentato per anni parole d’ordine radicali che ora un concorrente più estremo le contesta. Chi promette blocchi navali, sovranità assoluta, ordine immediato e restaurazioni identitarie non può sorprendersi quando una parte del proprio elettorato preferisce chi pronuncia quelle promesse in maniera ancora più dura.

La sinistra, da parte sua, ha spesso parlato un linguaggio comprensibile soprattutto ai ceti istruiti delle grandi città. Ha difeso diritti importanti, ma talvolta ha smarrito il rapporto con il lavoro povero, le periferie, la sicurezza quotidiana e le paure sociali. Ha trasformato l’antifascismo, in alcuni casi, da cultura costituzionale viva in una formula rituale utilizzata per evitare il confronto con i problemi reali.

Il centro ha spesso confuso la moderazione con l’assenza di coraggio. Il Movimento Cinque Stelle ha raccolto la protesta contro il sistema, ma entrando e uscendo da governi differenti ha contribuito a rendere ancora più indistinta la responsabilità politica.

Il generale cresce sulle macerie delle promesse altrui.

Il fascismo non torna sempre in camicia nera

È improprio definire fascista ogni posizione autoritaria, nazionalista o conservatrice. L’abuso delle parole finisce per svuotarle. Non ogni gesto con il braccio teso integra un reato, non ogni critica all’immigrazione è razzismo e non ogni elettore di Vannacci è nostalgico del regime.

Ma sarebbe altrettanto irresponsabile non riconoscere alcuni segnali culturali.

Il fascismo storico non si ripresenterà necessariamente con la stessa uniforme, le stesse organizzazioni e lo stesso lessico. Le derive autoritarie iniziano spesso dalla delegittimazione delle mediazioni, dal disprezzo verso le minoranze, dalla costruzione sistematica del nemico, dal culto della forza e dall’idea che le regole democratiche impediscano al capo di risolvere i problemi.

Il rischio non è che domani venga abolito il Parlamento. È che lentamente si diffonda la convinzione che il Parlamento sia inutile; che il dissenso sia tradimento; che la complessità sia vigliaccheria; che la competenza sia un’astuzia delle élite; che la forza morale coincida con la brutalità verbale.

In quel momento la democrazia può continuare formalmente a esistere, ma la sua cultura è già malata.

Il dito medio e il tricolore

La scena di Viareggio contiene un contrasto quasi simbolico. Da una parte la retorica della patria, dell’onore, della disciplina e della grandezza nazionale. Dall’altra un dito medio rivolto a musicisti e cittadini.

Il tricolore non nobilita automaticamente chi se ne avvolge. La patria è una cosa troppo seria per essere ridotta a marchio elettorale.

Amare l’Italia significa rispettarne le istituzioni, la storia plurale, i caduti per la libertà, le differenze territoriali, le fragilità sociali e persino i cittadini che cantano una canzone che non ci piace. Significa saper controllare se stessi prima di pretendere di comandare gli altri.

La disciplina autentica comincia dal dominio delle proprie reazioni. L’autorità nasce dalla misura, non dalla gestualità aggressiva.

Un generale dovrebbe saperlo.

Non ridere di Vannacci

Sarebbe un errore anche limitarsi a ridicolizzare Vannacci. La satira può svelare il grottesco del potere, ma il disprezzo verso i suoi elettori ne consolida il consenso.

Chi vota Futuro Nazionale non è necessariamente fascista, razzista o volgare. Può essere un lavoratore spaventato dall’immigrazione, un piccolo imprenditore schiacciato dalla burocrazia, un giovane attratto dalla promessa di identità, un cittadino esasperato dall’insicurezza, un ex elettore della destra che considera Meloni troppo prudente.

Queste persone devono essere ascoltate, non blandite. Le loro domande possono essere legittime anche quando le risposte offerte dal populismo sono sbagliate.

La democrazia deve ritrovare la capacità di dare risposte più serie, non soltanto moralmente superiori.

Non si sconfigge l’uomo forte spiegando che i suoi seguaci sono cattivi. Lo si rende politicamente superfluo dimostrando che le istituzioni sanno governare, proteggere, decidere e mantenere le promesse.

Vannacci cresce mentre gli altri partiti scendono perché in una società smarrita la novità viene facilmente scambiata per salvezza, il comando per competenza e la provocazione per coraggio. L’Italia, povera di figli e di idee, torna ad attendere il risolutore, il veltro liberatore, il capo che promette di spezzare i nodi senza doverli pazientemente sciogliere. Ma il futuro di una nazione non nasce dalle braccia tese, dal dito medio o dal culto del generale. Nasce da cittadini che partecipano, da partiti che pensano, da istituzioni che funzionano e da una memoria capace di riconoscere le proprie ombre senza cancellare la libertà conquistata. La Repubblica non ha bisogno di un Cesare. Ha bisogno di italiani adulti.