Nel film di Guido Chiesa, la favola cambia direzione: non è la povera ragazza a salire verso il palazzo, ma l’uomo ricco a scendere nella verità della vita.
C’è una chiave semplice, quasi infantile, ma molto efficace per entrare dentro Piccolo miracolo: leggerlo come una Cenerentola al contrario. Il film di Guido Chiesa, con Marco D’Amore e Greta Scarano, parte infatti da una situazione apparentemente fiabesca: da una parte Davide Lancia, uomo ricco, elegante, abituato al lusso e alla bellezza; dall’altra Ursula, donna non vedente, ultima abitante di una palazzina destinata alla demolizione. Il film, uscito in sala il 25 giugno 2026 e distribuito da 01 Distribution, nasce da una trama che intreccia commedia romantica, racconto sociale e parabola morale.
Ma qui la favola non funziona secondo lo schema classico. Non c’è una Cenerentola da portare al ballo, non c’è una povera ragazza da redimere attraverso il matrimonio con il principe, non c’è una carrozza che trasforma la miseria in splendore. Al contrario: è il principe a essere povero. Povero non di denaro, ma di sguardo. Povero di compassione. Povero di relazione vera. Povero di realtà.
Davide Lancia vive nel mondo di chi può comprare quasi tutto: case, opere d’arte, favori, piaceri, perfino una certa idea di bellezza. È figlio di un costruttore potente e riceve dal padre il compito di liberare una vecchia palazzina per realizzare un nuovo progetto immobiliare. Il suo problema non è economico, ma spirituale: non sa vedere. E qui il rovesciamento diventa decisivo. Ursula, che fisicamente non vede, è colei che possiede lo sguardo più profondo. Davide, che invece vede benissimo, è cieco davanti alla vita degli altri.
In questo senso Piccolo miracolo costruisce una favola morale abbastanza trasparente, ma non per questo inutile. La cecità di Ursula non è soltanto una condizione personale: diventa una lente simbolica. Ursula non guarda Davide come lo guarda il suo mondo. Non lo misura per il denaro, per il potere, per il cognome, per l’apparenza. Lo costringe, invece, a essere smascherato. E questo è il punto più interessante del film: l’incontro con la fragilità non serve a consolare il fragile, ma a convertire il forte.
La Cenerentola tradizionale perde la scarpetta e viene riconosciuta dal principe. In Piccolo miracolo, invece, è il principe a perdere qualcosa: perde la sicurezza, perde la maschera, perde l’arroganza del possesso. Solo perdendo, può essere riconosciuto davvero. La donna che avrebbe dovuto essere rimossa, sfrattata, cancellata dal progetto edilizio, diventa il luogo umano in cui Davide comincia a ritrovare se stesso.
Il film si muove quindi tra favola e denuncia sociale. La speculazione edilizia, la periferia romana, il contrasto tra lusso e marginalità, tra palazzi da costruire e vite da spostare, non sono soltanto lo sfondo della storia: sono il terreno morale su cui si gioca il conflitto. Alcune recensioni hanno colto proprio questa dimensione favolistica e sociale, parlando di una Cenerentola ambientata nella periferia romana; altre hanno giudicato più severamente il film, ritenendo che la finzione prevalga troppo sulla realtà.
Ed è vero: Piccolo miracolo non è un film privo di debolezze. A tratti la scrittura sembra voler guidare troppo lo spettatore verso la commozione. Alcuni passaggi risultano prevedibili. La trasformazione morale del protagonista, per quanto necessaria alla struttura della favola, rischia talvolta di apparire più rapida che realmente conquistata. È il limite di molto cinema “a tesi”: quando il messaggio è forte, la storia può sembrare costruita per dimostrarlo.
Tuttavia, sarebbe ingeneroso fermarsi a questo. Perché il film ha un’intuizione potente: oggi abbiamo ancora bisogno di favole, purché non siano favole di evasione, ma di conversione. La favola non è necessariamente fuga dalla realtà. Può essere, al contrario, una forma narrativa capace di rivelare ciò che il realismo da solo non riesce più a dire. In un tempo abituato al cinismo, Piccolo miracolo osa credere che una persona possa cambiare. E questa, nel cinema contemporaneo, è quasi una provocazione.
Greta Scarano dà a Ursula una presenza intensa, evitando almeno in parte il rischio del personaggio puramente simbolico. La sua fragilità non è decorativa; è una forza mite, ostinata, non ricattabile. Marco D’Amore interpreta Davide come un uomo elegante ma interiormente incompiuto, un adulto rimasto prigioniero del privilegio. Il loro rapporto funziona quando il film non insiste troppo sulla meccanica romantica e lascia emergere la domanda più profonda: che cosa accade quando chi possiede tutto incontra qualcuno che non può essere comprato?
La risposta è nel titolo. Il miracolo è piccolo, non spettacolare. Non ci sono apparizioni, colpi di scena grandiosi, redenzioni epiche. C’è piuttosto una crepa. Una crepa nel cemento dell’interesse economico, nell’educazione sentimentale del privilegio, nella freddezza di chi ha imparato a chiamare “progetto” ciò che per altri è casa, memoria, vita. Il miracolo è che Davide cominci a vedere. E che sia proprio Ursula, la non vedente, a insegnarglielo.
Letto così, Piccolo miracolo è una Cenerentola capovolta e contemporanea. Non racconta l’ascesa sociale di chi sta in basso, ma la discesa umana di chi sta in alto. Non dice che il povero deve essere ammesso nel mondo del ricco; dice che il ricco, per salvarsi, deve lasciarsi evangelizzare dalla povertà, dalla fragilità, dalla verità concreta dell’altro.
Il film non sempre evita il rischio del buon sentimento, ma possiede una grazia narrativa che merita attenzione. Perché, dietro la sua forma gentile, pone una domanda scomoda: chi è davvero cieco? Ursula, che non vede le cose, o Davide, che vede soltanto ciò che può possedere?
In fondo, la favola funziona proprio perché rovescia l’attesa. Cenerentola non aspetta più il principe. È il principe che, finalmente, deve essere salvato.
