Donald Trump lo ha annunciato sulla sua piattaforma social con la cadenza trionfale che riserva alle esecuzioni sommarie: «Su mio ordine, le forze armate statunitensi e nigeriane hanno eseguito alla perfezione una missione meticolosamente pianificata.» L’obiettivo era Abu-Bilal al-Minuki, descritto come «il numero due dello Stato Islamico a livello mondiale»— classificazione che gli esperti di jihadismo hanno immediatamente contestato, precisando che al-Minuki non ricoprisse quella carica, per quanto fosse certamente una figura rilevante nella rete dell’Iswap e nei suoi rapporti con il califfato mediorientale. Ma la precisione non è il punto. Il punto è il format: l’annuncio presidenziale, la missione meticolosa, il terrorista più attivo del mondo neutralizzato, la promessa che non terrorizzerà più nessuno. È un format collaudato, replicato decine di volte in decenni di guerra al terrore, che produce sempre lo stesso effetto: l’illusione che il problema abbia un nome, che il nome abbia un volto, che il volto possa essere eliminato, e che la sua eliminazione risolva qualcosa.

Nel frattempo, la settimana scorsa, un attacco aereo sul mercato di Tumfa, nello Stato nigeriano di Zamfara, ha ucciso almeno centoventì civili — tra loro donne e bambini. Pochi giorni prima, bombardamenti sulla zona del Lago Ciad avevano ucciso oltre settanta pescatori in Ciad. Ad aprile, un raid sul mercato di Jilli, al confine tra gli stati di Borno e Yobe, aveva ucciso oltre cento persone. Mercati, pescatori, donne, bambini. L’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Volker Türk, si è detto «allarmato e rattristato» e ha chiesto l’apertura di un’inchiesta indipendente. Amnesty International Nigeria ha documentato «un’allarmante crescita di vittime civili negli attacchi condotti dall’aviazione nigeriana», aviazione che opera con il supporto logistico, l’intelligence e l’expertise di duecento militari americani dispiegati nel paese. La connessione tra l’annuncio trionfale di venerdì e i mercati distrutti della settimana precedente non è metaforica: è operativa.

Vale la pena capire cosa sta accadendo in Nigeria dal 2009, perché la storia conta e le guerre non nascono dal nulla. Dal 2009 il nord-est del paese — lo Stato di Borno, la zona del Lago Ciad — è teatro di un’insurrezione jihadista che ha provocato, secondo le stime delle Nazioni Unite, la morte di circa cinquantamila civili e lo sfollamento di oltre due milioni di persone. Boko Haram, scissosi poi nello Stato Islamico Provincia dell’Africa Occidentale, ha costruito in quindici anni un’organizzazione militare e finanziaria che controlla porzioni di territorio, recluta tra i poveri e i diseredati, si alimenta di una povertà strutturale che nessun bombardamento ha mai ridotto. È una delle crisi umanitarie più gravi e meno raccontate del continente africano, sepolta sotto la voce generica di instabilità saheliana nei dispacci delle agenzie internazionali.

L’interesse americano per questa crisi è recente e porta il marchio inconfondibile della politica di Trump. Il presidente sostiene che in Nigeria i cristiani siano «perseguitati» e vittime di un «genocidio» — affermazione che il governo nigeriano e numerosi analisti respingono, precisando che la violenza del jihadismo colpisce cristiani e musulmani in modo sostanzialmente indiscriminato, che le vittime dei mercati bombardati appartengono a entrambe le comunità, che la narrazione del genocidio cristiano serve una lettura identitaria della crisi che non corrisponde alla realtà sul campo ma è molto utile per la base elettorale evangelica americana. La guerra al terrore in Nigeria è, anche, una guerra culturale proiettata su un conflitto lontano.

Il meccanismo che produce mercati bombardati accanto a terroristi eliminati non è un’anomalia: è la logica strutturale della guerra aerea contro il terrorismo, documentata in ogni teatro in cui è stata applicata, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria alla Somalia. Gli attacchi mirati — i targeted killings, nell’eufemismo tecnico — si affidano a informazioni di intelligence che sono per definizione incomplete, interpretate in condizioni di incertezza, soggette a errori che costano vite civili. Il problema non è la cattiva esecuzione di una buona strategia: è che la strategia produce inevitabilmente queste conseguenze, e che chi la applica lo sa, e sceglie di applicarla comunque perché i costi ricadono su altri.

«Un’allarmante crescita di vittime civili»: la formula di Amnesty International è misurata, come si addice a un’organizzazione che deve poter essere citata nei tribunali e nelle commissioni parlamentari. Dietro quella formula ci sono centoventi persone che compravano al mercato di Tumfa un venerdì mattina e non sono tornate a casa. Ci sono settanta pescatori del Lago Ciad che non erano jihadisti, non erano miliziani, non erano «terroristi attivi»: erano pescatori. Il drone non distingue. L’intelligence, in certi contesti, nemmeno

La cooperazione militare tra Washington e Abuja si è intensificata rapidamente: armi, condivisione di intelligence, duecento militari per il supporto logistico, expertise nella conduzione di attacchi aerei e nell’uso di droni. È lo stesso pacchetto offerto, nel corso degli anni, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Somalia, al Mali, al Niger — paesi in cui la partnership militare americana non ha eliminato il jihadismo, ma ha spesso moltiplicato le vittime civili, alimentato i risentimenti che il jihadismo sfrutta per reclutare, e lasciato infine i partner locali con un esercito più armato e meno capace di vincere la guerra politica che è l’unica guerra che conta.

Le opposizioni politiche nigeriane lo dicono con chiarezza crescente: non è «l’incapacità nel combattere il terrorismo» il vero problema, ma la mancanza delle «riforme sociali ed economiche necessarie per contrastare la deriva jihadista nel paese». Il jihadismo nel Borno non nasce dall’ideologia pura: nasce dalla povertà endemica, dalla corruzione dello stato, dall’assenza di servizi, dalla percezione che il governo centrale non esista se non come agente di spoliazione. Un’organizzazione come Boko Haram cresce in quell’humus, offre identità e reddito a chi non ne ha, propone un ordine — per quanto brutale — a chi non ha mai visto un’altra forma di ordine. I bombardamenti non toccano queste radici. Le concimano.

C’è una questione di linguaggio che merita attenzione, perché il linguaggio non è ornamento della politica ma sua sostanza. Quando Trump annuncia di aver eliminato «il terrorista più attivo al mondo», usa una formula che produce un effetto preciso nell’immaginario del suo pubblico: il male ha un nome, il male è stato sconfitto, il presidente ha fatto il suo dovere. La stessa settimana, centoventì morti a Tumfa non vengono nominati nel comunicato presidenziale. Non hanno un nome. Non hanno una storia. Sono «effetti collaterali» — termine che nel gergo militare serve esattamente a questo: a togliere alle vittime civili la loro umanità individuale e a trasformarle in una variabile di calcolo accettabile.

Il giornalismo che accetta questa asimmetria — che riporta il numero due dell’Isis eliminato e lascia i pescatori del Lago Ciad nelle note a piè di pagina — non è giornalismo neutro: è giornalismo che sceglie, anche solo per pigrizia o per dipendenza dai comunicati ufficiali, di raccontare il mondo con gli occhi di chi lo bombarda invece che con gli occhi di chi viene bombardato. Non è una questione di simpatie per il jihadismo — che è un fenomeno politico e criminale che merita la qualifica morale che merita. È una questione di chi conta e chi no, di quali morti vengono nominati e quali restano anonimi, di quale grammatica usiamo per descrivere la violenza a seconda di chi la esercita.

La guerra al terrore compirà venticinque anni tra qualche mese. In un quarto di secolo ha eliminato decine di «numero due» e «numero tre» di Al-Qaeda, dello Stato Islamico, di Boko Haram, di Al-Shabaab, dei Lakurawa — l’elenco è lungo e documentato. Il terrorismo jihadista globale, nello stesso periodo, non è stato sconfitto: si è trasformato, ramificato, spostato geograficamente, adattato alle pressioni, trovato nuovi territori dove l’assenza dello stato e la povertà strutturale offrivano il terreno che cercava. Il Sahel oggi è più instabile di quanto fosse nel 2001. La Nigeria nord-orientale ha cinquantamila morti in quindici anni di guerra. L’Afghanistan, dopo vent’anni di presenza americana, ha restituito il potere ai Taliban.

Questo non significa che ogni azione militare sia inutile o sbagliata. Significa che la guerra aerea, i targeted killings, l’eliminazione dei leader non sono una strategia: sono una tattica senza strategia, applicata in modo ciclico nella speranza che il ciclo produca risultati diversi. La definizione classica di follia, attribuita a Einstein con incerta filologia, recita: fare la stessa cosa ripetutamente aspettandosi risultati diversi. I mercati di Tumfa e Jilli bruciano. I pescatori del Lago Ciad non torneranno. Il numero due è stato eliminato. Il numero tre è già al lavoro.


Non si vince una guerra che non si capisce. E non si capisce una guerra di cui si racconta solo il comunicato del vincitore, lasciando i vinti — i civili, i pescatori, i morti dei mercati — nell’anonimato di una variabile collaterale.