C’è un modo antico di raccontare il potere: costruire un palazzo abbastanza grande da contenere tutti i potenti, e lasciare fuori chiunque non lo sia. Il palazzo, a Nairobi, era il Jomo Kenyatta International Convention Center — nome che contiene già una sua ironia, dato che Jomo Kenyatta fu il padre dell’indipendenza keniana, e nel palazzo a lui intestato si discuteva di come l’Europa potesse continuare a fare affari con l’Africa alle proprie condizioni. Fuori, per le strade del centro, una manifestazione comunista sciamava tra i gas lacrimogeni e le unità speciali della polizia. Sessanta arresti, diciannove trattenuti, cinque stranieri espulsi dopo tre giorni di detenzione. La green partnership dentro, la repressione fuori. Il contrasto non aveva bisogno di commento: si commentava da solo.

Il vertice Africa Forward, organizzato da Emmanuel Macron e dal presidente keniano William Ruto, aveva una caratteristica che i comunicati ufficiali presentavano come novità storica: era il primo forum economico Africa-Francia organizzato in un paese anglofono. Il che significa, tradotto: la Francia ha perso l’Africa francofona — il Sahel, il Mali, il Burkina Faso, il Niger, tutti paesi da cui le truppe francesi sono state cacciate nell’arco di pochi anni, tra folla esultante e bandiere russe agitate come sostituto simbolico — e si riposiziona verso est, verso il Kenya, verso un’Africa anglofona che non porta ancora il peso storico della Françafrique, che non ha ancora le piaghe aperte dell’interventismo militare parigino, che potrebbe essere, nella speranza di Macron, un nuovo punto d’appoggio per un impero che ha bisogno urgente di reinventarsi.

Ventitré miliardi di euro di investimenti annunciati. Green partnership. Energie rinnovabili. Crediti di carbonio. Il lessico è cambiato radicalmente rispetto all’epoca coloniale, o anche rispetto alla Françafrique classica — il Franco CFA, le basi militari, i presidenti a vita tenuti in piedi da Parigi. Il lessico è diventato quello della transizione ecologica, della cooperazione sostenibile, del partenariato tra eguali. La grammatica del potere, però, assomiglia a quella di sempre: chi porta i capitali detta le condizioni, chi ha bisogno di capitali le accetta o trova qualcuno disposto a dargliene altri. La forma è cambiata. La struttura resiste.

A poche centinaia di metri, alla Ufungamano House — nome che in swahili significa unità, il che è anch’esso un dettaglio che non sfugge — i delegati della World Anti-imperialist Front Theoretical Conference e del Partito comunista del Kenya davano a questa struttura un nome diverso: colonialismo verde. I contratti per le energie rinnovabili come nuovi strumenti di esproprio delle terre africane. Il debito estero come «arma di dominazione» per mantenere la dipendenza strutturale. I crediti di carbonio come meccanismo attraverso cui il Nord globale esternalizza il costo della propria transizione ecologica sui territori e sulle popolazioni del Sud. Non è un’analisi nuova — la letteratura postcoloniale la formula da decenni, e l’economia politica critica la documenta con crescente precisione empirica — ma il fatto che venga pronunciata mentre Macron e Ruto tagliano i nastri a pochi isolati di distanza le conferisce una concretezza quasi teatrale.

Il manifesto del PASAI — Pan-Africanism Summit Against Imperialism — definisce il vertice franco-keniano «un tentativo predatorio di rimodellare l’imperialismo francese e assicurarsi nuovi mercati africani a scapito della vera sovranità e autodeterminazione africana». Il linguaggio è quello del marxismo-leninismo classico, con tutta la rigidità categoriale che questo comporta. Ma la sostanza della critica — che un paese che ha perso influenza in una regione si riposizioni in un’altra senza cambiare la logica estrattiva sottostante — non richiede un’adesione ideologica per essere valutata. Richiede soltanto di guardare i contratti.

Chi erano i manifestanti arrestati? Vale la pena nominare qualcuno, perché i nomi sottraggono all’anonimato della repressione ciò che la repressione vorrebbe lasciare anonimo. Winnie Obiero, segretaria della Lega delle donne del Comitato centrale del Partito comunista keniano, ha citato «lo spirito di Dedan Kimathi» per spiegare il suo impegno. Dedan Kimathi fu il leader della rivolta Mau Mau contro l’occupazione britannica, impiccato nel 1957, oggi considerato eroe nazionale in Kenya — tanto nazionale da avere una statua nel centro di Nairobi e una via intitolata nel quartiere degli affari. Il governo keniano che arresta chi si richiama al suo spirito, mentre ospita un forum franco-keniano sulla green partnership, produce una contraddizione che la storia ha il gusto amaro di ripetere: i padri della liberazione diventano icone ufficiali mentre i figli della liberazione vengono arrestati.

Tra i fermati c’era anche Joti Brar, presidente del Partito comunista di Gran Bretagna (ML), cittadina britannica espulsa dal Kenya dopo tre giorni di detenzione. C’erano due sudcoreani del Partito della democrazia popolare — organizzazione monitorata a Seoul per le posizioni anti-americane — e un cittadino francese, Guy Bremond. La composizione degli arrestati è essa stessa un documento politico: internazionalisti di varia provenienza, uniti non da un’appartenenza etnica o nazionale ma da una lettura comune delle strutture del potere globale. Quella lettura evidentemente infastidiva abbastanza da giustificare l’intervento delle unità femminili delle forze speciali.

La questione della Françafrique merita un paragrafo autonomo, perché è il contesto senza il quale il vertice di Nairobi non si capisce. Tra il 2022 e il 2024, nell’arco di meno di tre anni, la Francia ha perso il Mali, il Burkina Faso e il Niger — tre paesi in cui aveva basi militari, interessi minerari significativi e governi che si appoggiavano, in misura variabile, al sostegno politico e militare di Parigi. I colpi di stato che hanno travolto questi governi non sono stati soltanto pronunciamenti militari: sono stati accompagnati da manifestazioni popolari anti-francesi di proporzioni che la stampa occidentale ha faticato a rappresentare nella loro reale consistenza. Le bandiere russe nelle piazze di Bamako e Ouagadougou non esprimono necessariamente un amore per Mosca: esprimono un rifiuto di Parigi così profondo da rendere accettabile qualunque alternativa.

Macron ha risposto a questa débâcle con un riorientamento strategico verso l’Africa orientale — Kenya, Etiopia, Rwanda — paesi che non portano il peso della Françafrique diretta, che hanno economie in crescita, che offrono la possibilità di riscrivere la narrativa del rapporto Francia-Africa su basi meno compromesse. È una mossa razionale dal punto di vista della realpolitik. È anche, come segnalano i delegati del PASAI, una continuazione della stessa logica con un lessico aggiornato. Il colonialismo verde non è meno colonialismo perché si chiama verde.

La Dichiarazione dal basso di Nairobi — prodotta al termine dei lavori del contro-vertice — vuole tracciare una rotta alternativa. L’aggettivo dal basso è importante: non è una dichiarazione di capi di stato o di ministri delle finanze, non porta il peso delle istituzioni, non è vincolante per nessuno. È un documento politico nel senso più elementare del termine: esprime una visione del mondo e propone una direzione. Sovranità economica, opposizione alle politiche del Fondo monetario internazionale, critica al debito come strumento di dominazione, richiesta di autodeterminazione reale — non quella che i vertici franco-keniani chiamano partenariato ma che i manifestanti chiamano con un nome più antico.

Si può dissentire da questa visione. Si può ritenere, come molti economisti dello sviluppo ritengono, che i capitali europei — anche quando estrattivi, anche quando condizionati — portino infrastrutture, tecnologie e occupazione che l’Africa non riuscirebbe altrimenti a finanziare. Si può discutere, con argomenti seri, se l’alternativa alla green partnership con la Francia sia davvero migliore, o se sia semplicemente un’altra forma di dipendenza con un’altra bandiera. Sono domande legittime. Ma il fatto che sessanta persone siano state arrestate per aver posto queste domande in piazza, e diciannove trattenute, e cinque espulse, suggerisce che il governo keniano — ospite del vertice, partner della green partnership — non era particolarmente interessato al dibattito. Era interessato al contratto.

Due Nairobi, dunque. Una al Jomo Kenyatta Convention Center, con i presidenti e i miliardi e le dichiarazioni di partenariato. Una alla Ufungamano House e per le strade del centro, con i partiti comunisti e gli internazionalisti e i gas lacrimogeni. La prima produrrà accordi che saranno firmati, annunciati, comunicati, celebrati nei consessi internazionali. La seconda ha prodotto una dichiarazione che nessun governo riconoscerà, una lista di arrestati che pochi giornali nomineranno, e una domanda che continuerà a circolare nelle reti di chi pensa che la sovranità dei popoli non si esaurisca nei comunicati dei vertici.

La storia del rapporto tra l’Europa e l’Africa è la storia di un’asimmetria che ha cambiato forma molte volte senza cambiare sostanza. Ha cominciato con le caravelle, è continuata con le compagnie commerciali, poi con l’amministrazione coloniale diretta, poi con la decolonizzazione formale e la dipendenza sostanziale, poi con la Françafrique e il Franco CFA, ora con la transizione verde e i crediti di carbonio. Ogni volta il lessico si rinnova. Ogni volta, fuori dal palazzo, qualcuno viene arrestato per aver detto che sotto il lessico nuovo c’è la struttura vecchia.

A Nairobi, martedì, erano sessanta.


Il colonialismo non si è mai presentato come tale. Si è sempre presentato come civiltà, come sviluppo, come cooperazione, come partenariato. L’unica costante è che chi lo subisce lo riconosce meglio di chi lo esercita.