Sul neofascismo rispettabile e la normalizzazione dell’odio
C’è un concetto che i politologi americani chiamano finestra di Overton: l’insieme delle posizioni che in un dato momento storico sono considerate accettabili nel dibattito pubblico. La finestra si sposta. Ciò che ieri era impronunciabile diventa oggi controverso, e ciò che oggi è controverso diventa domani opinione legittima. Il processo è lento, quasi impercettibile, come l’erosione di una riva — finché un giorno ci si accorge che il paesaggio è irriconoscibile.
Londra, ieri. Cinquantamila persone sfilano dietro Tommy Robinson — al secolo Stephen Yaxley-Lennon, pregiudicato, già fondatore dell’English Defence League, figura chiave del fascismo inglese da quasi vent’anni — sotto lo slogan Unite the Kingdom. La polizia metropolitana ha concesso loro il percorso tradizionale: Trafalgar Square, Parliament Square, il cuore simbolico della democrazia britannica. Al corteo per la commemorazione della Nakba — la cacciata di settecentomila palestinesi nel 1948, evento storico documentato, non ideologia — è stato assegnato un itinerario secondario, periferico. Trentunomila agenti in tenuta antisommossa, droni, software di riconoscimento facciale in tempo reale. Trentuno arresti. Nessun ferito. Evento senza grossi incidenti, come si dice. La finestra si è spostata ancora.
Bisogna dire con precisione cosa fu Tommy Robinson, prima di dire cosa sta diventando — perché la transizione è il cuore del problema. Robinson non è un agitatore di periferia capitato per caso sulla scena politica britannica: è il prodotto di una tradizione lunga e specifica. Graham Macklin, storico del fascismo britannico, lo colloca in una genealogia che passa per Oswald Mosley e la British Union of Fascists degli anni Trenta, per John Tyndall e il National Front, per Nick Griffin e il British National Party — una sequenza di Führer mancati, come li chiama, accomunati dalla stessa traiettoria: violenza di strada, insuccesso elettorale, declino, e poi un nuovo ciclo che ricomincia con nuovi nomi e nuovi slogan, ma con la stessa struttura profonda di odio organizzato.
Quello che distingue Robinson dai suoi predecessori non è l’ideologia — che è la medesima, rimescolata per i tempi: remigrazioni, ostilità agli immigrati, transfobia, omofobia, antifemminismo, cospirazionismo identitario — ma la forma. Robinson ha capito prima di altri che il fascismo del ventunesimo secolo non può permettersi le divise nere e le svastiche: non perché siano moralmente inaccettabili, ma perché sono controproducenti. Fanno scattare anticorpi storici ancora attivi. Bisogna presentarsi in giacca, con la bandiera nazionale, con lo slogan dell’unità invece di quello della purezza. Bisogna, come ha detto ieri ai suoi, impegnarsi in politica, diventare una forza elettorale, essere un movimento culturale. Il fascismo che non si chiama più così è molto più efficace di quello che si chiama con il proprio nome.
Lo slogan Unite the Kingdom merita una lettura. L’English Defence League, da cui Robinson proviene, agitava la bandiera di San Giorgio — l’Inghilterra, non il Regno Unito, con tutto il portato etnico che quella scelta implicava. Il passaggio all’Union Jack, alla retorica dell’unità nazionale, è un movimento consapevole: trasla il movimento da una tribù etnica a una nazione in pericolo. Non siamo razzisti, stiamo difendendo la patria. Non siamo violenti, siamo patrioti. Non siamo fascisti, siamo conservatori arrabbiati. È la stessa confusione deliberata — tra violenza squadrista e conformismo costituzionale — che il fascismo storico praticò con grande efficacia prima di prendere il potere. I raid contro le strutture che ospitano migranti, ampiamente documentati negli ultimi anni, mostrano che la confusione è solo retorica: sotto, la struttura è quella che è sempre stata.
L’anno scorso, al medesimo corteo, aveva preso la parola Elon Musk — il druido del pluto-razzismo big-tech, come è stato definito con espressione che ha il pregio della precisione. Non un oscuro agitatore, ma l’uomo più ricco del mondo, proprietario di una delle principali piattaforme di comunicazione globale, consigliere di governi. La sua presenza non era un incidente: era un segnale. Il neofascismo rispettabile ha trovato i suoi mecenati, le sue tribune, i suoi intellettuali organici. Ha smesso di essere marginale.
A una settimana dal trionfo di Nigel Farage alle elezioni amministrative britanniche, i cinquantamila di Robinson occupano uno spazio che le analisi ordinarie faticano a cartografare con precisione. Farage ha sempre mantenuto con Robinson una distanza strategicamente ambigua: abbastanza vicino da non perdere quell’elettorato, abbastanza lontano da poter essere rispettabile nelle televisioni. Robinson, dal canto suo, ha dichiarato ieri di non voler indicare un partito specifico — Reform, i Conservatori, Restore Britain, qualunque cosa — ma di voler che i suoi vadano a votare a destra. È la strategia del movimento che si fa moltiplicatore: non costruisce un partito, costruisce un elettorato trasversale, uno stato d’animo, una disponibilità. Poi i partiti raccolgono.
Il problema è che questa strategia funziona. Non funziona sempre, non funziona ovunque, non funziona in modo lineare — ma funziona. La storia europea degli ultimi dieci anni è la storia di posizioni che erano di margine e sono diventate di governo: sui migranti, sulle minoranze, sul chi siamo e il chi non appartiene. La finestra si è spostata non una ma molte volte, e ogni spostamento è sembrato, sul momento, contenibile.
Occorre dire anche dell’altra manifestazione — quella per la Nakba — non per un obbligo di simmetria, ma perché la scelta della polizia di assegnarle un itinerario secondario mentre Robinson sfilava sul percorso tradizionale è essa stessa un fatto politico che merita di essere nominato. La Nakba è storia: la cacciata di settecentomila palestinesi nel 1948 è documentata da storici israeliani, dagli archivi, dalle testimonianze. Commemorarla non è un atto di odio: è un atto di memoria. Eppure, nell’attuale clima politico britannico — dove la destra di Farage ha appena trionfato alle amministrative e dove l’accusa di antisemitismo è diventata uno strumento politico promiscuamente applicato — anche la memoria palestinese è diventata scomoda, da contenere, da reindirizzare verso i vicoli.
Non si tratta di equiparare le due manifestazioni sul piano dei valori — non lo sono. Si tratta di notare che la gestione dell’ordine pubblico non è mai neutrale: riflette, anche involontariamente, le gerarchie politiche del momento. E le gerarchie del momento dicono che cinquantamila remigrazionisti possono sfilare nel cuore di Londra con la piena tutela delle autorità, mentre chi commemora un esodo avvenuto settantotto anni fa viene risistemato su un percorso alternativo. La finestra, ancora.
Hannah Arendt scrisse che il totalitarismo non nasce da un’esplosione improvvisa ma dall’accumulazione paziente di condizioni — dall’abitudine, dalla normalizzazione, dall’erosione progressiva di ciò che sembrava ovvio e non richiedeva difesa perché sembrava indistruttibile. Sembrava. Gli anticorpi storici contro il fascismo europeo si sono formati nel sangue e nel fuoco — non nella lettura dei libri, non nei convegni accademici. Si sono formati perché una generazione visse sulla propria carne cosa succede quando la finestra si sposta abbastanza. Quella generazione non c’è più. Le generazioni successive hanno ereditato i simboli del fascismo — le svastiche, le divise, i saluti — ma non riconoscono il fascismo quando si presenta senza di essi.
Tommy Robinson in giacca e cravatta, con l’Union Jack, che chiede ai suoi di votare e di fare politica, è meno riconoscibile di Oswald Mosley in camicia nera. È anche, per questo, più pericoloso.
Cinquantamila persone è un numero. Non è una folla anonima: è cinquantamila storie, cinquantamila traiettorie individuali di rabbia, disorientamento, risentimento, paura. Il fascismo non si comprende senza capire queste traiettorie — non per giustificarle, ma per non lasciare che il monopolio della loro interpretazione resti a Robinson. C’è in queste storie un fallimento collettivo: dell’economia che ha prodotto precarietà e disuguaglianza; della politica che ha risposto con l’austerità e poi con la retorica; della cultura progressista che ha spesso preferito la condanna morale alla comprensione sociale. Il disprezzo non è una risposta politica. Lo è stata, in passato, e non ha fermato niente.
Resta, alla fine, il fatto nudo: ieri a Londra cinquantamila persone hanno sfilato dietro un neofascista pregiudicato sul percorso più nobile della capitale britannica, e l’anno scorso erano centocinquantamila. La finestra si è spostata. La domanda non è più se si è spostata: è fino a dove arriverà, e chi — se qualcuno — troverà le parole e le forze per spostarla di nuovo.
Il fascismo che non dice il suo nome è più difficile da combattere di quello che lo dice. Più difficile, però, non significa impossibile. Significa soltanto che richiede più lucidità, più coraggio e meno autocompiacimento di quanto le democrazie europee abbiano finora dimostrato.
