Al Regina Coeli Leone XIV dice: «Chi saccheggia il pianeta è un ladro»

C’è qualcosa di testardamente antico in quello che è accaduto ieri mattina nella Basilica di San Pietro. Dieci uomini si sono sdraiati sul pavimento di marmo, a faccia in giù, nell’oscurità delle proprie palpebre chiuse, mentre il coro intonava le Litanie dei Santi. È il gesto più radicale che un essere umano possa compiere davanti a Dio e davanti agli uomini: prostrarsi, offrirsi, sparire. E rialzarsi sacerdoti.

La quarta domenica di Pasqua – che la tradizione chiama del Buon Pastore – è da sempre nella Chiesa il giorno in cui la domanda più imbarazzante si fa preghiera collettiva: chi vorrà ancora farlo, questo mestiere? La domanda è imbarazzante perché presuppone che il mondo abbia smesso di rispondere, o stia smettendo. I numeri, in tanta parte dell’Occidente, sembrano confermare l’ipotesi. Eppure stamattina c’erano dieci uomini sdraiati su quel pavimento, e la risposta era no, non ha smesso.

Bisogna conoscere le loro storie per capire quanto quella prostra­zione costi, e valga. Antonino aveva superato i test di medicina, lo aspettavano due università. Daniele girava il mondo suonando il pianoforte, aveva tutto ciò che si può comprare. Giovanni Emanuele studiava giurisprudenza e sognava la carriera diplomatica. Cristian si era allontanato dalla fede da adolescente, come capita a quasi tutti. Yordan, da bambino, percorreva quattro ore di montagna con lo zio prete per raggiungere villaggi dove la gente aspettava la Messa con un’ansia che qui da noi abbiamo quasi dimenticato. Ciascuno porta con sé un’altra vita abbozzata, un progetto interrotto, una felicità cercata altrove e non trovata, o trovata e giudicata insufficiente.

È questa la cosa che più colpisce, in queste storie: non l’eccezionalità della chiamata, ma l’ordinarietà del percorso. Nessuna visione notturna, nessuna voce dal cielo. Solo una crisi, un incontro, una domanda rimasta aperta abbastanza a lungo da ricevere risposta. Daniele ha incontrato a Cracovia un seminarista senza soldi e senza libertà di movimento che era, inspiegabilmente, felice. Quella felicità lo ha «mandato in crisi» – parole sue. Come se la gioia autentica fosse più destabilizzante del dolore.

Papa Leone XIV, nell’omelia, ha scelto il registro del realismo. Ha parlato di ladri e briganti – le figure con cui il Vangelo di Giovanni popola il paesaggio del Buon Pastore – e li ha riconosciuti nel volto contemporaneo del saccheggio: chi devasta la terra, chi alimenta le guerre, chi trasforma la violenza in sistema. Parole nette, quasi ruvide, insolite per l’omelia di un’ordinazione. Ma poi ha aggiunto, con una formula che vale la pena custodire: la denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga. È il contrario esatto di ciò che il mondo consiglia. Il mondo consiglia di proteggersi, di filtrare, di selezionare chi far entrare. Il Papa ha detto invece ai nuovi preti: voi siete un canale, non un filtro.

L’immagine della porta attraversa tutto il discorso. A Gerusalemme esisteva davvero una porta che si chiamava «delle pecore»: per lì passavano gli agnelli prima del sacrificio, dopo essere stati immersi nell’acqua della piscina di Betzatà. Sotto i suoi portici giacevano i malati, gli zoppi, i ciechi. La porta santa non dava su una piazza decorosa ma su un bordo di sofferenza. È lì che il Papa manda i suoi nuovi sacerdoti: a tenere aperta quella soglia, senza fare la guardia, senza chiedere documenti di appartenenza, senza sbarrare il passaggio a chi porta con sé ricordi dolorosi o domande scomode.

«Non nascondete mai questa porta santa» – ha detto. E ha citato, come rimprovero che brucia ancora dopo duemila anni, le parole di Gesù ai dottori della Legge che avevano nascosto la chiave: voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito.

C’è qualcosa di commovente e di politico insieme, in questa domenica romana. Commovente perché dieci uomini hanno dato via una vita per seguirne un’altra, senza garanzie, in un’epoca che di garanzie è avida. Politico perché il Vangelo del Buon Pastore – con la sua distinzione tra chi custodisce e chi saccheggia, tra chi dona la vita e chi la ruba – è tra i testi più sovversivi che esistano, se letto senza le protezioni dell’abitudine.

Quando Daniele ha incontrato quel seminarista felice a Cracovia, ha pensato che la felicità non esistesse. Poi ha cambiato idea. Forse è questa la notizia vera di oggi: che c’è ancora qualcuno disposto a cambiare idea sulla felicità, a sdraiarvisi sopra sul marmo freddo di una basilica, e ad alzarsi diverso.