Le Falkland tornino all’Argentina per punire l’Inghilterra

Un’e-mail del Pentagono, una guerra non dichiarata in Medio Oriente, una minaccia alle Falkland: la parabola di un’amministrazione che usa i propri alleati come ostaggi e chiama lealtà ciò che è sottomissione.

C’era una volta un’Alleanza. Si chiamava NATO, nasceva dalle macerie del secondo dopoguerra, si reggeva su un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: un attacco contro uno è un attacco contro tutti. Settantasei anni dopo quella firma a Washington, quel principio è sotto assedio. E l’assediante non viene da Mosca né da Pechino. Viene da dentro.

Un’e-mail interna del Pentagono, diffusa dall’agenzia Reuters il 24 aprile 2026, ha messo nero su bianco ciò che fino a ieri era solo un sospetto: l’amministrazione Trump sta valutando di «sospendere» la Spagna dall’Alleanza Atlantica. La colpa di Madrid? Aver rifiutato di sostenere la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, aver negato l’uso delle basi di Rota e Morón per operazioni di attacco, aver vietato il sorvolo del proprio spazio aereo. In una parola: aver esercitato la propria sovranità.

UNA MINACCIA GIURIDICAMENTE VUOTA, POLITICAMENTE DEVASTANTE

Sul piano strettamente legale, la minaccia è carta straccia. Il Trattato del Nord Atlantico non contempla né la sospensione né l’espulsione di un membro. L’articolo 13 prevede solo il recesso volontario, con un anno di preavviso. Lo sanno i giuristi, lo sanno i diplomatici, lo sa — o dovrebbe sapere — Pete Hegseth, il conduttore televisivo che siede al Pentagono. Le fonti ufficiali della NATO a Bruxelles lo hanno ricordato con imbarazzante puntualità nelle ore successive alla diffusione della mail.

Ma il punto non è la fattibilità giuridica. Il punto è l’effetto politico. Un’alleanza militare che funziona — come la NATO ha funzionato per sette decenni — vive di fiducia. Non di missili, non di budget della difesa, non di percentuali del PIL. Di fiducia: la certezza che, se verrò attaccato, l’alleato accorrà. Ogni volta che Trump o Hegseth insinuano che certi alleati «difficili» potrebbero non essere difesi, quella certezza si erode. E una volta erosa, non si ricostruisce con un vertice o un comunicato.

«Un’alleanza che funziona come strumento di coercizione non è più un’alleanza.
È un ricatto con una bandiera e un acronimo.»

LA GUERRA CHE NESSUNO HA DICHIARATO

Dietro la querelle diplomatica c’è una guerra. Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran senza — è la parola chiave — avvertire i propri alleati. Non una consultazione preventiva in sede NATO, non un dibattito al Consiglio di Sicurezza, non un mandato parlamentare. Un fatto compiuto, presentato agli europei come un’emergenza davanti alla quale scegliere: con noi o contro di noi.

Il rifiuto di Regno Unito, Francia, Italia e Spagna di prestare le proprie basi per missioni offensive non è un capriccio antimericano. È la posizione giuridica di paesi che, in base al diritto internazionale e ai propri ordinamenti costituzionali, non possono partecipare a un conflitto armato non deliberato nelle sedi competenti. La guerra di Trump in Iran non ha basi legali riconoscibili nel diritto internazionale. Pretendere che gli alleati la appoggino incondizionatamente è chiedere loro di abbandonare l’ordine internazionale che quella stessa NATO è nata per difendere.

Hegseth lo ha detto con la consueta eleganza: «Avete beneficiato della protezione degli Stati Uniti per decenni e il tempo per approfittarne è scaduto». Il presupposto, in questa frase, è che la NATO sia un servizio commerciale erogato da Washington e pagato in obbedienza militare. Non un’alleanza tra pari fondata su valori condivisi, ma una protezione a pagamento con clausole di esclusività.

Avete beneficiato della nostra protezione per decenni e il tempo è scaduto.
Non un alleato che parla. Un creditore che manda l’estratto conto

Hegseth

LE FALKLAND, O IL RICATTO COME SISTEMA

Se ancora ci fosse qualche dubbio sulla logica che muove questa amministrazione, l’e-mail del Pentagono lo dissipa. Tra le opzioni punitive per gli alleati «difficili» figura la rivalutazione del sostegno diplomatico statunitense al possesso britannico delle Isole Falkland. Un’isola sperduta nell’Atlantico del Sud, a duecentomila chilometri da Teheran, viene trascinata in questa storia come strumento di pressione su Londra. Il motivo? Javier Milei è amico di Trump. E il primo ministro Starmer, a giudizio del presidente degli Stati Uniti, «non è nessun Winston Churchill».

Siamo oltre la diplomazia coercitiva. Siamo in un territorio in cui la politica estera americana viene plasmata da simpatie personali, risentimenti di pancia e logiche da reality show. Un paese che ha vinto la Guerra Fredda costruendo coalizioni, promuovendo istituzioni multilaterali e incarnando — almeno nella retorica — l’idea di un ordine internazionale basato su regole, sta sistematicamente demolendo quel sistema. E lo fa dall’interno, con la metodicità di chi sa esattamente cosa sta distruggendo.

IL SILENZIO DI TUSK E IL FUTURO DELL’EUROPA

La domanda più inquietante di questa giornata non viene da Washington. Viene da Varsavia. Il primo ministro polacco Donald Tusk — il leader del paese europeo che più di ogni altro ha ragione di temere l’aggressione russa, che confina con la Russia e la Bielorussia, che ospita decine di migliaia di soldati NATO — ha chiesto al Financial Times se gli Stati Uniti sarebbero stati «lea»li all’articolo 5 in caso di attacco. Non lo ha affermato. Lo ha chiesto. La sfumatura è tutto.

Per settant’anni, nessun leader europeo si è posto quella domanda come interrogativo serio. Era un assioma, non un quesito. Oggi è un quesito. E questo cambiamento segna uno spartiacque. Perché la NATO non è mai stata un documento. È stata una promessa. Una promessa che Trump sta sistematicamente trasformando in condizionale.

Il vertice di Nicosia ha visto i leader europei discutere — ancora, come da anni — di autonomia strategica, di pilastro europeo della difesa, di un’Unione che diventi «una vera alleanza», per usare le parole di Tusk. Giorgia Meloni, che pure non è certo sospettata di antiamericanismo, ha detto di non vedere «positivamente» le minacce americane alla Spagna. Il primo ministro olandese Jetten ha ricordato che la Spagna è un membro a pieno titolo e tale resterà. La solidarietà, questa volta, è venuta perfino da capitali storicamente allineate con Washington.

Per settant’anni, nessun leader europeo si è chiesto sul serio
se gli Stati Uniti avrebbero rispettato l’articolo 5.
Oggi Tusk lo chiede. Questo è lo spartiacque.

LA SCONSIDERATEZZA COME STRATEGIA

C’è chi interpreta le mosse di Trump come improvvisazione caotica, l’istinto di un uomo che ragiona per reazione e per pancia. C’è chi invece le legge come una strategia coerente, perseguita con determinazione: indebolire le istituzioni multilaterali per liberarsi dai vincoli che esse impongono, creare un mondo di relazioni bilaterali in cui il più forte detta le condizioni senza mediazioni. La seconda lettura spaventa di più. La prima, tuttavia, non rassicura: uno Stato dotato di arsenale nucleare che agisce per istinto, in un contesto di guerra attiva in Medio Oriente e di minaccia russa ai confini dell’Europa, è un rischio esistenziale quanto uno Stato che persegue deliberatamente la destabilizzazione.

In entrambi i casi, la risposta europea non può essere attendista. Sperare che Trump cambi idea, che il Congresso freni, che la prossima amministrazione ripari i danni è una politica degna di un continente che ha già pagato prezzi enormi per non aver visto arrivare le crisi. L’Europa che emerge da Nicosia è un’Europa che discute. Quello che manca, ancora, è un’Europa che decide.

La Spagna, nel frattempo, ha detto no. No all’uso delle basi, no al sorvolo, no alla guerra di un altro. Pedro Sánchez l’ha definita una questione di «legalità internazionale». Ha ragione. E il fatto che questa posizione — semplicemente rispettare il diritto internazionale — sia diventata una colpa meritevole di sanzione nelle carte del Pentagono dice più di qualunque elzeviro su dove siamo arrivati.