Perché il governo Meloni ha voluto i centri di detenzione oltre Adriatico, cosa ha ottenuto davvero e dove si trova oggi quella scommessa?

Partiamo dai numeri, perché i numeri in questa storia dicono quasi tutto. Quando Giorgia Meloni inaugurò i centri di trattenimento per migranti in Albania, nel 2024, promise che avrebbero ospitato 36.000 persone all’anno — tremila al mese. Oggi nei centri ci sono 83 persone, e negli ultimi dodici mesi il Cpr di Gjader ha ospitato in totale 536 persone. Promessi 36.000, arrivati 536. Il centro di Shengjin è addirittura inattivo.

Eppure il governo esulta. E in parte ha ragione di farlo — ma per ragioni diverse da quelle che si potrebbe pensare.

La natura dell’accordo

Il protocollo Italia-Albania è stato firmato il 6 novembre 2023. In base ad esso, l’Italia è autorizzata a istituire e gestire, sul territorio dell’Albania, centri per il trattenimento e il rimpatrio che restano assoggettati alla giurisdizione italiana, a scopo di gestione dei flussi migratori. In termini pratici: strutture detentive fisicamente in Albania, ma legalmente come se fossero suolo italiano. Una bolla di sovranità italiana piantata nei Balcani.

Il governo ha aperto due centri: uno a Shengjin, destinato a procedure accelerate, e un altro a Gjader, nel nord dell’Albania. Un maxi progetto dal costo di 653 milioni di euro in cinque anni, secondo le stime dell’esecutivo.

L’idea di fondo è quella che in gergo si chiama “esternalizzazione delle frontiere”: spostare fisicamente fuori dai confini dell’Unione Europea la fase più delicata della gestione migratoria — quella che va dall’intercettazione in mare all’esame della richiesta di asilo o al rimpatrio. Il modello si ispira all’accordo australiano con Papua Nuova Guinea e con l’isola di Manus, che negli anni Duemila aveva drasticamente ridotto gli sbarchi nel Pacifico. L’Australia, in sostanza, aveva mandato il messaggio: se ti intercettiamo in mare, non metti piede in Australia. Mai.

Il vantaggio reale: è più politico che operativo

Qui sta il cuore della questione, e conviene dirlo con chiarezza: il vantaggio sostanziale che il governo Meloni cercava non era principalmente logistico. Non si trattava di avere più spazio per trattenere i migranti — l’Italia ha già centri di permanenza sul suo territorio. Si trattava di mandare un segnale.

Il segnale ha tre destinatari.

Il primo è l’elettorato italiano, a cui il governo dice: stiamo costruendo qualcosa di nuovo, stiamo rompendo con la logica dell’accoglienza automatica, stiamo usando strumenti inediti. La narrativa conta quanto — o più — dei numeri.

Il secondo destinatario è l’Europa. L’accordo Italia-Albania era anche un esperimento pilota: Meloni voleva dimostrare che l’esternalizzazione delle frontiere era praticabile, legale, replicabile. E voleva offrire questo modello agli altri governi europei sempre più sotto pressione sulle migrazioni. Non a caso diversi paesi — Gran Bretagna con il Rwanda, altri con varie ipotesi — stavano esplorando strade simili.

Il terzo destinatario sono i migranti stessi, e in particolare i trafficanti: il messaggio deterrente, quella promessa implicita che chi parte non arriva in Europa ma finisce in Albania. L’effetto deterrenza è però estremamente difficile da misurare, e i numeri finora non lo confermano.

La battaglia legale: magistratura contro governo

Ma tra il segnale politico e la realtà operativa si è infilata la magistratura italiana, e quello che ne è seguito è stato uno degli scontri istituzionali più aspri dell’attuale legislatura.

La Corte d’Appello di Roma ha bloccato più volte le operazioni di trasferimento, ritenendo che i paesi di provenienza dei migranti — Bangladesh ed Egitto in particolare — non possano essere considerati sicuri, con la conseguenza che il trattenimento in Albania non era legittimo. Tutti i migranti finiti nei centri albanesi sono stati poi riportati in Italia. Nella prima operazione otto migranti, sedici nella seconda, quarantanove nella terza: tutti rimandati indietro.

Il nodo giuridico è sottile ma decisivo: il governo italiano ha stilato una lista di “paesi sicuri” i cui cittadini possono essere soggetti a procedure accelerate di rimpatrio. I giudici hanno contestato questa lista, sostenendo che Bangladesh ed Egitto sicuri non sono — non nel senso che il diritto europeo richiede. Il governo ha risposto accusando la magistratura di fare politica. La magistratura ha risposto applicando la legge.

La svolta recente: l’Europa dice sì, ma con condizioni

Ed ecco l’ultima notizia, freschissima, che spiega l’euforia del governo nelle ultime ore. L’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Nicholas Emiliou, ha emesso un parere — non vincolante, ma significativo — secondo cui il protocollo Italia-Albania è “compatibile” con le norme Ue in materia di rimpatri e asilo.

Meloni ha esultato sui social: “Una notizia importante, che conferma la validità della strada che abbiamo indicato e quanto siano costati all’Italia due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate.”

Ma il parere contiene una clausola che il governo tende a citare in carattere minuscolo. Il protocollo rispetta le regole UE “solo a condizione che siano pienamente tutelati tutti i diritti” dei richiedenti asilo: il diritto all’assistenza legale, all’assistenza linguistica, ai contatti con i familiari e le autorità competenti. I minori e tutte le categorie vulnerabili devono poter godere di tutta la gamma di tutele previste dal sistema di asilo.

In altre parole: sì, si può fare — ma non come è stato fatto finora.

Il paradosso: costoso, vuoto, ma vivo

La storia dell’accordo Italia-Albania è quella di un paradosso. Il protocollo è fortemente dispendioso a livello economico — 653 milioni in cinque anni per strutture che ospitano 83 persone — e ha prodotto finora più contenzioso legale che rimpatri effettivi. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano che tutti i migranti trasferiti in Albania sono stati poi riportati in Italia, subendo ulteriori giorni di viaggio su mezzi militarizzati senza motivo, con ritardi nelle cure e peggioramenti di salute.

Eppure l’accordo è vivo, discusso in tutta Europa come laboratorio politico, e adesso — con il parere dell’avvocato generale della Corte UE — ha ricevuto una parziale legittimazione giuridica che il governo può spendere sia in patria che a Bruxelles.

Allora: funziona o no?

Dipende da cosa si intende per “funzionare.”

Se si intende ridurre significativamente gli sbarchi, la risposta è no: i numeri non lo dimostrano. Se si intende creare un precedente giuridico e politico per l’esternalizzazione delle frontiere a livello europeo, la risposta è: forse sì, e il parere di ieri va in quella direzione. Se si intende mandare un segnale all’elettorato interno che il governo fa qualcosa di concreto e inedito sulla migrazione, la risposta è sicuramente sì — indipendentemente dai risultati operativi.

Il problema, come sempre nelle politiche migratorie, è che i segnali e la realtà sono due cose diverse. I migranti che attraversano il Mediterraneo non cambiano rotta perché esiste un centro di detenzione in Albania che ospita 83 persone. Cambiano rotta — se mai — quando le condizioni nei paesi di partenza migliorano, quando i trafficanti diventano meno potenti, quando le rotte diventano davvero impraticabili.

Nessuna di queste cose è accaduta. E 653 milioni di euro non le faranno accadere.