Effetto boomerang sulle critiche al Papa. “Io guarisco le persone”.

C’è un momento, nella parabola di ogni potere che si crede assoluto, in cui la solitudine diventa visibile. Non quella romantica del leader che avanza controvento, ma l’altra: la solitudine di chi ha bruciato i ponti uno per uno e si guarda attorno cercando alleati e trova soltanto imbarazzo.

Donald Trump ha raggiunto quel momento attaccando papa Leone XIV.

Trovare qualcuno disposto a difenderlo, stavolta, è un’impresa. Non tra i liberal, non tra i moderati – questo era già accaduto altre volte – ma tra i suoi. Tra quelli che lo hanno seguito ovunque, che hanno giustificato tutto, che hanno trasformato la fedeltà al capo in una forma di fede civile. Persino lì, il silenzio. O peggio: la condanna. Michael Knowles, Riley Gaines, Marjorie Taylor Greene – voci che non hanno mai esitato a fare scudo al presidente – questa volta hanno gridato alla blasfemia. Non per il Papa. Per Gesù. Perché quell’immagine generata dall’intelligenza artificiale, il volto di Trump sovrapposto all’iconografia del Cristo, ha oltrepassato una soglia che anche il mondo Maga custodisce, forse inconsapevolmente, come un limite sacro.

Il vescovo Robert Barron, conservatore, membro della Religious Liberty Commission voluta dalla Casa Bianca, ha detto che Trump «deve le scuse al Papa». Se anche Barron lo scarica, non è rimasto nessuno nella gerarchia dalla sua parte. George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II, intellettuale cattolico di riferimento per la destra americana, ha definito i post «oltraggiosi, scandalosi e offensivi», e la risposta del Papa durante il volo verso l’Africa «come un adulto dovrebbe rispondere a tanta stupidità». Parole che si commentano da sole, come ha detto lui stesso dell’immagine blasfema.

Eppure Trump non si scusa. Forse per quell’orgoglio che conosce tutti, forse perché non riesce davvero a misurare la profondità del passo falso. O forse – ed è l’ipotesi più inquietante – perché ha scambiato la reazione del mondo cattolico per rumore di fondo, convinto che i numeri del 2024 gli appartengano per sempre. Quel 55% di elettori cattolici che lo aveva scelto contro Harris. Una rendita, non un mandato fiduciario da onorare.

I numeri, però, raccontano un’altra storia. Prima ancora della guerra in Iran, prima dell’attacco a Leone, l’approvazione dei cattolici era già scivolata dal 48 al 41 per cento. E solo l’8 per cento degli americani ha un’opinione negativa del Papa: un uomo che viene percepito come un figlio di Chicago appassionato di baseball, non come un nemico ideologico. Attaccarlo significa attaccare qualcosa di familiare, di vicino, di riconoscibile.

Il paradosso è tutto qui. Trump aveva creduto che l’elezione di un Papa americano fosse una specie di conquista personale, un riconoscimento del suo peso nel mondo cattolico. Aveva confuso la nazionalità con la fedeltà, la provenienza con l’appartenenza. Non aveva capito – o non aveva voluto capire – che Robert Francis Prevost portava con sé il Perù, l’America Latina, vent’anni di missione, una visione del mondo irriducibile alla grammatica della forza e dell’interesse nazionale. Non aveva capito che la mitezza non è debolezza, e che un uomo capace di rispondere a un attacco personale con «beati gli operatori di pace» non sta schivando il colpo: sta parlando un’altra lingua, che il potere non sa tradurre.

Leone non nomina Trump. Non sale sul ring. Non replica sul terreno della polemica. E questa libertà – disarmata, come ha detto lui stesso sin dal primo giorno – è forse la cosa che più inquieta chi è abituato a misurare tutto in termini di vittoria e sconfitta.

A novembre ci sono le elezioni di midterm. La guerra che il movimento Maga non voleva, l’inflazione, l’energia, e adesso questo: uno scontro frontale con il Pontefice, senza una via d’uscita onorevole, senza nessuno intorno disposto a offrirgliene una. Il re è nudo. E la cosa più rivelatrice è che probabilmente non se ne rende conto.