Ben Gvir sul Monte del Tempio, la pena di morte festeggiata con i dolcetti, e l’Italia che rinnova i patti militari. Il kahanismo non è più ai margini: è al governo. E noi siamo i suoi partner
C’è un’immagine di questo aprile 2026 che dovrebbe essere appesa nelle cancellerie europee come promemoria quotidiano di cosa si sta scegliendo di ignorare. Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, sul Monte del Tempio a Gerusalemme, che riprende sé stesso con il telefonino e dice: “Oggi mi sento il padrone di casa. Dobbiamo andare ancora oltre, sempre più in alto.”
Non è una dichiarazione privata sfuggita di bocca. È un video pubblicato deliberatamente, nel momento in cui JD Vance atterrava negli Stati Uniti con le mani vuote dopo il fallimento di Islamabad e i bombardamenti sul Libano meridionale riprendevano. Ben Gvir ha scelto quel momento, quel luogo, quelle parole. La sfida non era solo alle autorità arabe del Waqf giordano che amministrano il sito. Era a chiunque, nel mondo, pensasse ancora che ci fosse un limite oltre il quale questo governo non si sarebbe spinto.
Non c’è nessun limite. E “sempre più in alto” non è metafora: è un programma di governo.
I dolcetti della pena di morte
Per capire Ben Gvir non basta seguirlo sul Monte del Tempio. Bisogna tornare alla fine di marzo, quando la Knesset ha approvato definitivamente la legge che introduce la pena di morte per i palestinesi della Cisgiordania condannati per omicidi a sfondo nazionalistico. Sessantadue voti a favore, quarantotto contrari. L’impiccagione entra nell’ordinamento giuridico di uno Stato democratico che l’Occidente considera un alleato.
Ben Gvir, principale promotore del provvedimento, ha festeggiato con brindisi e abbracci. Ha scritto: “Abbiamo fatto la storia. Lo avevamo promesso e lo abbiamo mantenuto.” Non era la prima volta che celebrava. Già a novembre, dopo il via libera in prima lettura, aveva portato dolcetti per tutti i presenti in Knesset. Distribuzione di caramelle per l’approvazione preliminare di una legge che prevede di impiccare esseri umani in base alla loro nazionalità.
Prendere questa notizia e tenerla ferma nella mente un momento. Non come astrazione geopolitica, non come elemento di un dossier diplomatico. Come fatto nudo: un ministro del governo di uno Stato alleato dell’Italia porta i dolcetti per festeggiare la pena di morte etnico-selettiva. E il governo italiano, il 13 aprile 2026, rinnova il memorandum di cooperazione militare con quello Stato. Fino al 2031.

Il figlio illegittimo di Kahane che è diventato il sistema
Ben Gvir non è un meteora. È il prodotto di una filiera ideologica precisa che ha radici nel kahanismo — dal nome di Meir Kahane, il rabbino newyorkese che teorizzava il “trasferimento” forzato di tutti i palestinesi, bandito dalla Knesset nel 1988, il cui movimento fu classificato come organizzazione terroristica dopo il massacro di Hebron del 1994. Ben Gvir era così radicale che l’esercito israeliano lo aveva escluso dalla leva obbligatoria. Teneva in casa un ritratto di Baruch Goldstein, l’autore di quel massacro, come icona di riferimento. È stato condannato dai tribunali israeliani per incitamento al razzismo.
Oggi comanda la polizia. Oggi scala il Monte del Tempio e si proclama padrone. Oggi distribuisce i dolcetti per la pena di morte. E domani, se i sondaggi reggono, il suo partito crescerà alle elezioni previste per l’autunno 2026.
La destra religiosa messianica non è più fuori dal sistema: è il sistema. Netanyahu ha usato il kahanismo come carburante politico per la propria sopravvivenza processuale e parlamentare, consegnandogli i ministeri che contano. Il risultato è che l’ideologia di un movimento terroristico messo fuori legge trent’anni fa governa oggi uno Stato che ha un memorandum di cooperazione militare con l’Italia.
La terra bruciata come metodo, non come effetto collaterale
Smotrich, l’altro pilastro della coalizione messianica, ha dichiarato che il Libano meridionale deve essere annesso a Israele e che il fiume Litani deve diventare il nuovo confine. Non sono fantasie di un estremista incontrollabile: sono obiettivi dichiarati di un ministro delle Finanze che controlla le risorse economiche dei territori occupati. Tutti e cinque i ponti strategici sul fiume Litani sono stati fatti saltare in aria. Si demoliscono i ponti non per fermare i missili di Hezbollah — i missili volano, non attraversano i ponti — ma per impedire il ritorno dei civili, per creare il vuoto demografico che rende poi più facile la rivendicazione territoriale.
Lo stesso uso di veleni e pesticidi a base di glifosato sulle aree agricole, denunciato dalle autorità libanesi e dall’Unifil, implica togliere agli agricoltori, anche sul lungo termine, la possibilità di coltivare quella terra. Si avvelenano i campi non per ragioni tattiche immediate ma per rendere impossibile il ritorno, per trasformare la fuga in esodo permanente. È la stessa logica applicata decennio dopo decennio in Cisgiordania con gli ulivi abbattuti e le sorgenti contaminate: non si combatte il nemico, si cancella la sua capacità di restare.
Duemila morti in Libano dall’inizio di marzo. Centosessantacinque bambini. Un milione e duecentomila sfollati. Ospedali che operano sotto ordini di evacuazione israeliani. Campi avvelenati. Ponti demoliti. E Ben Gvir che vuole “andare ancora oltre.”
Roma, 13 aprile 2026: il memorandum del silenzio
Nello stesso giorno in cui Ben Gvir si proclamava padrone del Monte del Tempio, a Roma il memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele — firmato nel 2003, ratificato nel 2005 — si rinnovava automaticamente per altri cinque anni, per la totale inerzia del governo Meloni. Nessun voto, nessuna dichiarazione, nessun gesto simbolico di distanza. Il silenzio come scelta. L’automatismo burocratico come copertura morale.
La giustificazione ufficiale è che bisogna mantenere “canali di interlocuzione.” Il dialogo come via maestra. È una formula che diventa oscena nel momento in cui la si applica a un governo che festeggia la pena di morte con i dolcetti e che ha un ministro convinto di essere il padrone di luoghi sacri a un miliardo e mezzo di persone. Con chi si dialoga, esattamente? Con Ben Gvir? Con Smotrich che vuole annettere il Libano meridionale? Attraverso quali “canali” si esprime questa interlocuzione — i contratti di fornitura militare, gli accordi di ricerca e sviluppo bellico?
Il centrodestra aveva già respinto in luglio 2025 una mozione dell’opposizione che chiedeva la sospensione del memorandum. La linea non è cambiata. Non cambierà. Il deputato dem Peppe Provenzano ha chiesto pubblicamente cosa debba ancora succedere prima che il governo agisca. La risposta è implicita nell’inerzia: non esiste una soglia. Non esiste un’atrocità sufficientemente documentata da spingere questo governo a un gesto di distinguo. Non la pena di morte selettiva. Non i bambini sotto le macerie. Non la Corte Internazionale di Giustizia. Non l’appello dell’ex premier israeliano Olmert alla Corte Penale Internazionale. Non la veglia di Leone XIV. Niente.
Il Movimento 5 Stelle ha chiesto a Meloni di “avere la dignità” di sospendere l’accordo. Dignità è la parola giusta. Non nel senso retorico dell’orgoglio nazionale, ma nel senso tecnico della coerenza tra i valori proclamati e le scelte concrete. Un governo che nelle cerimonie istituzionali evoca i diritti umani, il diritto internazionale, la protezione dei civili, e poi rinnova silenziosamente i patti militari con lo Stato che impicca i palestinesi per nazionalità e festeggia bombardando i mercati di Beirut, non ha una posizione incoerente. Ha una posizione chiarissima. Ha scelto.
L’Europa dello specchio rotto
La differenza di trattamento tra la guerra in Ucraina e quella in Libano e Gaza è ormai talmente evidente da non richiedere dimostrazione. Richiede solo nomina. Non è neutralità, non è bilanciamento, non è complessità geopolitica: è una gerarchia morale fondata su criteri che nessun governo europeo ha il coraggio di articolare pubblicamente, perché articolarli significherebbe ammetterli.
Ben Gvir ha ammonito i governi europei che criticano Israele dicendo che “finiranno per sperimentare il terrore in prima persona.” È una minaccia rivolta ai partner che “esprimono preoccupazione.” Nessun governo europeo ha convocato il suo ambasciatore israeliano dopo quella frase. Nessuno. Il governo italiano ha rinnovato il memorandum militare.
“Sempre più in alto,” ha detto Ben Gvir dal Monte del Tempio. Mentre a Beirut le gru cercavano ancora corpi tra le macerie. Mentre il figlio tredicenne di Fatima, la farmacista uccisa in un pomeriggio di aprile, stava fuori dal cimitero in giacca di pelle e scarpe da ginnastica a ricevere il cordoglio degli adulti per una guerra che lui non ha scelto.
Nessun governo europeo gli ha ancora spiegato perché quella guerra è stata finanziata, armata e politicamente protetta anche con i suoi soldi. Quello italiano ha firmato, il 13 aprile, che continuerà a farlo per altri cinque anni.

