Il capo dei Corleonesi, zi’ Binu, fu scovato in un casolare di campagna dopo una latitanza di 43 anni. Oggi la vita dei capomafia non è più quella dei pizzini e della vita da eremita

Vent’anni fa, l’11 aprile 2006, in un casolare sperduto tra le colline di Corleone, lo Stato italiano trovò un vecchio con la Bibbia, la cicoria, il miele e una macchina da scrivere. Trovò anche centinaia di pizzini — bigliettini scritti a mano, cifrati, pazienti — che erano la mappa nervosa di un’organizzazione criminale sopravvissuta a mezzo secolo di storia repubblicana senza mai farsi vedere in faccia. Bernardo Provenzano, “Binu”, “iddu”, il capo invisibile, aveva sessantotto anni e una faccia spaventata. Aveva regnato nel silenzio per quarantatré anni. Finì in manette come un uomo qualunque.

C’è una frase, pronunciata dalla pm Marzia Sabella, che vale più di qualsiasi analisi: dopo Provenzano e Riina, Cosa nostra si è rimessa a figure di second’ordine, “dozzinali amministratori di condominio”. È una formula crudele nella sua precisione. La mafia corleonese — quella delle stragi, di Falcone e Borsellino, della trattativa, dell’attacco frontale allo Stato — era guidata da uomini che avevano una visione, per quanto criminale e sanguinaria. Avevano strategia, ambizione storica, persino una teologia del potere. Gli amministratori di condominio gestiscono i contatori dell’acqua e riscuotono le quote condominiali.

Eppure sarebbe un errore fatale scambiare la banalità del male attuale per la sua scomparsa.

La mafia non è morta. Si è semplicemente adeguata, con quella plasticità darwiniana che è il suo vero patrimonio genetico. Ha imparato dalle sconfitte. Ha abbandonato le lupare e abbracciato i bonifici, i subappalti, le società fantasma registrate nel nord Europa, il traffico di cocaina che finanzia guerre in tre continenti. La ‘ndrangheta calabrese — altra storia, altra potenza — ha nel frattempo riempito il vuoto lasciato dai corleonesi, diventando forse la più ricca organizzazione criminale del pianeta senza sparare quasi mai, senza fare notizia, senza offrire facce riconoscibili ai fotografi. Ha capito la lezione che Provenzano aveva intuito e che i suoi successori non sono stati capaci di applicare fino in fondo: il potere vero non si vede.

La cattura di Provenzano dimostrò — parole del procuratore Pignatone — “che non c’erano intoccabili”. È una conquista immensa, e sarebbe ingrato non riconoscerla. Ma dimostrò anche, a chi volle capire, che eliminare il capo non elimina il sistema. Cosa nostra corleonese perse la sua continuità strategica, non la sua radice sociale. Quella radice affonda in un territorio, in un’economia, in una cultura dell’omertà e del favore che non si estirpa con un blitz, per quanto brillante.

Il paradosso del nostro tempo è che la mafia è diventata meno cinematografica e più pericolosa. Meno visibile e più pervasiva. Quando era quella delle stragi, lo Stato sapeva almeno dove guardare, aveva un nemico con un nome e una faccia. Oggi il nemico indossa giacca e cravatta, siede nei consigli di amministrazione, finanzia campagne elettorali, infiltra appalti pubblici con società formalmente irreprensibili. Non spara perché non ne ha bisogno. Ha scoperto che corrompere è più efficiente che uccidere, e soprattutto molto meno costoso in termini di reazione dello Stato.

In quel casolare di Montagna dei Cavalli, tra i pizzini e la cicoria, lo Stato italiano ha vissuto uno dei suoi momenti migliori. Uomini e donne che avevano passato anni — “tra sacrifici e fallimenti”, come disse Pignatone — a inseguire un’ombra, e l’avevano trovata. I bicchieri di carta con lo spumante lasciato ad ossidarsi sulle scrivanie, perché i pizzini non potevano aspettare il tempo di un brindisi: c’è in quell’immagine tutta la serietà silenziosa di chi fa il proprio dovere senza aspettare i riflettori.

Il problema è che quella stessa serietà, oggi, deve fare i conti con un nemico che ha cambiato forma senza cambiare natura. Che l’amministratore di condominio, nel frattempo, ha imparato a firmare delibere assembleari in quattro lingue diverse.

Vent’anni dopo, il casolare è un simbolo. Ma i pizzini — nelle loro incarnazioni digitali, finanziarie, politiche — continuano a circolare. Solo che adesso non li trovi più su una macchina da scrivere.