C’è un momento, nelle conferenze che contano davvero, in cui il silenzio in sala cambia consistenza. Non è più il silenzio educato di chi ascolta per cortesia. Diventa qualcosa di più denso, quasi materico. È successo martedì mattina a Salerno, nella sala dove si sono incontrati — e scontrati, nel senso migliore del termine — un economista marxista e un frate francescano. Luciano Vasapollo, professore alla Sapienza, e padre Alfonso M. Bruno, missionario, giornalista, socio della Pontificia Academia Mariana Internationalis. Due mondi che non si frequentano spesso. Due linguaggi che raramente trovano lo stesso palco. Eppure, a ben guardare, la stessa domanda: il diritto internazionale è ancora uno strumento di civiltà, o è diventato l’alibi elegante dei potenti per fare ciò che vogliono?

Vasapollo ha portato Cuba. Non come caso di scuola, ma come ferita aperta: sessant’anni di embargo, una popolazione che paga con la propria carne le partite geopolitiche altrui, il paradosso di una punizione collettiva che si ammanta di linguaggio democratico. Ha parlato con la precisione dell’economista e la passione di chi conosce quella terra da dentro, e la sua analisi aveva il pregio raro di non cercare assoluzioni facili per nessuno — né per chi blocca né per chi governa.

Padre Bruno ha allargato il campo. Ha cominciato con un nome: padre Pierre El-Rahi, parroco di Qlayaa nel Libano del sud, ucciso il 9 marzo da un carro armato israeliano mentre soccorreva i feriti. La sua ultima frase pubblica, pronunciata un’ora prima di morire: «Le armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione.» Poi ha aggiunto altri nomi. Minab, Iran, 28 febbraio: una scuola elementare femminile, centosettantacinque morti, quasi tutti bambini. Khartoum, dal 2023 a oggi: undici milioni di sfollati, ventiquattro milioni in insicurezza alimentare acuta, una guerra civile che occupa sui giornali occidentali uno spazio inversamente proporzionale alla sua gravità. I nomi, ha detto il frate, non le statistiche. Perché le statistiche anestetizzano, e i nomi feriscono — e il ferimento, almeno, è l’inizio della cura.

Da qui la riflessione si è dispiegata con rigore insolito per un convegno pomeridiano. La Fratelli tutti di Francesco non è un documento pietistico sull’amore tra i popoli — ha insistito padre Bruno — è un’analisi politica di chirurgica precisione: la rinuncia alla fraternità come categoria strutturale produce disuguaglianza, e la disuguaglianza produce guerra, e la guerra produce profughi, e i profughi producono populismi, e i populismi producono altre guerre. Il cerchio si chiude sempre, e sempre sulle spalle dei più deboli. La Laudato si’ ha aggiunto un piano ulteriore: la crisi climatica e la crisi della pace non sono fenomeni paralleli. Sono la stessa crisi, letta da angolature diverse. Il Darfur non è esploso per ragioni etniche soltanto: è esploso perché il cambiamento climatico ha spostato i confini tra zone pascolive e agricole, e allora sono arrivate le armi — molte vendute da paesi che si presentano oggi come mediatori. Terra bruciata, letteralmente e metaforicamente.

Su Leone XIV, il frate ha citato una frase del discorso al corpo diplomatico del gennaio scorso che val la pena riportare per intero: «Il diritto internazionale non può rimanere uno strumento selettivo, applicato quando conviene ai potenti e ignorato quando li imbarazza. O vale per tutti, o non vale per nessuno. E se non vale per nessuno, torniamo alla legge della giungla — che è sempre, invariabilmente, la legge dei più forti sui più deboli.» Una pietra nello stagno. I cerchi si allargano e investono tutti: chi bombarda e nega, chi guarda e tace, chi applica il diritto ai nemici e lo sospende per gli alleati.

Quello che ha reso l’incontro di Salerno qualcosa di più di un convegno accademico è stata, alla fine, questa convergenza improbabile: un economista che cita Marx e un frate che cita Francesco d’Assisi si sono trovati a dire la stessa cosa con parole diverse. Che il problema non è tecnico. Che nessun aggiustamento normativo risolve ciò che è prima di tutto una scelta antropologica: la decisione di trattare l’altro come fine o come mezzo, come fratello o come ostacolo. Che la pace — quella vera, non quella degli armistizi firmati e dimenticati — è un’architettura, come l’ha definita padre Bruno, e ogni architettura ha bisogno di fondamenta che il solo mercato, o la sola forza, non possono fornire.

Pax et Bonum, ha concluso il frate richiamando il saluto francescano. Non come augurio devozionale. Come programma politico. Come scelta che comincia — sempre — dal coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Anche quando fa male. Soprattutto quando fa male.

Fuori, nel frattempo, il mondo continuava a bruciare. Ma almeno, per un’ora, qualcuno aveva smesso di fare finta di non vederlo.