Il boomerang che nessuno vuole vedere
Tredici minuti e cinquantasette secondi su X per convincerci a votare sì alla riforma della giustizia. Zero, sulla crisi energetica che sta svuotando i portafogli degli italiani mentre il petrolio iraniano brucia nello Stretto di Hormuz. Giorgia Meloni scende in campo sul referendum costituzionale del 22-23 marzo con video, interviste e toni da ultima battaglia — ma si affretta a precisare che, qualunque cosa accada, lei resta al suo posto. Renzi, nel 2016, fece l’opposto: perse e se ne andò. La premier rivendica la poltrona e alza la voce. Sarà sufficiente, o è già partito il boomerang?
C’è un’immagine evangelica che torna, in questi giorni, con la puntualità implacabile delle cose vere: quella del fariseo che prega ad alta voce in piazza, affinché tutti lo vedano. Non prega per fede; prega per presenza. Non chiede grazia; chiede consenso. Giorgia Meloni ha scoperto i social come il fariseo scoprì il tempio — non come luogo di raccoglimento, ma come palcoscenico. Tredici minuti e cinquantasette secondi su X per spiegarci la riforma della giustizia, mentre il litro di benzina vola verso i due euro e mezzo e le bollette del gas arrivano nelle case italiane come cambiali di una guerra che nessuno ha dichiarato ma tutti stanno pagando.
Sia chiaro: il tema della giustizia è serio, antico, e meriterebbe un confronto altrettanto serio. Ma la domanda che un cristiano di vecchia scuola — uno di quelli che ancora distingue tra il bene comune e il tornaconto — non riesce a togliersi di testa è un’altra: perché adesso? Perché scendere in campo con questa foga, con questi video da convention aziendale, con questa regia da influencer istituzionale, proprio mentre il prezzo del pieno alla pompa è diventato un esame di coscienza per milioni di famiglie?
La risposta, naturalmente, la conoscono tutti. I sondaggi — vietati per legge, ma assai parlanti nel silenzio ostentato di chi li conosce — dicono che il sì si è afflosciato come un soufflé mal riuscito. Cinque mesi fa il centrodestra pensava di avere la partita in tasca; oggi la rimonta del no tiene svegli i capigruppo. E allora si fa quel che si fa quando si teme di perdere: si alza la voce, si moltiplicano le dirette, si calano le figure istituzionali più pesanti come fiches sul tavolo da gioco.
Matteo Renzi, nel dicembre del 2016, perse il suo referendum costituzionale — quello per abolire il Senato, con la promessa di farci sopra una croce — e la sera stessa si presentò davanti al Paese con la giacca ben abbottonata e diede le dimissioni. Si potrà dire tutto di Renzi, e molti lo hanno detto; ma quella sera fece una cosa rara nella politica italiana: mantenne la parola. Aveva legato il proprio destino a una consultazione popolare e ne accettò il verdetto con una dignità che, a rileggere quelle ore, fa quasi malinconia.
Meloni, invece, ha già fatto sapere, per bocca propria e di ogni portavoce disponibile, che comunque vada il 22 e 23 marzo, lei è salda al suo posto. «Il governo continuerà per la sua strada», ha detto. Benissimo: è un diritto costituzionale, prima ancora che politico. Ma allora viene spontaneo chiedersi: se non c’è nessuna posta personale sul tavolo, perché tutto questo furore? Perché l’escalation quotidiana, il video dopo il video, il tono che sale di registro come un tenore che ha perso la misura?
La risposta — e qui la carità cristiana fa fatica a essere caritatevole — è che la posta in gioco è esattamente quella che si nega. Non le dimissioni formali, certo: quelle le ha già escluse. Ma la credibilità. Il racconto di sé. L’idea, costruita in anni di opposizione e poi di governo, di essere la donna che sa fare le riforme che gli altri non hanno mai avuto il coraggio di fare. Perdere questo referendum sarebbe perdere quella storia. E a quella storia, Meloni tiene più di qualunque poltrona.
Nel frattempo, il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, in una trasmissione televisiva siciliana, ha invitato gli italiani a “votare sì per togliersi di mezzo la magistratura”, definendo i giudici “plotoni di esecuzione”. Poi si è corretta. Poi ha spiegato. Poi ha chiarito. Il risultato è che la frase è rimasta, come rimangono sempre le frasi dette quando la guardia è abbassata e la lingua anticipa il cervello: perché quella era la verità non rivestita, il chiodo nudo sotto il velluto della comunicazione istituzionale. E un governo che parla di rendere la giustizia più autorevole attraverso la voce di chi la chiama plotone di esecuzione ha, quanto meno, un problema di coerenza che la retorica dei tredici minuti su X non risolve.
La Scrittura, in casi del genere, è di una precisione chirurgica: «Dal frutto si conosce l’albero». Il frutto di questa campagna referendaria — la manipolazione delle parole di un magistrato onesto di Brescia, i messaggi propagandistici nelle chat consolari di Barcellona, i toni da ultima spiaggia di una destra che pensava di passeggiare e si trova invece a correre — dice qualcosa sull’albero che non è lusinghiero.
Gli italiani, nel frattempo, fanno i conti. Conti veri, in euro, alla cassa del supermercato e alla pompa di benzina. La guerra in Iran ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una miccia e il prezzo dell’energia in un’emergenza sociale. Di questo, nei tredici minuti e cinquantasette secondi, non c’è traccia. Né nei video successivi. Né negli interventi televisivi.
Esiste, nella tradizione cattolica, una virtù che si chiama prudenza — non la prudenza codarda di chi non dice mai niente, ma quella aristotelica e tomistica di chi sa quando parlare e di cosa. La prudenza dice che quando una famiglia non arriva a fine mese perché le bollette sono raddoppiate, il momento non è propizio per un video-comizio sulla separazione delle carriere in magistratura. Non perché il tema sia sbagliato. Ma perché il senso delle priorità è, esso stesso, una forma di rispetto verso chi governi.
Un governo che perde il senso delle proporzioni rischia qualcosa di più di un referendum. Rischia di perdere il contatto con la realtà delle persone che rappresenta. Ed è proprio lì, in quella frattura silenziosa tra chi governa e chi paga il pieno, che i boomerang prendono slancio. Senza fare rumore. Fino al momento in cui tornano.
