La ripresa della beatificazione di Fulton Sheen non è la vittoria di una corrente, ma il ritorno di una figura che la Chiesa ha voluto vagliare con prudenza, fino in fondo. Proprio per questo sbagliano i tradizionalisti che oggi cercano in lui — come spesso fanno con Tolkien — un simbolo identitario da contrapporre ad altri: Sheen non è una bandiera di parte, ma un evangelizzatore capace di parlare alla modernità senza piegare il Vangelo alla logica dello schieramento.

La ripresa della beatificazione di Fulton J. Sheen è una buona notizia per la Chiesa americana, ma rischia di essere letta male. Non perché Sheen non meriti attenzione — anzi — ma perché, come accade spesso nei tempi polarizzati, alcuni ambienti tradizionalisti tendono a trasformare figure grandi e complesse in simboli di parte. È successo con Tolkien. E può succedere con Sheen.

La cronologia, intanto, va rimessa in ordine. Nel 2019 sembrava davvero tutto pronto: miracolo riconosciuto, beatificazione fissata a Peoria per il 21 dicembre, ritorno delle spoglie a Peoria dopo anni di contenzioso con New York. Poi, a sorpresa, lo stop. La diocesi di Rochester spiegò pubblicamente (5 dicembre 2019) di aver chiesto una verifica ulteriore sul ruolo di Sheen nelle assegnazioni dei sacerdoti, precisando però che non c’erano accuse di condotta personale impropria contro di lui. La Santa Sede rinviò.  

Oggi, dopo un ritardo di sei anni, la causa riparte. Il 9 febbraio 2026 il vescovo di Peoria, Louis Tylka, ha annunciato che la Santa Sede ha autorizzato di nuovo il passaggio alla beatificazione; la data non è ancora stata fissata, ma il via libera è ufficiale. AP riassume bene il punto: il rinvio era legato prima alla battaglia legale sulle spoglie e poi alle preoccupazioni sul periodo di Rochester; Sheen, però, non è mai stato accusato di abusi personali.  

Fin qui i fatti. E sono già sufficienti a una prima lezione ecclesiale: la Chiesa, dopo gli scandali, ha scelto la prudenza. Non ha “cancellato” Sheen; ha voluto evitare ogni ombra. La ripresa della causa, quindi, non è una rivincita ideologica ma il segno che una verifica lunga e delicata non ha trovato elementi tali da impedire il cammino verso la beatificazione.  

Il punto più interessante, però, è un altro: perché i tradizionalisti ci tengono tanto?

Perché Sheen è perfetto, dal loro punto di vista simbolico: grande comunicatore, apologeta brillante, stile netto, cattolicesimo pubblico, dottrina chiara, linguaggio capace di bucare il mainstream. In più, è un vescovo americano del Novecento che non appare “fluido” né ambiguo. È comprensibile che molti lo sentano vicino.

Ma qui nasce l’equivoco. Sheen non è una mascotte di fazione. La sua forza non sta nell’essere “contro” qualcuno, ma nell’aver saputo annunciare Cristo dentro la modernità dei media senza consegnarsi alla logica della propaganda. Persino i testi istituzionali che oggi celebrano il ritorno della causa insistono soprattutto su questo: predicazione, missione, radio, televisione, capacità evangelizzatrice. Non su una guerra culturale permanente.  

Ed è qui che il paragone con Tolkien aiuta molto.

Anche Tolkien viene spesso arruolato come “autore identitario” da ambienti tradizionalisti: il cattolico classico, anti-moderno, anti-progressista, da opporre alla Chiesa reale di oggi. Ma è una lettura parziale. Certo, Tolkien era profondamente cattolico e definì Il Signore degli Anelli “fondamentalmente religioso e cattolico”; tuttavia, come ricordano studiosi e ricostruzioni recenti, aggiunse subito che aveva volutamente tolto riferimenti religiosi espliciti per assorbire il religioso nella trama e nel simbolo. Non voleva scrivere un manifesto di parte, ma un’opera universale, una mitologia capace di parlare oltre gli steccati.  

Ancora più decisivo: Tolkien aveva preferenze liturgiche tradizionali, sì, ma non fece mai della sua sensibilità una clava contro la Chiesa. In una riflessione spesso citata, insistette sulla lealtà ecclesiale anche nel disagio. È esattamente ciò che molti “tolkieniani di trincea” dimenticano: Tolkien non è il patrono della disobbedienza estetica.  

Lo stesso errore si rischia con Sheen. Se lo si usa per dire: “Vedete? Ora torna il cattolicesimo duro, contro Roma, contro il Concilio, contro il Papa”, allora lo si tradisce. Sheen, come Tolkien, può piacere ai tradizionalisti — e non c’è nulla di male — ma non appartiene a loro. Appartiene alla Chiesa. E la Chiesa non canonizza araldi di partito: riconosce testimoni del Vangelo.

In fondo, il segnale più bello di questa ripresa è proprio questo: Sheen torna come figura missionaria, non come trofeo ideologico. E forse è una grazia anche per il cattolicesimo americano, che oggi ha un disperato bisogno di maestri capaci di parlare in pubblico senza trasformare la fede in una guerra di simboli.

Chi cerca soltanto simboli, alla lunga, resta con gli slogan.

Chi ascolta davvero autori come Tolkien e testimoni come Sheen, invece, ritrova una cosa più difficile e più cattolica: la libertà interiore di servire la verità senza ridurla a bandiera.