STUDI CATTOLICI: Tra linguaggi iniziatici, culto del fondatore e dottrine riservate, il caso TFP-Araldi del Vangelo non interpella solo la disciplina ecclesiastica: tocca il cuore della fede cattolica. Perché quando la Chiesa diventa “struttura” e il leader diventa chiave del mistero, il rischio non è l’eccesso devozionale, ma una vera deriva gnostica.
Da Plínio Corrêa de Oliveira a João Scognamiglio Clá Dias, passando per Átila Sinke Guimarães e il circuito TFP-Araldi del Vangelo, il punto non è il folklore di certe immagini, ma una questione teologica decisiva: quando il fondatore diventa criterio, la Chiesa “struttura” e la fede una conoscenza per iniziati, il cattolicesimo viene svuotato dall’interno.
C’è un momento, nella storia dei movimenti religiosi, in cui non basta più dire: “Sono eccessi”. Non basta liquidare tutto come estetica enfatica, linguaggio barocco, devozionismo mal calibrato. Arriva un punto in cui bisogna chiamare le cose con il loro nome. E nel caso della costellazione che va dalla TFP (Tradizione, Famiglia, Proprietà) agli Araldi del Vangelo, il nome del problema — se si prendono sul serio i testi, i resoconti, le formule interne e le testimonianze riportate — è uno solo: deriva gnostica con torsione ecclesiologica.
Detto in italiano corrente: un sistema che si presenta come cattolico, usa il lessico cattolico, adotta simboli cattolici, ma sposta progressivamente il baricentro della fede. Non più Cristo e la Chiesa, ma un circuito parallelo: fondatore-carisma-cerchia-iniziazione.
I NOMI, ANZITUTTO
Qui i nomi vanno fatti, perché la precisione è un dovere. Il fulcro è Plínio Corrêa de Oliveira, fondatore della TFP brasiliana. Attorno a lui si addensa una costellazione di interpreti, continuatori e propagatori. Tra questi, il nome più decisivo è Mons. João Scognamiglio Clá Dias, poi figura centrale degli Araldi del Vangelo, e presentato in molti documenti interni come erede, mediatore, “fedele interprete” del pensiero pliniano. Altro nome chiave è Átila Sinke Guimarães, segretario del MNF e autore di sintesi e appunti che, secondo il materiale citato, avrebbero messo in forma il cosiddetto “Processo Umano” e altri nuclei teorici.
Compaiono inoltre, nel quadro polemico e documentario, nomi come José Antonio Urreta (citato per un documento interno del 1997), Leo Daniele (per la raccolta di “Excertos do pensamento de Plínio Corrêa de Oliveira”), Don Antônio de Castro Mayer (menzionato per la condanna di formule cultuali legate a Dona Lucília Corrêa de Oliveira, madre di Plínio), e la stessa Lucília Corrêa de Oliveira, attorno alla quale si sarebbe sviluppata una devozione abnorme.
Il punto, però, non è fare un elenco. Il punto è capire il meccanismo.
PRIMO INDIZIO: LA CHIESA NON È PIÙ LA CHIESA, MA “LA STRUTTURA”
Nella tradizione cattolica, anche quando si combattono errori, si soffre per la crisi, si denunciano confusioni dottrinali, la Chiesa resta la Chiesa: madre, corpo, sacramento di salvezza, popolo di Dio ordinato gerarchicamente. Nei testi e nei resoconti riportati, invece, ricorre una formula rivelatrice: la Chiesa postconciliare ridotta a “struttura”.
È una parola apparentemente secondaria, ma teologicamente devastante.
Perché quando la gerarchia non è più vista come principio di comunione, ma come “struttura” da aggirare, neutralizzare, usare o perfino ingannare, la rottura è già compiuta. E infatti compaiono, in quel materiale, riferimenti espliciti a una presunta “Manovra Giuditta”, attribuita a João Scognamiglio Clá Dias, come strategia per ottenere riconoscimento canonico e poi colpire dall’interno.
Anche se si volesse sospendere il giudizio sui singoli dettagli, resta il fatto teologico: qui non siamo davanti a un conflitto tra sensibilità ecclesiali. Siamo davanti a una concezione in cui il rapporto tra carisma e gerarchia viene rovesciato. Nel cattolicesimo il carisma cerca la verifica della Chiesa. In questo schema, invece, il “carisma” si auto-valida e considera la Chiesa un involucro.
SECONDO INDIZIO: LA FEDE DIVENTA “DOTTRINA INTERNA”
Il secondo tratto è tipicamente gnostico. La gnosi, nella sua forma classica e nelle sue infinite reincarnazioni moderne, funziona così: c’è una verità pubblica per tutti e una verità più profonda per i “capaci”, i “purificati”, i “fedeli”, gli “iniziati”. Il linguaggio cambia, ma la struttura resta.
Nel materiale riferito alla TFP e agli Araldi, questo appare nella differenza tra il volto pubblico — devozione, disciplina, militanza cattolica, estetica cavalleresca — e la circolazione di contenuti riservati, spiegazioni interne, categorie proprie, testi di “cerchia”.
Qui entrano i termini-chiave: MNF, “Processo Umano”, “selettivo”, “camera oscura”, “Trans-sfera”, “innocenza primeva”, “archi alter ego”. Non è solo un lessico originale. È un lessico che si propone come mappa totale dell’uomo, della salvezza, della Chiesa, della storia.
E quando un lessico privato si sostituisce progressivamente al linguaggio della fede ecclesiale, l’esito è prevedibile: il gruppo non trasmette più il cattolicesimo, ma una sua reinterpretazione iniziatica.
IL “CARCIOFO METAFISICO”: CATECHESI O CARICATURA?
Tra gli esempi più clamorosi, e quasi impossibili da dimenticare, c’è il celebre “carciofo metafisico”. Plínio Corrêa de Oliveira, nelle sintesi attribuite al circuito MNF, immagina il cammino dell’uomo verso l’Assoluto come lo sfogliare un carciofo: petalo dopo petalo, grado dopo grado, partecipazione dopo partecipazione, fino a un “fondo” in cui starebbe l’assoluto.
L’immagine può far sorridere. Ma teologicamente è una spia rossa.
Per la metafisica cattolica (aristotelico-tomista), l’essere creato è reale, buono, analogico, partecipato. Rimanda a Dio ma non è Dio, e non contiene frammenti ontologici di divinità da recuperare. Nella logica qui evocata, invece, le cose sembrano diventare involucri di una presenza assoluta da “estrarre” attraverso un itinerario quasi iniziatico.
È il gesto tipico della gnosi: non ricevere la realtà come creazione, ma attraversarla come codice.
DALLA LIMONATA ALLA “TRANS-SFERA”: LA TEOLOGIA SOSTITUITA DALL’IMMAGINAZIONE
Il testo da cui si parte è pieno di esempi che, proprio perché eccentrici, meritano di essere conservati. E sono preziosi anche per un lettore non specialista, perché mostrano come funziona un sistema quando smette di pensare cristianamente e comincia a pensare simbolicamente in modo autoreferenziale.
C’è la “limonatissima”: una limonata reale che diventa trampolino verso una limonata ideale, superiore, quasi archetipica. C’è la “birra perfetta”, che non è più una bevanda ma l’accesso intuitivo a un ordine superiore di significato. C’è l’idea dell’“arco degli archi”, della città più che città, della “Venezia eterna”, di universi “pavonici” e “cignosi”, fino alla costruzione della “Trans-sfera”, descritta come un ordine ideale, non reale, ma in qualche modo più vero del reale.
Qui non siamo più nella via pulchritudinis cristiana. Non siamo in san Bonaventura, né in san Tommaso, né nella contemplazione che dalle creature sale al Creatore. Siamo in un sistema dove l’immaginazione diventa criterio, il sentimento diventa via cognitiva, e il possibile idealizzato prende il posto dell’essere.
È per questo che il tema non è estetico ma dogmatico. Se il mondo reale viene vissuto come insufficiente scorza di un “mondo migliore” intravisto interiormente, si apre una frattura radicale con il cristianesimo dell’Incarnazione. Il Verbo si è fatto carne, non “trans-sfera”.
IL “SELETTIVO” E LA “CAMERA OSCURA”: UNA COSCIENZA SENZA CHIESA
Altro pilastro di questo impianto è il “selettivo”, presentato come facoltà pre-razionale, quasi inerrante, capace di orientare l’uomo verso ciò che è giusto, armonico, assoluto. A questo si lega la “camera oscura”, descritta come una regione profonda dell’anima, una specie di laboratorio nascosto da cui emergerebbero intelligenza e volontà.
Anche qui il problema è strutturale. La dottrina cattolica non nega la profondità dell’anima, né la ricchezza dell’interiorità, né il ruolo della coscienza. Ma la coscienza, per la Chiesa, non è una fonte autonoma di rivelazione privata. Va educata, purificata, formata dalla verità oggettiva, dalla legge morale, dalla grazia, dalla vita sacramentale.
Quando invece si ipotizza una facoltà interna superiore alla ragione, dotata di una sorta di inerranza originaria, siamo davanti a un’antropologia alternativa. E questa antropologia produce inevitabilmente una spiritualità alternativa: non più l’uomo peccatore redento da Cristo, ma l’uomo che deve riattivare una purezza originaria sepolta in sé.
Questa non è ascetica cristiana. È mitologia spirituale.
“INNOCENZA PRIMEVA” E PECCATO ORIGINALE: IL PUNTO PIÙ GRAVE
Tra i nodi più seri, dal punto di vista dottrinale, c’è la nozione di “innocenza primeva”. Nei materiali citati essa appare come uno stato originario che l’uomo conserverebbe in profondità, nonostante il peccato, e che potrebbe essere riattivato. In alcuni passaggi, la formulazione sembra arrivare a ridimensionare o svuotare di fatto il dogma del peccato originale.
Qui non siamo in zona grigia. Se si nega, direttamente o indirettamente, che l’uomo nasca ferito dal peccato originale e bisognoso della grazia di Cristo, il cuore della fede cattolica viene colpito. Se poi si suggerisce che l’innocenza possa restare intatta “sotto un mare di peccati”, il rischio è doppio: da un lato si altera la dottrina della grazia, dall’altro si apre la porta a una morale sganciata dalla conversione reale.
Non è un caso che tutti i sistemi gnostici, antichi e moderni, oscillino tra spiritualismo esasperato e disordine morale. Quando il male non è più il peccato contro Dio ma il tradimento di una “armonia interna”, tutto diventa manipolabile.
L’“ARCHI ALTER EGO” E IL CULTO DEL FONDATORE
A questo punto il passaggio è quasi automatico: se la salvezza consiste nel ritrovare il proprio principio profondo, il proprio “modello” ideale, il proprio io più vero, allora la figura del fondatore può facilmente diventare icona vivente di quel compimento. Ed è esattamente ciò che emerge nel materiale attribuito all’universo pliniano: Plínio Corrêa de Oliveira non più solo leader, ma criterio spirituale, figura profetica, chiave di lettura della storia, talora quasi mediatore cosmico.
Il testo che hai fornito elenca una serie di attribuzioni estreme: inerranza, infallibilità, immortalità, profetismo assoluto, perfino una funzione decisiva nella storia della salvezza. Va detto con precisione: anche quando queste formule circolano come devozione interna, iperbole affettiva o “linguaggio di ambiente”, il risultato teologico non cambia. Se il fondatore assorbe le categorie della mediazione, il cristianesimo viene deformato.
Lo stesso vale per la devozione alla madre, Dona Lucília Corrêa de Oliveira, presentata — nei testi e nelle litanie riportate — con titoli impropri, formule para-liturgiche e funzioni simboliche incompatibili con il criterio cattolico. E si ripete, poi, sul successore: João Scognamiglio Clá Dias, destinatario di litanie e titolature che segnano il passaggio dalla venerazione all’investitura carismatica totalizzante.
Qui il punto non è la devozione mariana, né l’affetto per un fondatore, né la gratitudine filiale. Il punto è il confine. E il confine cattolico è netto: nessun fondatore, nessuna madre di fondatore, nessun successore può occupare, neppure simbolicamente, lo spazio cristologico ed ecclesiale.
LA GNOSI HA SEMPRE UN TRATTO INCONFONDIBILE: IL GRUPPO SI SENTE “IL RESTO”
C’è un filo che unisce tutte queste tessere: l’idea di essere il nucleo che ha capito, il resto fedele, il gruppo profetico, la parte interna della storia. È qui che la gnosi diventa ecclesiologia alternativa. Perché il gruppo smette di essere una realtà nella Chiesa e comincia a percepirsi come la vera Chiesa, o almeno la sua forma anticipata, pura, non contaminata.
Nel testo che hai condiviso questo emerge in forma cruda: postconcilio come apostasia, gerarchia come “struttura”, fondatore come profeta, cerchia come avanguardia del “Regno di Maria”, sacramenti e disciplina ecclesiastica riletti in chiave tattica. Anche a voler distinguere tra testimonianze, polemiche, interpretazioni e dati, lo schema resta coerente. E proprio questa coerenza è allarmante.
Perché gli errori sparsi si correggono. I sistemi si smascherano.
IL CRITERIO CATTOLICO DEL DISCERNIMENTO
Ed eccoci al punto decisivo. Come si discerne una realtà del genere senza cadere né nell’isteria polemica né nella minimizzazione complice? Con il criterio classico della Chiesa:
- Cristologia: Cristo è il centro reale, o viene sostituito da un fondatore-filtro?
- Ecclesiologia: la Chiesa è madre e criterio, o è “struttura” da usare?
- Antropologia: l’uomo è creatura ferita e redenta, o portatore di una scintilla assoluta da riattivare?
- Sacramentalità: la grazia passa per la Chiesa e i sacramenti, o per una conoscenza interna?
- Discernimento spirituale: la coscienza è formata nella verità, o elevata a oracolo iniziatico?
- Mariologia: Maria conduce a Cristo e alla Chiesa, o viene integrata in un sistema di legittimazione del gruppo?
Se su questi punti il movimento deraglia, non basta correggere il linguaggio. Occorre una purificazione radicale. Perché il danno non è periferico: è nel cuore della fede.
Alla fine, il punto non è stabilire se ogni singola frase attribuita a Plinio o a João Clá sia filologicamente perfetta, né indulgere in caricature. Il punto è un altro: quale criterio regge l’insieme?
Il criterio cattolico del discernimento chiede almeno quattro verifiche:
- Cristocentrismo reale, non simbolico Cristo è il centro, oppure viene assorbito in una mitologia del fondatore e del gruppo?
- Ecclesialità concreta La Chiesa è madre e maestra, oppure “struttura” da aggirare in attesa di tempi migliori?
- Sacramentalità oggettiva La grazia passa per i sacramenti della Chiesa, oppure per un circuito iniziatico di simboli, “flash” e mediazioni carismatiche private?
- Umiltà verificabile del carisma Il carisma accetta correzione, trasparenza, giudizio ecclesiale, oppure produce immunità, linguaggio interno e auto-assoluzione?
Se la risposta a queste domande è evasiva, il problema non è più il temperamento di un fondatore o il gusto di un ambiente. Il problema è la forma stessa della fede trasmessa.
Ed è per questo che parlare di gnosi, in questo caso, non è retorica al vetriolo: è tentare di nominare teologicamente una deriva. Una deriva in cui il cattolicesimo viene citato, vestito, mimato — ma dall’interno viene sostituito da un altro meccanismo spirituale.
La vera posta in gioco, allora, non è una disputa tra correnti. È la tutela di un principio semplice e decisivo: nella Chiesa cattolica nessun carisma può diventare criterio assoluto di verità, e nessun fondatore può occupare lo spazio che spetta alla Chiesa e a Cristo.
IL DATO ECCLESIALE CHE NON SI PUÒ OMETTERE: IL COMMISSARIAMENTO
E qui veniamo al punto che giustamente hai segnalato: la Chiesa è intervenuta.
La Santa Sede ha disposto un commissariamento degli Araldi del Vangelo (e dei rami collegati), con la nomina di un commissario pontificio, in un percorso che è stato raccontato pubblicamente anche da fonti vicine agli Araldi come una vicenda lunga e conflittuale. Lo stesso ambiente degli Araldi, infatti, ha costruito negli ultimi anni una vera e propria contro-narrazione, presentando l’intervento come punitivo, unilaterale e privo di adeguata difesa, fino alla pubblicazione di materiali e di un volume/ dossier sulla “cronaca dei fatti 2017-2025” per contestare la lettura vaticana degli eventi.
Questo passaggio è decisivo per un elzeviro serio, perché impedisce due scorciatoie opposte:
- non si può dire che siamo solo davanti a vecchie accuse di dissidenti;
- non si può nemmeno dire che tutto sia già definitivamente chiarito solo perché esiste una narrazione difensiva interna.
Il fatto ecclesiale è che Roma è intervenuta. E il fatto sociologico-ecclesiale, altrettanto importante, è che una parte del mondo araldino ha reagito con una contro-lettura organica, cioè con una produzione editoriale e mediatica pensata per delegittimare il commissariamento o almeno ridimensionarlo. Questo, da solo, conferma che il nodo non è marginale: è un nodo di autorità, obbedienza, autocomprensione e verità.
UN’ULTIMA PAROLA, NECESSARIA
La tentazione, in casi simili, è sempre doppia. Da un lato c’è chi riduce tutto a “attacchi contro i tradizionalisti”. Dall’altro c’è chi usa queste vicende per colpire in blocco ogni sensibilità conservatrice, ogni devozione intensa, ogni spiritualità militante. Entrambe le letture sono superficiali.
Qui non è in gioco il “tradizionalismo” in astratto. È in gioco una questione più seria: il criterio cattolico della verità. Una realtà è cattolica non perché ama la liturgia, l’ordine, la bellezza, l’onore, la militanza, le insegne, i simboli. È cattolica se resta nella forma della Chiesa: umiltà dottrinale, comunione gerarchica, centralità di Cristo, sacramentalità, rifiuto di ogni esoterismo.
Quando questo si spezza, il resto — anche il più solenne — può diventare scenografia.
Ed è precisamente questo che, in filigrana, raccontano i nomi e gli esempi del dossier: Plínio Corrêa de Oliveira, João Scognamiglio Clá Dias, Átila Sinke Guimarães, José Antonio Urreta, il circuito TFP, gli Araldi del Vangelo, il lessico del “selettivo”, della “camera oscura”, del “carciofo metafisico”, della “Trans-sfera”, le litanie, le formule, il disprezzo per la “struttura”.
Non è folklore. È una lezione ecclesiale. Sempre attuale.

Volevo precisare un dato storico: Dopo la morte Di Plinio il gruppo si è diviso: da una parte i “Fundadoresˮ, che hanno ottenuto l’uso del nome TFP negli Stati Uniti e in Europa (l’associazione italiana è molto vicina alle posizioni del professor Roberto De Mattei, che negli anni passati ha fatto l’attivista per supportare la contestazione dei quattro cardinali autori dei “dubiaˮ su Amoris laetitia); dall’altra João Scognamiglio Clá Dias, che ha ottenuto beni e nome dell’associazione in Brasile e che dopo la morte di Plinio Corrêa – avvenuta nel 1995 – ha di fatto fondato un ordine religioso e un’associazione privata di laici, con rami maschile e femminile, gli “Araldi del Vangelo”. Grazie!
Da quello che so sarebbero emerse diverse criticità relative allo stile di governo, alla vita dei membri del Consiglio, alla pastorale vocazionale, alla formazione delle nuove vocazioni, all’amministrazione, alla gestione delle opere e al reperimento delle risorse. Un insieme di elementi che avrebbe contribuito a spingere la Santa Sede a disporre il commissariamento degli Araldi del Vangelo (Arautos do Evangelho) e dei due rami di vita consacrata collegati: la Società di vita apostolica clericale Virgo Flos Carmeli e la Società di vita apostolica femminile Regina Virginum.
Plinio Corrêa de Oliveira: morto nel 1995, aristocratico, politico dell’estrema destra brasiliana, pensatore influente nei circoli reazionari e fondatore negli anni Sessanta dell’associazione politica “Tradizione, famiglia e proprietà” in cui diede forma al suo pensiero: l’idea che la chiesa (purificata dal modernismo) dovesse battersi per la contro-rivoluzione e il ritorno a una sedicente “civiltà cristiana” basata sulla gerarchica autoritaria di origine sacra e contro il principio (poco meno che diabolico) dell’uguaglianza tra gli esseri umani.
Stanno fuori quanto un balcone dal palazzo. La TFP si è battuta per la difesa della proprietà e del latifondo (anche la riforma agraria è uno strumento contro la vera religione), in un paese e in un periodo storico in cui la mancata riforma agraria era invece fonte di enormi sofferenze per grandi strati della popolazione. Nel 1985 la Conferenza episcopale brasiliana dichiarò fuori dalla comunione ecclesiale il movimento, per il suo “carattere esoterico” e il “fanatismo religioso”. Va notata la data: la grande assemblea della chiesa latinoamericana di Puebla, in cui Giovanni Paolo II aveva normalizzato gli eccessi della Teologia della liberazione, ma confermato “l’opzione preferenziale per i poveri”, era stata sei anni prima, e i vescovi brasiliani non erano una banda di terroristi rossi.
Avete rotto le scatole voi e Manelli. Certo che quest’uomo sta in buona compagnia…