Intervista al prof. Luciano Vasapollo di Alfonso Bruno
Un “salto culturale” che diventa anche un “salto geografico”: da Roma ai Caraibi, fino a Cuba. In un momento in cui l’isola vive una crisi drammatica – energia, sanità, approvvigionamenti – e mentre lo scenario internazionale torna a irrigidirsi, abbiamo chiesto un’analisi a Luciano Vasapollo, economista, docente universitario, profondo conoscitore dell’America Latina e della realtà cubana, dove insegna da anni e ha ricevuto riconoscimenti accademici.
Perché Cuba oggi torna al centro del dibattito?
Cuba è attraversata da criticità pesanti e, insieme, da potenzialità spesso ignorate. In più, dopo gli ultimi eventi regionali e la crescita delle tensioni globali, l’isola sembra di nuovo “nel mirino”. Il richiamo storico alla crisi dei missili degli anni Sessanta – con la mediazione di Giovanni XXIII che cercò di raffreddare gli animi – non è un semplice ricordo: ci dice quanto sia fragile l’equilibrio quando prevalgono logiche di potenza.
Professore, lei frequenta Cuba da decenni. Che cosa ha visto cambiare e che cosa invece resta?
Frequento Cuba dal 1978, quindi quasi cinquant’anni. Ho potuto osservare la sua realtà culturale e sociale da vicino e per lungo tempo. Cuba tiene moltissimo all’interscambio accademico e alla cultura: abbiamo firmato convenzioni e accordi quadro, costruendo relazioni tra università. Una premessa: qui non facciamo “politichese”. La politica è parte della vita, nel senso nobile; ma il fine è capire, non tifare.
Qual è la preoccupazione sulle sanzioni e il blocco ai danni di Cuba?
C’è una “opzione zero” che oggi colpisce la vita quotidiana: bambini negli ospedali senza cure adeguate, crisi elettrica, difficoltà sul petrolio e sui beni essenziali. Come cristiani non possiamo restare indifferenti: la sofferenza degli innocenti interpella sempre. Embargo avrebbe significato che un Paese decide di non commerciare con un altro. Qui è diverso: il blocco colpisce chiunque abbia rapporti con Cuba. La logica è: se commerci con Cuba, vieni penalizzato. La legge Helms-Burton ha prodotto proprio questo effetto extraterritoriale: non si limita a regolare un rapporto bilaterale, ma condiziona il commercio globale.
Che cosa significa, concretamente, “blocco”?
Significa che non è solo Cuba a essere colpita. È l’insieme delle relazioni economiche e finanziarie che viene strangolato. Se un Paese o un’impresa intrattengono determinati scambi, possono essere sanzionati. È una forma di pressione che non è dialogo: è coercizione.
Quali sono, secondo lei, le radici storiche della frattura tra Stati Uniti e Cuba?
Prima del 1959 Cuba era, di fatto, un’appendice dominata: un luogo di divertimento e affari per élite e criminalità organizzata, mentre la popolazione restava nella miseria. Nel 1953 c’è l’assalto al Moncada: fallisce, Fidel Castro viene arrestato e si difende con un testo celebre, La storia mi assolverà. Poi nel 1956 parte la spedizione del Granma: arrivano in pochi, ma riescono a costruire consenso e nel gennaio 1959 entrano all’Avana.
Nel suo pensiero lei sostiene che all’inizio non si parlava di socialismo. Cosa intende?
Che l’ispirazione originaria era soprattutto martiana, legata a José Martí: poeta, pensatore, figura spirituale e politica. Martí è centrale: cultura come libertà, dignità come fondamento, anticolonialismo come orizzonte. Solo dopo la crisi dei missili e le minacce concrete, l’aggancio all’URSS diventa una scelta quasi obbligata di protezione.
E quale “capitale” ha costruito Cuba, se non ha risorse come petrolio o oro?
Il capitale più grande è umano: alfabetizzazione, scuola, medici, insegnanti. Medici cubani hanno operato in molti scenari di crisi nel mondo. La proiezione sanitaria e formativa è un tratto distintivo, al di là delle simpatie ideologiche. Medici cubani sono morti in Africa in piena pandemia dell?Ebola e sono venuti anche in Italia durante il Covid-19. Fino ad oggi abbiamo medici cubani nelle nostre regioni più depresse, come la Calabria di cui sono figlio.
Che cosa significa “guerra economica”?
Che si può uccidere senza armi, stringendo il cappio su cibo, energia, farmaci. È una sofferenza lenta e “pulita” dal punto di vista mediatico, ma devastante nella realtà. Il 12 marzo del 1996, gli Stati Uniti approvarono una legislazione senza precedenti (legge Helms-Burton ndr) per ampliare al massimo la portata territoriale delle misure economiche applicate contro Cuba. Un progetto genocida indirizzato a far arrendere per fame e malattie il popolo cubano, così come creare sentimenti d’insicurezza, di paura e ansietà costante, con l’obiettivo di generare un sollevamento contro il governo. Inoltre è disegnata per fare pressione sulle entità internazionali per far abbandonare i loro investimenti nell’Isola e dissuadere altre a mettere un peso in questa terra. È opera delle più oscure forze della destra reazionaria statunitense e della mafia cubani americana.
Professore, oggi qual è l’impatto più drammatico della stretta sulle forniture energetiche?
Le conseguenze sono enormi. Parliamo di blackout anche di 15-16 ore, catene produttive ferme, ospedali in difficoltà, sale operatorie condizionate dalla disponibilità energetica. E poi la vita domestica: cucinare senza gas o petrolio, tornare al carbone. Non è retorica: è quotidianità.
In Occidente si parla spesso di “dittatura” e di assenza di democrazia. Lei come risponde?
Dobbiamo evitare l’eurocentrismo: proiettiamo categorie senza capire i contesti. Esistono modelli di democrazia partecipativa diversi da quelli rappresentativi occidentali. Io posso parlare per esperienze dirette: in certi Paesi latinoamericani ci sono state molte elezioni con osservatori internazionali. La “ricerca della verità” – anche in senso cristiano – richiede verifiche e non slogan.
Perché tanta ostilità degli USA verso Cuba?
Io distinguo sempre tra governi e popoli. Il problema è geopolitico: chi si autodetermina fuori da un certo paradigma viene percepito come “minaccia” o “anomalia”. È la logica del controllo sulle risorse, sulle rotte, sulle scelte sovrane. E qui entra la vecchia idea del “cortile di casa” (dottrina Monroe): l’America Latina come spazio da disciplinare.
Nei suoi insegnamenti lei cita Sepúlveda e “la lentezza”. Che c’entra con Cuba?
È una metafora controcorrente: il turbo-capitalismo ci impone velocità, consumo, frenesia. La lentezza è memoria, saggezza, resistenza. La lumaca “ribelle” di Sepúlveda insegna che il futuro non si costruisce con la brutalità, ma con un cammino ostinato, paziente, umano.
Come vorrebbe chiudere questa intervista?
Con un augurio e un impegno: non restare prigionieri del “pensiero unico”, cercare la verità con onestà, difendere gli innocenti, sostenere il dialogo. E ricordare una frase che vale come programma: “essere colti per essere liberi”. La cultura non è intrattenimento: è coscienza, giudizio, responsabilità.
