Mentre i sondaggi mostrano il “Sì” che si restringe fino a un 53–47, da via Arenula parte una lettera per chiedere i nomi dei donatori del comitato “No” promosso dall’ANM: “piena trasparenza”, dicono; “schedatura”, replicano le toghe e l’opposizione. Nel frattempo il ministro Nordio alza i toni parlando di “meccanismo para-mafioso” al Csm. Risultato: una campagna referendaria trasformata in guerra psicologica, dove la “chiarezza” diventa clava e la credibilità delle istituzioni viene usata come munizione.

Se davvero il governo voleva “trasparenza”, avrebbe scelto la strada più noiosa e più seria: una regola uguale per tutti, scritta prima, applicata da un soggetto terzo, con criteri verificabili e senza telefonare alla porta di casa dell’avversario nel pieno di una campagna. Invece ha scelto la scorciatoia più italiana: trasformare un tema tecnico in un gesto politico, e poi fingere stupore quando quel gesto viene letto come pressione. Non serve che sia una schedatura per produrne l’effetto: basta l’odore. E quando l’odore è quello delle liste, la Repubblica perde ossigeno.

La verità è che questa “chiarezza” a orologeria non serve a informare i cittadini, serve a spostarli: dal merito della riforma al sospetto sulle persone. È la politica che rinuncia a convincere e decide di insinuare; che non argomenta e preferisce delegittimare; che, non riuscendo a dominare la campagna, prova a renderla irrespirabile. E mentre i talk e i social impazziscono per un meme sul curling, la democrazia si ritrova a discutere di nomi da consegnare al potere esecutivo, come se fosse normale, come se fosse igiene istituzionale.

Poi ci si chiede perché il “No” cresca anche quando sembra mediaticamente sotto assedio. Cresce perché la campagna del governo, così impostata, non persuade: mobilita contro. Trasforma il referendum in un giudizio sul metodo, sul tono, sulla postura di chi comanda. È l’autogol perfetto: il potere che, volendo apparire forte, finisce per apparire nervoso; volendo apparire trasparente, finisce per sembrare inquisitorio.

Ecco perché il punto non è tifare “Sì” o “No”. Il punto è difendere una grammatica repubblicana minima: la trasparenza non è una clava nelle mani di chi governa, è una regola impersonale che vale soprattutto per chi governa. Tutto il resto è tattica. E quando la tattica entra nei meccanismi di garanzia, non vince una parte: perde il Paese.