C’è una parola che in Bangladesh cambia spesso significato senza cambiare suono: “libertà”. La pronunciano i giovani che nel 2024 hanno spinto la storia fuori dai binari dell’autoritarismo; la ripetono oggi i dirigenti del Bangladesh Nationalist Party (BNP) che, nel febbraio 2026, hanno conquistato il Parlamento con una vittoria netta. E la userà, inevitabilmente, anche Tarique Rahman, l’uomo che rientra dopo un lungo esilio e si prepara a guidare il governo: un ritorno che somiglia a una rivincita personale e insieme a un test nazionale.
Il nuovo assetto di governo nasce infatti da una combinazione rarissima e politicamente esplosiva: una maggioranza qualificata (il BNP ha ottenuto circa 212 seggi su 300) e un Paese che esce da una fase “interinale” affidata a Muhammad Yunus, dimessosi alla vigilia del passaggio di consegne. A fare da cornice, un voto giudicato credibile e ben gestito dalla missione UE, con un’affluenza attorno al 60%: un dettaglio tecnico che, in Bangladesh, è già un fatto politico.
Eppure, proprio qui sta il paradosso: la democrazia rinasce con il rischio di diventare monopolio. Quando la forza dei numeri consente di “fare tutto”, la prima domanda non è cosa si può fare, ma cosa si sceglie di non fare.
Un leader tra dinastia e “nuovo inizio”
Rahman non arriva dal nulla: è figlio di una dinastia politica (Ziaur Rahman e Khaleda Zia) e porta addosso, come una seconda pelle, la memoria di un Bangladesh diviso in famiglie, fedeltà, vendette e cicli di repressione. Ma la sua traiettoria recente è diversa: l’esilio, la lunga regia a distanza, il ritorno e la promessa di una “ricostruzione democratica” dopo gli anni di Sheikh Hasina.
Nel nuovo Parlamento, l’opposizione islamista (Jamaat e alleati) non sparisce: ottiene un blocco consistente di seggi e contesta alcune circoscrizioni. La Lega Awami, invece, resta fuori dalla competizione elettorale, mentre Hasina è in esilio in India ed è stata condannata a morte in absentia secondo vari resoconti internazionali: un’assenza che toglie un avversario, ma non cancella il conflitto.
Il “doppio mandato”: governare e riscrivere le regole
La posta in gioco non è solo governare. È anche riformare. In parallelo alle elezioni si è svolto un referendum legato alla cosiddetta “July Charter”: un impianto di riforme pensato per riequilibrare i poteri e impedire nuove derive autoritarie. Reuters spiega il senso di questo passaggio; altri resoconti parlano di un “mandato” politico ampio.
Qui si apre il bivio più delicato.
Scenario 1 — La maggioranza come “cura” istituzionale
Rahman usa la forza parlamentare per depoliticizzare istituzioni, ricostruire fiducia nella giustizia, mettere mano ai meccanismi che hanno reso possibile l’autoritarismo. Sarebbe la versione “costituente” della sua vittoria: meno trionfo, più manutenzione dello Stato. Il fatto che l’UE abbia certificato un processo credibile aiuta: crea un capitale politico internazionale spendibile per riforme serie, non solo per slogan.
Scenario 2 — La maggioranza come “tentazione” egemonica
La stessa maggioranza diventa invece lo strumento per blindare il potere, sostituendo un sistema iper-politicizzato con un altro, solo a colori invertiti. In Bangladesh la storia è piena di governi che promettono “ordine” e finiscono per produrre “apparato”. La democrazia, qui, non muore con un colpo di Stato: spesso scolora per eccesso di controllo.
Scenario 3 — Il compromesso instabile: Gen Z vs stabilità rurale
La retorica del 2024 parla il linguaggio della Gen Z urbana; il Paese profondo chiede prezzi, lavoro, sicurezza. Rahman eredita inflazione, pressione sulla moneta e un nodo sociale che Reuters e AP descrivono come priorità: se le riforme non migliorano la vita quotidiana, la spinta “rivoluzionaria” può trasformarsi in disillusione.
Geopolitica: tra Delhi, Washington e la cucitura con Pechino
Il Bangladesh non è mai solo Bangladesh: è un corridoio strategico fra India e Indo-Pacifico. I primi segnali indicano un tentativo di pragmatismo con l’India, letto anche dalla stampa indiana come fase nuova nei rapporti Dhaka–Delhi.
Ma c’è anche il fattore economico: l’industria tessile — pilastro dell’export — è esposta agli umori commerciali esterni e ai dazi (tema ricorrente nei resoconti sull’agenda del nuovo governo). In questo quadro, Rahman dovrà bilanciare tre pressioni:
- India, che vuole stabilità al confine e contenimento dei radicalismi;
- Occidente, che lega investimenti e mercato a governance e diritti;
- Cina, partner strutturale di infrastrutture e credito, difficile da “sostituire”.
Il rischio non è scegliere un campo, ma finire scelti dai campi.
Il punto politico decisivo: “ricostruire” senza “regolare i conti”
Un Bangladesh democratico non si misura solo dalla libertà di voto, ma dalla capacità di evitare che ogni alternanza diventi un processo al governo precedente. La condanna di Hasina — comunque la si giudichi — mostra quanto sia sottile la linea tra giustizia e resa dei conti in una società polarizzata.
Se Tarique Rahman saprà trasformare la sua storia personale (l’esilio, il ritorno) in una pedagogia di Stato — riforme, limiti, trasparenza — allora la sua maggioranza sarà un’occasione irripetibile. Se invece si limiterà a sostituire un sistema di fedeltà con un altro, la parola “libertà” tornerà presto a cambiare significato. E, come spesso accade a Dhaka, la storia ricomincerà a girare in tondo.
