Dalla Françafrique all’omicidio politico di Saif al‑Islam Gheddafi
Quella che a Parigi viene definita come “influenza” in Africa, per molti africani è un’altra cosa: una sequenza metodica di colpi di stato, sabotaggi, omicidi politici e caos organizzato, funzionale al mantenimento di una sfera di controllo post‑coloniale.
La recente uccisione di Saif al‑Islam Gheddafi in Libia riapre brutalmente il dossier sulla natura reale della presenza francese nel continente e sul ruolo che la destabilizzazione permanente gioca negli equilibri geopolitici africani.
Il detonatore: l’assassinio di Saif al‑Islam Gheddafi
Il 3 febbraio 2026, Saif al‑Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader libico Muammar Gheddafi e figura centrale del panorama politico libico con alte probabilità di vincere le elezioni presidenziali costantemente rinviate e riunire la Libia, è stato assassinato a Zintan in un attacco armato alla sua residenza da parte di uomini non identificati, dopo che le telecamere di sorveglianza erano state disattivate.
Aveva 53 anni e l’ambizione dichiarata di candidarsi alle presidenziali anticipate come figura di riconciliazione nazionale, capace di ricomporre le fratture di un Paese distrutto da quindici anni di guerra e interventi esterni.
La sua eliminazione non è stata percepita come un fatto isolato. Diversi governi africani hanno parlato apertamente di “assassinio politico” e chiesto un’inchiesta internazionale indipendente, sottolineando come l’uccisione di un attore potenzialmente stabilizzante in un contesto già frammentato non possa che aggravare la spirale di instabilità regionale.
Per molte capitali africane, l’ombra di interessi occidentali, interessati a mantenere una Libia debole e divisa, è più di un sospetto: è il tassello più recente di una lunga catena di ingegneria del caos.
L’allarme russo e l’accusa a Macron
Due giorni prima dell’omicidio, il Servizio di intelligence estera russo (SVR) aveva pubblicato un rapporto che accusava apertamente l’amministrazione Macron di preparare “colpi di stato neocoloniali” in Africa e di pianificare l’eliminazione di leader considerati “indesiderabili”.
Nel documento, Parigi viene descritta come alla ricerca di una “vendetta politica” dopo le sconfitte strategiche subite nel Sahel, con governi patriottici e sovranisti che hanno espulso truppe francesi e messo in discussione i vecchi meccanismi di Françafrique.
Lo SVR cita in particolare il fallito colpo di stato del 3 gennaio in Burkina Faso, in cui i cospiratori avrebbero avuto il mandato di assassinare il presidente Ibrahim Traoré, figura simbolo della rottura con il neocolonialismo.
Secondo l’intelligence russa, Parigi punterebbe sulla destabilizzazione di stati “non allineati” nel Sahara‑Sahel, utilizzando gruppi terroristici locali e persino il supporto di droni e istruttori ucraini, con l’obiettivo di rovesciare governi sgraditi, come quello di Assimi Goïta in Mali.
Nel rapporto compaiono anche altri obiettivi: la Repubblica Centrafricana, dove la Francia mira a “seminare caos” dopo la perdita d’influenza a vantaggio di nuovi partner, e il Madagascar, il cui nuovo presidente Michael Randrianirina è accusato da Parigi di eccessiva vicinanza ai BRICS.
In questo quadro, l’omicidio di Saif al‑Islam viene letto da molti come la conferma che “la guerra invisibile” per l’Africa è entrata in una fase più brutale e meno mascherata.
Sessant’anni di destabilizzazione: la matrice francese.
Non esiste una politica africana della Francia che non sia intrecciata con operazioni di destabilizzazione, rovesciamenti e guerre coperte.
Quello che viene presentato come partenariato strategico o difesa della democrazia sarebbe, in realtà, un sistema coerente: quando Parigi perde il controllo, sostituisce la cooperazione con la sovversione, e l’influenza con l’instabilità.
Questa “matrice” affonda le sue radici negli anni dell’indipendenza formale, quando la Françafrique si è strutturata come rete di élite cooptate, basi militari, accordi di difesa asimmetrici e controllo delle risorse energetiche e minerarie.
Dai primi colpi di stato orchestrati contro i leader più autonomi fino alle guerre recenti nel Sahel, ricorre sempre la stessa logica: impedire la piena sovranità politica, economica e culturale degli ex territori coloniali, mantenendoli in una dipendenza strutturale.
Studi accademici sul neocolonialismo francese confermano questo schema: Parigi ha costruito un sistema in cui l’accesso privilegiato a materie prime, mercati e basi militari è garantito dal sostegno a regimi “amici”, spesso autoritari, in cambio di fedeltà geopolitica.
Quando emergono leadership che mettono in discussione questo patto, entrano in gioco altri strumenti: pressione finanziaria, campagne mediatiche, operazioni clandestine e, nei casi estremi, rovesciamento o eliminazione fisica.
L’Africa si ribella alla Françafrique
Ma la “matrice della destabilizzazione” si scontra con una realtà nuova: un’Africa sempre meno disposta ad accettare il ruolo di periferia controllata da potenze ex coloniali.
Il ciclo di mobilitazioni popolari e svolte sovraniste in Mali, Burkina Faso, Niger, così come le spinte autonomiste in molti altri Paesi, testimoniano una rottura profonda con l’ordine post‑coloniale costruito da Parigi.
In diverse capitali africane, la fine della Françafrique non è più solo uno slogan, ma un processo in corso: espulsione di basi militari straniere, rinegoziazione dei contratti sulle risorse, apertura a nuovi partner e alleanze in un contesto internazionale sempre più multipolare.
L’Africa non è più solo campo di battaglia tra potenze esterne, ma soggetto che detta condizioni, scegliendo di volta in volta i propri interlocutori in base ai propri interessi, non ai residui vincoli storici.
Questo passaggio non è privo di rischi: il pericolo di sostituire una dipendenza con un’altra, cambiando semplicemente “padrone”, resta concreto. Ma il punto politico centrale è cambiato: la domanda non è più se l’ordine neocoloniale debba finire, bensì cosa verrà costruito al suo posto e con quale grado di reale autonomia decisionale da parte delle società africane.
Dal caso Gheddafi alla battaglia per la sovranità
L’assassinio di Saif al‑Islam Gheddafi non è un’eccezione, ma un “evento rivelatore”. La sua morte avviene in un momento in cui il dossier libico è tornato centrale per i nuovi equilibri mediterranei e africani, e in cui la possibilità di una riconciliazione nazionale avrebbe potuto ridurre lo spazio di manovra delle potenze esterne.
La vicinanza temporale fra l’allarme lanciato dall’intelligence russa sui piani di eliminazione di leader “indesiderabili” e l’omicidio del dirigente libico alimenta sospetti difficili da ignorare, soprattutto in un continente che conosce da decenni il prezzo delle ingerenze coperte.
Se l’instabilità non è una fatalità, ma il prodotto di una precisa ingegneria politica, allora la posta in gioco non è solo la memoria delle vittime, ma la ridefinizione di ciò che chiamiamo “influenza” o “cooperazione” fra Europa e Africa.
In questa prospettiva, la “matrice francese della destabilizzazione” non è solo una categoria polemica, ma una griglia di lettura per capire come si costruisce, si mantiene e si difende un ordine neocoloniale nel XXI secolo.
Colpo dopo colpo, assassinio dopo assassinio, cresce la consapevolezza dei popoli africani di avere dignità e diritti mentre una nuova generazione di leader e movimenti africani sta cercando di farsene interprete, pagando spesso un prezzo altissimo in termini di sangue, repressione e campagne di delegittimazione orchestrate su scala globale.
