Il 6 febbraio 2026 i portuali hanno trasformato la logistica in politica: scioperi e presìdi dall’Italia al Mediterraneo hanno denunciato traffico d’armi e riarmo, rivendicando salari, diritti e sicurezza contro un modello che sposta risorse dalla vita alla guerra e militarizza le infrastrutture strategiche.

C’è un momento in cui un conflitto sociale smette di essere una vertenza e diventa una linea di demarcazione nella storia. La giornata del 6 febbraio 2026, con la mobilitazione simultanea dei lavoratori portuali in Italia, in Europa e lungo il Mediterraneo, appartiene a quei momenti: perché ha mostrato che la guerra non è un destino naturale, ma una costruzione economica e politica; e soprattutto che questa costruzione può essere inceppata là dove passa la sua logistica, nei nodi della circolazione delle merci, nelle infrastrutture che il capitale considera “neutrali” e che invece sono, sempre più, militarizzate.

Non si è trattato di un gesto simbolico, né di un rito identitario. È accaduto qualcosa di più raro: un’azione coordinata che ha messo in relazione porti e popoli, condizioni di lavoro e geopolitica, salari e riarmo, sicurezza degli operatori e sicurezza internazionale. Da Tangeri a Mersin, dal Pireo ai grandi scali italiani, è emersa una trama di solidarietà reale — non retorica — che non si vedeva da tempo: l’idea che i lavoratori, quando sono organizzati, possano agire come soggetto storico capace di dire “no” all’economia bellica.

Perché la guerra, oggi, non è solo un fronte: è un modello produttivo. È un’intera economia che si regge sulla promessa di profitti garantiti, sul drenaggio di risorse pubbliche verso la spesa militare, sulla privatizzazione degli snodi strategici e sulla trasformazione dei diritti in variabili di aggiustamento. Quando si alza il volume del riarmo, non crescono solo i bilanci della difesa: si comprimono salari, pensioni, sanità, scuola; si precarizza il lavoro; si riscrive la sicurezza come disciplina. E i porti, in questo quadro, diventano ingranaggi decisivi: luoghi in cui l’apparente normalità della logistica copre la sostanza politica del traffico.

Per questo la parola d’ordine — “porti di pace” — non è uno slogan moraleggiante. È una proposta di rottura: sottrarre le infrastrutture strategiche alla logica della guerra permanente e impedire che il lavoro diventi complice, anche indirettamente, della devastazione di altri popoli. Dire “non carichiamo armi” significa spezzare l’illusione che l’economia possa essere neutrale: se la merce è morte, la neutralità è complicità.

La forza di quella giornata è stata anche nella sua ampiezza: presìdi e iniziative in molti scali italiani, dalla Liguria all’Adriatico, dal Tirreno al Sud, fino alle isole. E insieme, la dimensione internazionale: le mobilitazioni in Grecia, nei Paesi Baschi, in Turchia, in Marocco; la solidarietà arrivata da città del Nord Europa e da reti che, oltre Atlantico, riconoscono lo stesso nesso tra militarizzazione e impoverimento sociale. In un’epoca in cui la politica tenta di ridurre ogni conflitto a “questione di ordine pubblico”, i portuali hanno fatto l’opposto: hanno allargato lo sguardo e hanno ricostruito il nesso tra lavoro e destino collettivo.

Qui sta il punto più scomodo per i poteri costituiti: un porto fermo, un terminal che rallenta, una filiera che si inceppa non sono soltanto “danni economici”. Sono la dimostrazione che il capitalismo contemporaneo — globalizzato, finanziarizzato, armato — è vulnerabile proprio dove si crede onnipotente: nella circolazione. E dunque è comprensibile che si tenti di delegittimare queste lotte con l’etichetta dell’irresponsabilità o, peggio, dell’estremismo. Ma è un rovesciamento: irresponsabile è chi normalizza la guerra; irresponsabile è chi chiama “realismo” la resa alla violenza; irresponsabile è chi sposta risorse dalla vita alla morte e poi chiede consenso in nome della sicurezza.

C’è poi un aspetto che non va taciuto: la dimensione etica di questa scelta. Il lavoro non è soltanto produzione di reddito; è partecipazione a un ordine del mondo. Quando un lavoratore decide che non intende essere anello di una catena che porta armi e devastazione, sta affermando un limite — e quel limite è politico. È qui che l’esperienza dei portuali genovesi degli anni scorsi ha avuto un valore anticipatore: la pace come pratica, non come predica; la coscienza come parte della professionalità, non come ornamento. Chi riduce tutto a “regole del mercato” pretende un lavoratore senza coscienza, un corpo operativo. Ma un lavoratore senza coscienza è l’ideale di ogni sistema autoritario, anche quando si traveste da efficienza.

La lezione del 6 febbraio, allora, è limpida: la solidarietà internazionale non è una nostalgia, è un bisogno. Di fronte a un capitalismo che usa la guerra come leva di accumulazione e come tecnica di governo delle paure, l’unità dei lavoratori torna ad essere l’unico argine credibile. Non basta indignarsi: occorre organizzare. Non basta denunciare: occorre colpire i meccanismi, i flussi, le complicità logistiche. E occorre farlo senza perdere di vista l’essenziale: che la pace non è un’astrazione, ma un conflitto concreto contro l’economia di guerra.

Questa giornata non chiude nulla, apre. È un punto di partenza per costruire una rete stabile, capace di resistere alle pressioni, alle criminalizzazioni, alle campagne mediatiche, e capace anche di proporre un’altra idea di sviluppo: infrastrutture per la vita, non per la morte; lavoro per i diritti, non per il saccheggio. Se il capitale tenta di trasformare i porti in piattaforme della militarizzazione globale, i portuali hanno risposto con l’unica cosa davvero sovversiva oggi: la solidarietà organizzata.