La lettera di Leone XIV sullo sport e la domanda decisiva: che cosa allena davvero l’uomo?
«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Giovanni 10,10). Con questa parola evangelica — non un motto da cartellone, ma una promessa che attraversa carne, tempo e speranza — Papa Leone XIV intitola la Lettera pubblicata oggi, nel giorno dell’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Ed è significativo che il Papa scelga lo sport non come argomento “leggero”, ma come lente per leggere una cultura: quella contemporanea, così capace di emozioni collettive e così esposta a smarrire il senso della persona.
La Lettera si muove con passo ampio. Parte dal movimento olimpico e dal suo nucleo ideale: non l’agonismo come guerra incruenta, ma l’agonismo come linguaggio possibile di pace. La Carta Olimpica parla di «un mondo migliore e più pacifico»: Leone XIV prende sul serio quel lessico e lo inchioda alla storia di oggi, “assetata di pace”, chiedendo che la Tregua Olimpica torni a essere più di una formula cerimoniale: «simbolo e promessa di un mondo riconciliato». In un tempo che normalizza la guerra e intrattiene con la forza un rapporto quasi ipnotico, la tregua diventa un atto controcorrente: ricordare che la competizione può essere regolata, e dunque umanizzata; che l’avversario non è un nemico; che la vittoria non autorizza la prevaricazione.
Ma il cuore del testo è un altro: lo sport come forma dell’umano. Leone XIV lo chiama “scuola di vita”, e la formula non è retorica. Significa che il gesto atletico, quando è vissuto bene, educa ciò che più fatichiamo a educare: il desiderio, il limite, la perseveranza, la relazione. In un’epoca che pretende risultati immediati e identità istantanee, lo sport ricorda la grammatica del tempo: l’allenamento, la pazienza, la ripetizione, l’umiltà di ricominciare.
Qui affiora una parola antica, che il Papa ripropone senza nostalgia: aretē, l’eccellenza come virtù, non come idolatria della prestazione. Lo sport — dice Leone XIV — può essere un percorso verso l’etica, perché costringe a unire passione e disciplina, slancio e controllo di sé. È un’educazione integrale: non costruisce solo muscoli, ma carattere; non produce solo performance, ma maturità.
C’è un passaggio particolarmente prezioso, perché tocca un nervo spirituale: imparare a gestire la vittoria e la sconfitta. Vincere senza arroganza — senza umiliare — e perdere senza disperazione, senza identificare il fallimento con la propria dignità. È una pedagogia della verità: la sconfitta non è annientamento, è rivelazione; la vittoria non è possesso, è responsabilità. In filigrana, il Papa sembra suggerire che la società contemporanea soffre di una povertà emotiva: non sa perdere, dunque si inasprisce; non sa vincere, dunque diventa crudele.
Il testo insiste poi sullo sport come facilitatore di relazioni: dal narcisismo alla fraternità, dall’io al noi. L’esperienza di squadra insegna la comunione concreta: valorizzare i talenti altrui, tollerare le debolezze, riconoscere che un obiettivo comune non annulla la differenza ma la ordina. E più in grande, lo sport come lingua universale che può mettere insieme culture, religioni ed etnie diverse in una pratica condivisa. È una visione alta e realista: alta, perché non si accontenta della “tolleranza” minima; realista, perché sa che l’unità non nasce dai discorsi, ma dalle regole comuni e dal rispetto.
Poi Leone XIV allarga lo sguardo a un protagonista spesso dimenticato: lo spettatore, il tifoso. Lo sport è una delle grandi forme culturali del nostro tempo; genera appartenenza e identità, porta gioia, e talvolta dolore. Ma può anche degenerare: quando il tifo diventa fanatismo, polarizzazione, violenza; quando si salda a discriminazioni politiche, sociali o religiose e diventa veicolo di risentimento. Qui la Lettera suona come un esame di coscienza collettivo: quanta parte della nostra aggressività trova sfogo “legittimo” nello stadio e nei social? quante fratture sociali cercano una divisa per combattere?
Il Papa inserisce questa analisi dentro un quadro antropologico che ricorda la tradizione umanistica cristiana: la persona non è un frammento, è un’unità di spirito-anima-corpo (1Ts 5,23). E lo sport, quando è vero, ricompone, previene la “frammentazione”: mette in armonia benessere fisico ed equilibrio interiore, fino a diventare una forma di ascetismoquotidiano, dove lo sforzo dell’allenamento educa la vita interiore. Non è un dettaglio: è una critica indiretta a una cultura che separa il corpo dalla coscienza e la coscienza dal corpo, e finisce per non sapere più chi è.
Ma proprio perché lo sport può essere così umano, può anche essere tradito. E qui la Lettera diventa severa: quando lo sport è ridotto a “mero spettacolo o prodotto”, quando prevale la «dittatura della prestazione» — tra doping, manipolazioni, corruzioni — o quando il denaro spezza l’armonia, allora l’atleta rischia di essere trattato come “merce” e la gioia del gioco si spegne; il pubblico, alla fine, si disillude. Il Papa non demonizza il professionismo, ma denuncia un rischio: l’uomo sacrificato al risultato, come se il valore dipendesse dal podio e non dalla persona.
C’è infine una novità pastorale, molto concreta: Leone XIV chiede che la Chiesa non resti spettatrice, ma diventi presenza capace di accompagnare e discernere anche in questo territorio. Indica alle Conferenze Episcopali la costituzione di Commissioni dedicate, rafforzando una rete di “pastorale dello sport” come spazio reale di educazione e speranza. È un gesto tipicamente ecclesiale: non limitarsi a lodare un valore, ma organizzare una responsabilità.
E la chiusa della Lettera torna alla promessa del titolo: “vita in abbondanza” non è accumulo di successi, non è culto della prestazione, non è vittoria a ogni costo. È pienezza che integra corpo, relazione e interiorità. E lo sport, se resta fedele al suo cuore, può diventare davvero una scuola in cui si impara che l’abbondanza nasce dalla condivisione, dal rispetto, dalla gioia di camminare insieme.
In un tempo in cui molte parole pubbliche sono stanche, questa Lettera arriva come un promemoria sorprendente: la vita non è solo da consumare, è da coltivare; e l’uomo non è un ingranaggio di performance, è una vocazione alla pienezza. Forse è proprio questo che le Olimpiadi, nel loro splendore e nelle loro contraddizioni, dovrebbero ricordare: che il mondo non si salva con il record, ma con una cultura che allena l’umano.
