C’è un paradosso che accompagna l’automobile contemporanea: mai come oggi le vetture sono diventate intelligenti, con sistemi di assistenza sempre più sofisticati, e mai come oggi il guidatore è distratto. Al centro del problema non c’è il motore, né la strada, ma un oggetto minuscolo e onnipresente: lo smartphone. Da strumento di comunicazione a genio maligno dell’abitacolo, il telefono ha progressivamente eroso l’attenzione al volante, fino a raddoppiare il peso della distrazione nella genesi degli incidenti stradali rispetto all’era pre-social.
È in questo contesto che nasce Speye, un dispositivo sviluppato da una startup toscana, Smart AI, insieme a ingegneri del Politecnico di Bari e della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Non un semplice gadget, né un nuovo strumento repressivo, ma un sistema pensato per agire su un piano più sottile: quello del comportamento.
I numeri spiegano l’urgenza. Se nei primi anni Duemila la distrazione era responsabile di circa un incidente su dieci, oggi siamo oltre un quinto del totale, con una curva che continua a salire. È il segno di una mutazione culturale prima ancora che tecnologica: guidiamo connessi, ma meno presenti.
Speye interviene proprio su questa frattura. Tecnicamente è un sistema di assistenza alla guida (ADAS) composto da una micro-videocamera e da un piccolo box installato a bordo del veicolo. Ma la sua originalità non sta tanto nell’hardware quanto nella logica con cui è stato progettato. Il dispositivo non osserva costantemente il conducente, né registra in modo indiscriminato. Le immagini vengono attivate solo in presenza di eventi anomali — una brusca decelerazione, una manovra improvvisa, oppure l’attivazione dei sistemi di pre-sense che segnalano un rischio imminente.
In quei casi, la videocamera scatta un’immagine del guidatore, ma lo fa senza identificarlo: il volto viene automaticamente oscurato, reso irriconoscibile. La fotografia non lascia il veicolo, non finisce in cloud né in banche dati aziendali. Resta custodita nel sistema di bordo, associata a un codice blockchain che certifica in modo immutabile solo alcuni elementi oggettivi: targa del veicolo, data e ora dell’evento. L’accesso a quei dati è possibile esclusivamente all’autorità giudiziaria, e solo in caso di incidente.
Qui sta il punto chiave: Speye non nasce per “beccare” l’automobilista, ma per sapere che potrebbe essere visto. È una differenza decisiva. Come gli autovelox segnalati lungo le strade — noti a tutti e per questo efficaci — il dispositivo lavora sulla percezione della responsabilità, non sulla paura della sanzione.
Non a caso, i suoi ideatori rivendicano una matrice filosofica precisa. Il nome Speye richiama il pensiero di Jeremy Bentham, poi rielaborato da Michel Foucault: un sistema in cui il controllo non è costante né oppressivo, ma potenzialmente presente, e proprio per questo capace di orientare i comportamenti. Non sorvegliare per punire, ma rendere possibile l’osservazione per educare.
La tecnologia utilizzata — inclusa la blockchain, qui applicata non per fini finanziari ma come garanzia di integrità e privacy — riflette questa impostazione. È un tentativo di conciliare due esigenze spesso contrapposte nel dibattito pubblico: sicurezza e libertà. Non a caso il progetto ha già raccolto consensi da parte di soggetti come l’ACI, pur incontrando anche resistenze, prevedibili ogni volta che la tecnologia entra in uno spazio sensibile come quello della guida.
Nel frattempo, il lavoro prosegue. Gli ingegneri stanno sviluppando una versione ancora più compatta della videocamera, pensata per integrarsi negli abitacoli senza risultare invasiva. Sono già in corso contatti con aziende automotive interessate a un’integrazione nativa del sistema nei veicoli di nuova generazione.
In fondo, Speye racconta una tendenza più ampia: l’idea che la tecnologia, se ben progettata, possa non sostituire la responsabilità umana ma sostenerla. In un’epoca in cui l’attenzione è frammentata e la tentazione dello schermo è continua, l’innovazione più radicale non è quella che controlla di più, ma quella che aiuta a scegliere meglio. Anche — e soprattutto — quando si è al volante.
