C’è un momento, nella storia delle grandi potenze, in cui la tentazione non è più quella di governare gli eventi ma di accelerarli. L’Iran di oggi si colloca esattamente in quel punto critico: indebolito sul piano economico, isolato diplomaticamente, colpito nei suoi apparati militari e attraversato da una protesta sociale profonda, il regime appare vulnerabile come non lo era dal 1979. Ed è proprio questa fragilità a rendere l’errore più probabile.

Il secondo mandato di Donald Trump si è aperto con la percezione – non del tutto infondata – di trovarsi davanti a un’occasione storica. Teheran non è più la potenza regionale sicura di sé dei primi anni Duemila; i suoi proxy sono stati ridimensionati, il consenso interno è eroso, la pressione esterna morde. Ma la politica estera americana, quando confonde l’opportunità con l’urgenza, tende a fare ciò che sa fare meglio: moltiplicare i segnali, sovrapporre le mosse, affidarsi alla forza come linguaggio principale. Così, nell’arco di pochi mesi, Washington ha oscillato tra aperture negoziali, appoggio a una guerra regionale, interventi diretti sui siti nucleari e retorica di sostegno alle piazze iraniane. Il risultato non è una strategia: è una vibrazione permanente.

Il paradosso è evidente. I colpi militari hanno rallentato il programma nucleare iraniano, ma ne hanno reso più opaca la struttura. La cooperazione internazionale è stata ridotta, la capacità di verifica indebolita, la trasparenza sacrificata in nome dell’effetto immediato. È una lezione che ritorna spesso nella storia americana: la bomba distrugge, ma raramente illumina. Quando il controllo lascia spazio all’incertezza, la deterrenza perde la sua grammatica e la politica estera diventa un esercizio di ipotesi, non di governo.

Nel frattempo, la fragilità del regime ha prodotto ciò che i regimi fragili sanno produrre meglio: una repressione brutale. Le proteste, che avrebbero potuto aprire uno spazio di transizione lenta e interna, sono state schiacciate nel sangue. Qui si apre il vero nodo morale e politico: l’idea che un’ulteriore pressione militare possa “aiutare” una società già ferita rischia di ripetere errori noti. La storia recente insegna che l’intervento esterno, quando si innesta su una frattura interna non governata, tende più spesso ad accelerare il caos che a generare libertà. La Siria e la Libia non sono incidenti: sono avvertimenti.

C’è poi una dimensione più sottile, ma decisiva: la narrazione. Ogni potenza vive anche di come viene raccontata. L’America che colpisce, minaccia, promette sostegno e poi si ritrae, rischia di apparire non come arbitro ma come fattore di instabilità. Non è solo una questione di immagine: è una questione di fiducia. Senza fiducia, anche le migliori intenzioni – ammesso che lo siano – diventano irrilevanti o sospette.

Il punto, allora, non è scegliere tra guerra e dialogo come se fossero opposti morali. È capire che la vera alternativa è tra improvvisazione e coerenza. Una pressione economica e diplomatica sostenuta, condivisa con alleati credibili, accompagnata da una moderazione militare reale e da una diplomazia minima ma concreta, potrebbe ancora aprire uno spazio per una transizione non catastrofica. Non una rivoluzione telecomandata, non un regime change da manuale, ma un lento spostamento di equilibri interni, favorito dal logoramento del sistema e non dalla sua esplosione.

Anche il sostegno all’opposizione, se vuole essere qualcosa di più di uno slogan, richiede pazienza. Le opposizioni non si costruiscono a Washington né nei talk show della diaspora. Nascono quando si riducono i costi del dissenso e si moltiplicano le possibilità di defezione. Ogni segnale di intervento diretto rischia invece di fare il gioco dei falchi del regime, che prosperano sul linguaggio dell’assedio.

Infine c’è la regione, spesso trattata come una scacchiera secondaria. Israele, il Golfo, le potenze limitrofe non sono comparse ma co-protagonisti. Senza canali di comunicazione, senza meccanismi di de-escalation, il rischio è che la guerra diventi intermittente, normalizzata, strutturale. Una pace fatta di tregue armate non è stabilità: è solo attesa del prossimo errore.

Trump ama definirsi un pacificatore. La storia, però, non assegna titoli per autoproclamazione. Li concede a chi sa fermarsi un attimo prima del baratro, non a chi accelera sperando che il terreno ceda dall’altra parte. L’Iran non chiede gesti spettacolari, ma una virtù che la superpotenza spesso dimentica quando si sente forte: il senso del limite.