Nessuno parla di 200 morti in una miniera del Congo, ma tutti vogliono il coltan
In Repubblica Democratica del Congo, nel perimetro minerario di Rubaya, una collina è scivolata giù: le prime stime parlano di “almeno 200 morti”, forse di più. Non è solo una tragedia “naturale” nella stagione delle piogge. È la fotografia crudele di una filiera globale che, per alimentare telefoni e transizioni tecnologiche, accetta che l’estrazione avvenga come se la vita umana fosse una variabile sacrificabile.
C’è una parola che torna, quando si guarda al Nord-Kivu: coltan. Minerale strategico, indispensabile per componenti elettroniche e applicazioni industriali avanzate. In quella parola stanno insieme due mondi che non si incontrano mai: la vetrina lucida delle città connesse e la fossa di fango dove si scava con pale, stivali di gomma, gallerie improvvisate. A Rubaya, secondo fonti concordanti, il lavoro è in gran parte artigianale e precarissimo: non si muore “per fatalità”, si muore perché la sicurezza costa e la fretta rende.
Eppure la parte più inquietante non è neppure la fragilità geologica. È la fragilità politica. Da aprile 2024 l’area è sotto il controllo dell’alleanza ribelle AFC/M23, sostenuta — secondo molte ricostruzioni internazionali e rapporti — dal vicino Ruanda. La miniera diventa così non soltanto luogo di lavoro, ma bancomat di guerra: tassazione della produzione, controllo dei permessi, “amministrazione” parallela. L’ONU ha documentato un gettito di almeno 800.000 dollari al mese dalla tassazione del coltan e del commercio legato a Rubaya.
È qui che la retorica dell’“estrazione” si rivela per quello che è: un eufemismo. Non si estrae soltanto un minerale; si estrae rendita. E la rendita, quando trova un territorio senza Stato effettivo, si costruisce come un potere: con timbri, pedaggi, divieti, minacce. Gli esperti delle Nazioni Unite parlano di un sistema che somiglia a uno Stato in miniatura, con strutture amministrative dedicate alla gestione mineraria. Il che significa una cosa semplice: mentre la comunità internazionale discute di tracciabilità, sul terreno la tracciabilità viene sostituita dalla forza.
Poi arriva la seconda ipocrisia, quella più raffinata: la filiera si “ripulisce” oltre confine. Da Kinshasa si denuncia che tonnellate di coltan lasciano l’area e finiscono instradate verso il Ruanda, rendendo fragili — quando non ridicole — molte architetture di certificazione. In un rapporto, gli esperti ONU hanno definito la commistione tra produzione congolese e circuiti di esportazione ruandesi come una delle contaminazioni più gravi della supply chain degli ultimi anni.
Qui entrano in scena le parole che piacciono ai comunicati aziendali: “due diligence”, “responsible sourcing”, “compliance”. Ma il punto non è la lingua inglese: è la distanza tra il lessico e la realtà. Se a Rubaya si muore in massa e intanto la filiera continua a funzionare, significa che il sistema è progettato per assorbire l’orrore senza interrompersi. È una macchina morale: trasforma le vittime in rumore di fondo, purché il flusso non si fermi.
E allora bisogna dirlo con chiarezza: il problema non è soltanto “i ribelli”. Il problema è anche l’economia legale che — direttamente o per delega — beneficia di questa opacità. Un’inchiesta di Global Witness ha sostenuto che coltan di origine congolese, passato attraverso il Ruanda, sia entrato in catene di approvvigionamento internazionali; nel mirino è finita anche una grande trading company, Traxys, per acquisti legati a forniture ruandesi che, secondo l’organizzazione, includerebbero materiale “contaminato” dal conflitto. Naturalmente, ogni caso specifico ha i suoi contraddittori, ma il fatto politico resta: la filiera può restare “pulita” sulla carta e sporca nella sostanza.
In questo quadro, anche i governi hanno la loro quota di responsabilità. Non solo quelli deboli, travolti dalla guerra o dalla corruzione; anche quelli forti, che accettano di comprare la pace sociale a buon prezzo e di chiamare “sviluppo” ciò che spesso è soltanto estrazione di valore dal Sud globale. Qui la corruzione non è un incidente: è un metodo. Serve a far scorrere licenze, a chiudere occhi, a spostare camion, a “semplificare” controlli. E quando la politica si lascia corrompere o corrompe, la terra diventa merce e gli esseri umani diventano manodopera sostituibile.
La frana di Rubaya, allora, non è soltanto un fatto di cronaca africana. È una domanda rivolta alle nostre società: quanto vale una vita, dentro la catena del valore? Se il mondo digitale e la transizione energetica chiedono minerali “critici”, la risposta non può essere un nuovo colonialismo con lessico green. Anche il Parlamento europeo, in documenti tecnici sulla tracciabilità delle materie prime critiche, riconosce quanto sia complesso — e quanto sia necessario — rendere verificabili i passaggi dall’estrazione alla commercializzazione, soprattutto in contesti fragili.
La collina che frana a Rubaya è, in fondo, un’immagine perfetta: la terra cede perché è stata scavata senza misura (e senza regole), mentre sopra, lontanissimo, le nostre vite proseguono come se la tecnologia fosse neutrale. Ma non esiste neutralità quando il prezzo della connessione è pagato con corpi sepolti nel fango. La vera domanda non è quante vittime confermeranno i bilanci finali. La domanda è quante volte ancora il mondo accetterà che la modernità si regga su una geografia dell’ingiustizia, in cui il progresso di alcuni è sostenuto dallo sfruttamento di altri.
E quando, tra le macerie, i feriti vengono portati in piccoli centri sanitari senza mezzi e i morti restano sotto la terra, la parola “sviluppo” dovrebbe tremare sulle labbra di chi la pronuncia. Perché lo sviluppo che costa 200 vite in una giornata di pioggia non è sviluppo: è saccheggio con una cravatta.
