Lead. In questa domenica — segnata in Italia dalla 48ª Giornata Nazionale per la Vita, con un titolo volutamente spiazzante, “Prima i bambini!” — la parola “vita” torna a chiedere di essere liberata dalla retorica e riconsegnata alla realtà: quella che nasce, quella che soffre, quella che viene scartata.  

C’è un equivoco che inquina ogni dibattito pubblico: pensare che la “vita” sia un tema tra i temi. Non lo è. La vita è il criterio. E quando un’epoca perde il criterio, accade una cosa inquietante: tutto diventa negoziabile, persino ciò che dovrebbe restare indisponibile. È in questo punto che la Giornata per la Vita non riguarda solo l’aborto, o solo l’eutanasia, o solo le guerre. Riguarda il filo comune che tiene insieme questi drammi: la progressiva abitudine a considerare alcune vite come più “degne” di altre, alcune fragilità come costi da tagliare, alcuni corpi come strumenti.

“Prima i bambini” è un titolo semplice, quasi una frase da scuola elementare. Ma è anche una diagnosi: spesso le vite dei piccoli vengono “asservite agli interessi dei grandi”, e non sempre in modo clamoroso. Talvolta accade con scelte legislative o amministrative; altre volte con una cultura che ha imparato a parlare di diritti senza più parlare di doveri, di autonomia senza più parlare di legami, di libertà senza più parlare di cura.  

Nel dibattito su aborto e fine vita, la tentazione di un linguaggio “pulito” è fortissima: si cercano formule che non feriscano, parole che anestetizzino. Ma la verità dell’umano non si lascia sterilizzare. Quando un figlio diventa un problema “gestibile”, quando la morte diventa una prestazione “erogabile”, quando la sofferenza diventa un argomento per abbreviare l’esistenza invece che per rafforzare la rete di accompagnamento, non si sta semplicemente ampliando la libertà: si sta cambiando l’antropologia. È significativo che, nello stesso gennaio 2026, in Francia i vescovi siano intervenuti con l’espressione netta “la vita non si cura dando la morte”, mentre il Parlamento discute una legge sull’“aiuto a morire”.  E che, negli Stati Uniti, Leone XIV abbia preso posizione con rara franchezza contro una legge sul suicidio medicalmente assistito nel suo Illinois, parlando di delusione e ribadendo il dovere di una cultura della vita.  

E tuttavia, se la difesa della vita restasse chiusa nel recinto bioetico, rischierebbe di diventare essa stessa una forma di riduzione. La vita oggi è minacciata anche altrove: dove non c’è alcuna retorica dei diritti, ma soltanto la brutalità nuda della violenza. Le guerre degli ultimi anni hanno riportato alla ribalta una verità che sembrava impossibile ripetere: i bambini non sono “collaterali”; sono bersagli, merce, scudi, reclute. In un rapporto delle Nazioni Unite sulle violazioni contro i minori nei conflitti si parla di livelli record di violenza e di decine di migliaia di bambini colpiti (uccisi o mutilati, reclutati e usati, rapiti, vittime di violenze sessuali, privati di aiuti).  È un vocabolario che dovrebbe spezzare ogni neutralità.

E poi ci sono le cronache che bruciano ancora: in Sudan, proprio in questi giorni, testimonianze raccolte da Reuters parlano di bambini rapiti nel Darfur dalle milizie RSF, in alcuni casi dopo l’uccisione dei genitori, con l’orrore dell’ipotesi di riduzione in schiavitù.  È una riga di notizia che vale come giudizio sull’umanità: se un bambino diventa bottino di guerra, significa che il patto civile è saltato al livello più profondo.

Ecco perché, in una Giornata per la Vita, parlare di aborto e di eutanasia senza parlare di guerra sarebbe incompleto; e parlare di guerra senza parlare di aborto e di eutanasia sarebbe ipocrita. L’unità del tema non è ideologica: è umana. È la stessa frattura che ricompare in forme diverse. Da un lato, la vita quando è fragile; dall’altro, il potere — culturale, politico, economico, militare — che decide se quella fragilità debba essere protetta o eliminata.

In un discorso ai diplomatici, Leone XIV ha usato un’espressione tagliente: la guerra è tornata “di moda”, e con essa una cultura che erode il valore della vita umana.  È un’osservazione decisiva perché impedisce un alibi comodo: non basta dichiararsi “per la vita” in astratto se poi si accetta l’idea che la guerra sia una normalità strategica, che il riarmo sia inevitabile, che i civili siano un prezzo amministrabile. Anche per questo il Vaticano ha presentato il tema del Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026 insistendo su una pace “disarmata” e “disarmante”: non uno slogan, ma un criterio morale per smascherare la seduzione della violenza.  

Il punto, allora, non è scegliere una causa contro un’altra. È recuperare uno sguardo integro: la vita vale quando è desiderata e quando non lo è; quando è efficiente e quando è dipendente; quando è “utile” e quando sembra solo un peso; quando nasce e quando muore; quando abita la corsia di un ospedale e quando si nasconde sotto un banco in un villaggio bombardato. Nel momento in cui una società — o una comunità internazionale — accetta che alcune vite siano sacrificabili, ha già varcato una soglia: non sta più discutendo di leggi, sta educando la coscienza a un nuovo cinismo.

“Prima i bambini” non è moralismo: è realismo. È dire che l’umano si giudica dai piccoli, non dai forti. E che una civiltà non è tale perché produce ricchezza o tecnologia, ma perché riconosce un volto anche dove il mondo vede un costo: nel grembo, nel letto di dolore, nel campo profughi, nella trincea, nel bambino rapito, nella giovane madre abbandonata, nell’anziano che teme di essere di troppo.

Se questa Giornata ha un compito pastorale, è forse questo: ricucire ciò che il dibattito spezza. Rimettere insieme nascere e morire, cura e giustizia, pace e protezione, maternità e responsabilità sociale, libertà e legami. E ricordare — senza enfasi, ma con fermezza — che la “cultura della vita” non è una bandiera di parte: è l’unico terreno su cui può ancora crescere una speranza non finta.