La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha annunciato una legge di amnistia che dovrebbe coprire l’intero ciclo della “violenza politica” dal 1999, promettendo di “riparare le ferite” e disinnescare la spirale di vendette. Ma tra numeri contestati sulle scarcerazioni, esclusioni per i reati comuni e l’ombra di misure cautelari che spesso lasciano i liberati in una libertà dimezzata, la domanda resta politica e morale insieme: è l’inizio di una transizione oppure l’ennesima gestione selettiva del dissenso?  

Un’amnistia ampia sulla carta, selettiva nei confini

L’annuncio prevede un testo da discutere con procedura d’urgenza all’Asamblea Nacional, con un perimetro temporalmente larghissimo (dal 1999, dunque includendo l’epoca di Hugo Chávez e quella di Nicolás Maduro). La misura, però, non sarebbe “totale”: resterebbero fuori i condannati o imputati per omicidio, traffico di droga e altri delitti comuni — clausola che, se tutela l’esigenza di non trasformare l’amnistia in impunità generalizzata, lascia aperto il terreno più controverso: la definizione concreta di “reato politico” in un Paese dove, da anni, la giustizia è accusata di fungere da leva repressiva.  

Il simbolo: il destino dell’El Helicoide

Dentro la stessa cornice narrativa, arriva un gesto altamente simbolico: la riconversione di El Helicoide — luogo divenuto emblema della repressione — in un centro di servizi sociali e sportivi. È un atto che parla alla memoria collettiva: cambiare funzione a un’architettura del terrore è un modo per dichiarare una discontinuità. Ma è anche un’operazione delicatissima: senza verità pubblica, responsabilità e garanzie di non ripetizione, il rischio è che la “bonifica simbolica” preceda (o sostituisca) quella istituzionale.  

I numeri (e la frattura della fiducia)

Il governo rivendica liberazioni nell’ordine delle centinaia (in alcune ricostruzioni oltre 800), mentre le organizzazioni indipendenti certificano cifre più caute: l’ONG Foro Penal ha indicato 302 scarcerazioni verificate e ha contato centinaia di detenuti politici ancora in carcere. La distanza tra “numero proclamato” e “numero verificato” non è un dettaglio statistico: è l’indice della crisi di credibilità dello Stato, perché in assenza di liste ufficiali e criteri trasparenti l’amnistia rischia di apparire non come diritto riparativo, ma come concessione amministrata caso per caso — dunque revocabile, negoziabile, ricattabile.  

Libertà piena o libertà condizionata?

Uno dei punti più sensibili riguarda la qualità della libertà: molte scarcerazioni, secondo diverse testimonianze e ricostruzioni giornalistiche, sono accompagnate da misure cautelari (limitazioni di movimento, divieti di dichiarazioni, vincoli lavorativi). In questa prospettiva, l’amnistia “vera” si gioca su un crinale: o diventa chiusura delle cause e reintegrazione civile, oppure resta una sospensione del conflitto, dove lo Stato mantiene in mano il pulsante della pressione giudiziaria.  

La pressione dal basso e la variabile internazionale

La richiesta di una legge ampia è stata rilanciata anche da familiari e comitati civili; tra questi, il “Comité de Madres en Defensa de la Verdad” (citato da varie fonti) propone una linea più circoscritta nel tempo — dal 2014 — ma con meccanismi di verifica, riparazione e garanzie di non ripetizione. Sullo sfondo, si muovono anche mediatori e attori internazionali: in passate fasi di negoziato sono stati evocati ruoli di José Luis Rodríguez Zapatero, Luiz Inácio Lula da Silva e Qatar; e oggi la dinamica geopolitica appare ulteriormente complicata dal rapporto con Donald Trump e Washington. L’amnistia, in altre parole, non è solo un provvedimento giuridico: è un dispositivo di governo della transizione (o della sua simulazione), dove si incontrano piazza, diplomazia e controllo interno.  

Il nodo decisivo: amnistia non è amnesia

Se questa legge segnerà un cambio di regime o una parentesi tattica lo diranno i dettagli: pubblicazione degli elenchi, chiusura effettiva dei procedimenti, fine delle misure restrittive, tutela degli ex detenuti e — soprattutto — la ricostruzione di un sistema di giustizia che non sia percepito come “parte”. In una società ferita, l’amnistia può essere un ponte, ma solo se non diventa una scorciatoia. Perché la pace civile non si compra con un atto di clemenza: si costruisce con istituzioni affidabili, e con una verità che non umili le vittime in nome dell’ordine.