Da Le Goff a oggi, la domanda sul “vero” Francesco d’Assisi non smette di punzecchiare storici, credenti e politici: non perché manchino i documenti, ma perché abbonda la memoria—e la memoria, quando diventa bene pubblico, tende a essere contesa. Il volume Pensare Francesco (Il Mulino, 2025) mostra come, tra Otto e Novecento, il Poverello sia stato trasformato in un simbolo plastico, continuamente risemantizzato: specchio delle nostre inquietudini più che fotografia del XIII secolo.


Ci sono figure che la storia non riesce a “chiudere” in un profilo. Non per difetto di metodo, ma per eccesso di vita: esse diventano, col tempo, una lingua comune, un lessico condiviso, una scorciatoia morale. Francesco d’Assisi è una di queste. È qui che la famosa domanda di Jacques Le Goff—posta nel 1967, quando lo storico francese provava a intravedere l’essenza del “vero” Francesco sotto la coltre delle tradizioni—torna a risuonare con una puntualità quasi ironica: più si studia Francesco, più cresce Francesco; più si tenta di depurarlo dalla mitografia, più la mitografia si reinventa, come se il santo fosse una sorgente che ogni epoca intercetta con la propria sete.

Il punto, infatti, non è solo distinguere la storia dalla leggenda—compito necessario e nobile, al quale hanno contribuito studiosi come Miccoli e Frugoni—ma riconoscere un fenomeno più sottile: Francesco non è soltanto oggetto di devozione o di erudizione, è diventato un dispositivo culturale. Un simbolo che consente di dire altro: parlare della Chiesa, della nazione, del popolo, dell’ordine sociale, perfino del rapporto tra uomo e natura. Quando un simbolo diventa così duttile, la domanda “chi era davvero?” si complica: non perché sia impossibile rispondere, ma perché la risposta non basta più a contenere gli usi.

È precisamente questo il terreno su cui si muove Pensare Francesco. Storia, memoria e uso politico (Il Mulino, 2025), volume collettaneo curato da Valerio De Cesaris, Daniele Menozzi, Andrea Possieri e Adriano Roccucci. Il pregio del libro—e la sua scommessa metodologica—è spostare l’attenzione dal solo Francesco “del Duecento” al Francesco “dell’età contemporanea”: il santo come icona planetaria, come capitale simbolico in circolazione, come figura contesa nelle culture di massa, nelle politiche identitarie, nelle liturgie civili.

Il secolo strategico non è, paradossalmente, il XIII, ma l’Ottocento e il Novecento. È lì che la “questione francescana” diventa modernamente storiografica; è lì che nasce un medievalismo capace di farsi politica; è lì che gli anniversari entrano nel dispositivo pubblico come pratica di costruzione dell’identità collettiva. In altre parole: è lì che Francesco viene sottratto alla sola cornice della pietà e viene inserito nella grande macchina moderna della rappresentazione.

La prima sezione del volume, dedicata alla “storia”, mette a fuoco un passaggio decisivo: quando Paul Sabatier pubblica nel 1893 la sua Vie de S. François d’Assise, la questione non è solo il ritratto di Francesco, ma il metodo stesso del conoscere storico. Sabatier non produce soltanto una biografia: inaugura un laboratorio che obbliga a interrogarsi su documenti, interpretazioni, autonomia della ricerca, soggettività dello studioso. È un momento quasi emblematico della modernità: Francesco diventa il banco di prova della scienza storica, e la scienza storica, a sua volta, contribuisce a generare nuovi Franceschi.

La seconda sezione, sulla “memoria”, è forse la più attuale. Perché mostra che la memoria non è deposito, ma produzione: non conserva soltanto, seleziona; non ripete soltanto, costruisce. Nell’“epoca degli anniversari” Francesco viene convocato come testimone ideale—ora della coesione sociale, ora di un’identità nazionale, ora di un progetto religioso. Qui la Chiesa cattolica gioca una partita lunga e colta, anche attraverso una sequenza di testi magisteriali che ribadiscono la centralità del Poverello: da Leone XIII a Benedetto XV fino alla potente ripresa contemporanea dell’orizzonte francescano come lessico della cura del creato e della fraternità.

Ma è nella terza sezione—l’“uso politico”—che il libro diventa, per così dire, un manuale di anatomia del simbolico. Francesco attraversa socialismi e cattolicesimo sociale, appropriazioni risorgimentali, torsioni nazionaliste, tentativi di fascistizzazione. Non è una biografia, è una genealogia della contesa: ogni epoca vuole un Francesco che la legittimi. E quando una figura è così desiderata, la tentazione è sempre la stessa: ridurla a marchio.

Il volume, però, non cede al cinismo. Non dice: “Francesco è solo un pretesto”. Dice una cosa più vera e più inquietante: proprio perché Francesco è stato continuamente manipolato, continua a rivelare qualcosa di essenziale sulla società che lo manipola. In questo senso, Francesco diventa una cartina di tornasole della modernità: pace, fraternità, ecologia—valori oggi universalmente associati al suo nome—non sono soltanto “proprietà” francescane, ma luoghi di convergenza tra sensibilità pubblica, istanze pastorali e ricerca storica. Convergenza mai definitiva, sempre provvisoria, perché il simbolo, quando è potente, non smette di essere conteso.

Resta allora la domanda di Le Goff, che il libro non pretende di chiudere: chi è il “vero” Francesco? Forse la risposta più onesta è che il “vero” Francesco sta nell’attrito tra due fedeltà: la fedeltà al rigore delle fonti e la fedeltà alla forza di una scelta esistenziale che continua a inquietare. Perché Francesco non è solo un personaggio del passato: è una provocazione permanente. E ciò che rende la sua eredità così vulnerabile alle appropriazioni—la semplicità radicale, la gioia, la fraternità disarmata—è anche ciò che la rende resistente.

In fondo, la storia può correggere molte deformazioni; la memoria può generare molte immagini; la politica può tentare molte catture. Ma Francesco resta difficile da possedere. Ed è forse questa la sua libertà: essere, ancora oggi, un santo che sfugge alle categorie—e che proprio per questo obbliga la coscienza moderna a fare i conti con se stessa.