Nel tempo in cui le destre avanzano nel mondo non solo come forze politiche ma come antropologie implicite, la Rosa Bianca torna a parlare non come reliquia della Resistenza, ma come criterio morale capace di giudicare il presente. A renderla di nuovo attuale sono le proteste che attraversano oggi le università, da Gaza a Teheran fino ai campus americani.

Con il nome Rosa Bianca si indica un piccolo gruppo di studenti universitari tedeschi attivo a Monaco tra il 1942 e il 1943, noto per aver diffuso volantini contro il regime nazista e per essere stato rapidamente arrestato e giustiziato. Non fu un movimento di massa né una organizzazione armata, ma un’esperienza di resistenza fondata sulla parola scritta, sulla responsabilità personale e sul primato della coscienza.

È a partire da qui che la Rosa Bianca può essere sottratta alla retorica commemorativa e restituita alla sua funzione più autentica: non simbolo antifascista da museo, ma criterio di discernimento morale. Il suo valore non risiede nella contrapposizione ideologica al nazismo in quanto tale, ma nella denuncia di una rottura più profonda: quella tra verità, coscienza e potere.

Non viviamo negli anni Trenta e non siamo sotto regimi totalitari classici. Ma sarebbe un errore non riconoscere che ciò che oggi avanza in molte aree del mondo non è solo una famiglia politica, bensì una forma mentale del potere: una grammatica che attraversa Stati, media, confessioni religiose e istituzioni educative. È in questo spazio che la Rosa Bianca torna a essere attuale.

I giovani di Monaco non si opposero a Hitler perché “di destra”, ma perché aveva reso impossibile il pensiero responsabile, trasformando la propaganda in verità pubblica e il silenzio in virtù civile. Nei loro volantini non c’è ideologia alternativa, ma una diagnosi morale: quando la forza prende il posto del diritto e l’obbedienza occupa la coscienza, il male diventa sistemico.

Le destre contemporanee non chiedono obbedienza totale come i totalitarismi novecenteschi. Chiedono lealtà identitaria. Non puntano a convincere, ma a schierare. La complessità viene percepita come debolezza, il dissenso come tradimento, l’università come luogo sospetto. È qui che la Rosa Bianca smette di essere un riferimento storico e diventa una lente sul presente.

Non a caso il suo ritorno simbolico coincide con le proteste studentesche che attraversano oggi le università, in contesti profondamente diversi tra loro: a Gaza, dove il sapere è colpito insieme ai corpi; a Teheran, dove manifestare significa rischiare la libertà e la vita; nei campus americani, dove il dissenso viene spesso delegittimato, ridotto a radicalismo o colpito attraverso pressioni economiche e politiche.

Sarebbe intellettualmente disonesto equiparare questi scenari. Ma sarebbe altrettanto miope non cogliere la continuità: la parola studentesca diventa intollerabile quando smette di essere ornamentale. Quando non si limita a simulare il dissenso, ma tocca nervi scoperti — guerra, potere, identità, verità — viene resa costosa.

I membri della Rosa Bianca pagarono con la ghigliottina il prezzo della parola. Gli studenti di oggi pagano prezzi diversi: la delegittimazione morale, l’isolamento, la perdita di credibilità, talvolta il ricatto accademico e professionale. La repressione non è più sempre sanguinaria; è spesso procedurale, simbolica, reputazionale. Ma il meccanismo morale resta lo stesso: punire non il reato, ma la coscienza.

La Rosa Bianca non fornisce un programma politico alternativo. Offre qualcosa di più esigente: una pedagogia della responsabilità personale. In un tempo di masse digitali, algoritmi e appartenenze tribali, ricorda che nessuna struttura storica può assolvere l’individuo dal dovere di pensare.

Per questo è scomoda per le destre in ascesa, ma anche per le sinistre smarrite. Alle prime ricorda che l’ordine senza verità è dominio. Alle seconde che il dissenso senza coscienza è solo rumore. A entrambe oppone una domanda che attraversa le epoche: che cosa fate della libertà quando non vi conviene?

Le università, oggi come allora, restano il luogo fragile di questa domanda. Non perché siano pure, ma perché sono uno degli ultimi spazi in cui la parola può ancora diventare pubblica senza essere immediatamente funzionale. Quando questo spazio viene ridotto a propaganda — di Stato, di mercato o di ideologia — l’università muore non per repressione, ma per adattamento.

I giovani della Rosa Bianca non cambiarono il corso della guerra. Ma impedirono che il silenzio diventasse totale. Le proteste studentesche di oggi non salveranno da sole il mondo. Ma pongono una domanda che nessuna antropologia autoritaria riesce a neutralizzare: chi decide il prezzo della parola?

Ai giovani tedeschi della Rosa Bianca fu tagliata la testa dopo cinque ore di processo farsa senza nessuna possibilità di difesa. Il loro pensiero e la loro voce continuano a camminare nella storia attraverso altri studenti nel mondo.

Ed è precisamente questa la domanda che rende la Rosa Bianca, ancora oggi, intollerabile per ogni forma di potere che teme la coscienza più della disobbedienza.