Carismi smarriti, carismi da ritrovare e il coraggio del discernimento
C’è una parola che ritorna spesso quando si parla di fondatori caduti in disgrazia: scandalo. È una parola necessaria, ma insufficiente. Perché ridurre le vicende di fondatori come Maciel, Figari, Philippe o Manelli alla categoria dello scandalo morale significa non cogliere la posta in gioco più profonda: non solo il peccato di un uomo, ma il fallimento – o la crisi – di una forma di carisma.
La modernità ecclesiale ha conosciuto una stagione straordinariamente feconda di nuove fondazioni. Comunità, movimenti, famiglie religiose nate spesso in risposta a urgenze reali: la secolarizzazione, la crisi della trasmissione della fede, il desiderio di radicalità evangelica. Ma proprio questa fecondità ha portato con sé una tentazione sottile e pericolosa: identificare il carisma con la biografia del fondatore, e la fedeltà allo Spirito con la fedeltà a una persona.
Quando ciò accade, il carisma smette di essere un evento e diventa un sistema.
Nella tradizione cristiana il carisma è sempre stato pensato come qualcosa che eccede chi lo riceve. Non nasce per essere trattenuto, ma per essere consegnato; non per fondare un potere, ma per servire una comunione. È provvisorio per definizione, perché appartiene allo Spirito, non al soggetto. Eppure, nei casi che oggi interpellano dolorosamente la coscienza ecclesiale, assistiamo a una mutazione: il carisma non accetta più di essere mediato, corretto, persino contraddetto. Si fa criterio ultimo. Si fa linguaggio esclusivo. Si fa mondo chiuso.
Il fondatore, allora, non è più colui che apre un cammino e poi si ritrae, ma colui che rimane indispensabile. Anche quando non governa più formalmente, continua a governare simbolicamente. La sua parola diventa chiave interpretativa totale, la sua intenzione sostituisce il discernimento comunitario, la sua storia personale si trasforma in teologia implicita. Non è più la struttura ecclesiale a custodire il carisma, ma il carisma a delegittimare la struttura.
Qui non siamo davanti a una ribellione libertaria contro l’istituzione, come talvolta si insinua. Al contrario. Siamo davanti a una iper-strutturazione carismatica, spesso più rigida di quella ecclesiale, perché priva di contrappesi. Una struttura che non prevede successione reale, né verifica, né limite. Una struttura che non conosce il tempo, ma solo la durata. Non la Pasqua, ma la conservazione.
Il filosofo Peter Sloterdijk parlerebbe di un sistema immunitario simbolico che ha smesso di distinguere tra protezione e chiusura. Ogni comunità ha bisogno di confini, di linguaggi condivisi, di ritualità. Ma quando l’immunità diventa assoluta, quando ogni critica è percepita come aggressione e ogni controllo come persecuzione, allora il guscio che doveva proteggere la vita finisce per soffocarla. Il carisma, nato per generare libertà, produce dipendenza. Nato per edificare comunione, genera isolamento.
È a questo punto che la questione diventa più esigente: qual era davvero il carisma? Perché non tutti i casi sono uguali, e il discernimento non può procedere per slogan.
Nel caso delle comunità nate attorno a Marie-Dominique Philippe, il riferimento al tomismo va compreso con maggiore finezza. San Tommaso d’Aquino non è un carisma fondativo, ma una grande tradizione teologica della Chiesa, capace di ispirare scuole, percorsi, stili di pensiero. Il problema non è il riferimento a Tommaso in sé, ma il momento in cui una lettura parziale e affettivizzata del tomismo viene trasformata in visione totale dell’esistenza, in grammatica spirituale vincolante, in sistema comunitario poco permeabile alla critica. Qui non si può parlare di un carisma nuovo, quanto piuttosto di una mediazione teologica che ha perso la sua apertura originaria. Caduto il fondatore, non resta una sorgente carismatica distinta, ma una tradizione che deve essere liberata dalle sue appropriazioni indebite per tornare ad appartenere a tutta la Chiesa.
Nel caso di Marcial Maciel, la questione è più radicale. Qui ciò che veniva presentato come carisma appare strettamente intrecciato a una logica di controllo e di potere spirituale. L’insistenza sull’obbedienza assoluta, sulla disciplina, sull’efficienza apostolica e sulla lealtà incondizionata all’istituzione rimanda meno a una spiritualità riconoscibile e più a una tecnica di governo religioso, priva di autentico discernimento e di reali contrappesi ecclesiali. Quando il fondatore viene meno, non emerge un carisma purificato, ma la necessità di smontare un apparato che aveva scambiato l’ordine per la grazia e l’efficacia per la verità.
Luis Fernando Figari rappresenta un’ulteriore tipologia. Qui il nodo non è tanto una tradizione teologica deformata, quanto una concezione dell’autorità come valore in sé, sganciata dal servizio e orientata al controllo delle coscienze. Il cosiddetto carisma si è spesso definito in negativo: come identità costruita contro la teologia della liberazione, come presidio morale e culturale opposto a ogni lettura critica della realtà sociale latinoamericana. Ma un carisma che nasce dalla contrapposizione ideologica e dall’esercizio dell’autorità non come ministero, bensì come dominio, difficilmente può sopravvivere alla crisi del suo fondatore senza rivelare la propria natura prevalentemente politica più che spirituale.
Il caso dei Francescani dell’Immacolata il problema del fondatore riguarda una serie di derive disciplinari e carismatiche che hanno progressivamente stravolto l’identità originaria dell’Istituto. Alla base vi era un riferimento oggettivo e fecondo: san Massimiliano Maria Kolbe, con il suo slancio missionario, la consacrazione all’Immacolata, l’uso evangelico dei media, l’orizzonte universale. Ma nel tempo questo nucleo è stato progressivamente piegato verso una monasticizzazione estranea alla tradizione francescana, una tridentinizzazione liturgica identitaria, una gestione del governo e dell’obbedienza sempre più centralizzata.
A ciò si sono aggiunte gravi anomalie disciplinari, vicende economiche opache e forme di abuso spirituale, che hanno portato non pochi consacrati e consacrate a lasciare l’Istituto, spesso dopo lunghi conflitti interiori. Il paradosso più eloquente resta forse quello ecclesiale: mentre Il Padre Manellii chiedeva un’obbedienza assoluta ai membri, egli stesso sceglieva di sottrarsi alla vita religiosa, diocesanizzandosi. Un gesto che, al di là delle valutazioni personali, rivela una frattura profonda tra il carisma proclamato e la forma di vita effettivamente assunta.
E tuttavia, proprio qui emerge una differenza decisiva rispetto ad altri casi: il carisma non coincide con il fondatore. Kolbe precede, supera, resiste. Per questo, nonostante tutto, è possibile parlare di rifondazione: non salvare una figura, ma liberare un carisma autentico dalle sue deformazioni.
Il paradosso più doloroso, in tutte queste vicende, è che tutto avviene spesso in nome dell’umiltà e della radicalità evangelica. Ma si tratta di un linguaggio che non performa ciò che dice. Perché l’umiltà evangelica non consiste nel parlare poco di sé, ma nel decentrarsi davvero. E il carisma autentico si riconosce non dalla sua forza iniziale, ma dalla sua capacità di sopravvivere alla scomparsa del fondatore senza produrre orfani spirituali né nostalgie idolatriche.
Forse la lezione più esigente che questi fallimenti consegnano alla Chiesa non è di ordine disciplinare, ma sapienziale. Ricordano che nessun fondatore è indispensabile, che nessun carisma è proprietà privata, che la struttura ecclesiale non è il contrario dello Spirito, ma il luogo ordinario del suo discernimento. E ricordano, soprattutto, che un carisma che non accetta di morire un po’ per continuare a vivere cessa di essere carisma e diventa ideologia religiosa.
In questo senso, la filosofia non assolve e non condanna. Fa qualcosa di più raro e necessario: aiuta a comprendere. E comprendere, oggi, è già una forma di custodia della verità.
Forse, alla fine, la domanda decisiva non riguarda solo i fondatori che hanno fallito, ma le comunità che restano. Come accompagnare chi ha creduto, chi ha donato la vita, chi si è fidato? Come curare le ferite senza trasformarle in cinismo o in nostalgia? La risposta non sta nel sospetto permanente verso ogni carisma, ma in una pedagogia ecclesiale più matura, capace di educare alla distinzione tra fede e appartenenza, tra obbedienza e dipendenza, tra autorità e sacralizzazione della persona.
La Chiesa non ha bisogno di fondatori infallibili, ma di comunità capaci di verità. Non di carismi blindati, ma di carismi attraversati dalla Pasqua, dove anche la perdita, il ridimensionamento, la correzione diventano luogo di grazia. Solo così il dolore non genera rancore e la delusione non si trasforma in fuga. Solo così ciò che è stato ferito può ancora essere fecondo.
In questo senso, la vera riforma non passa dalla rimozione del passato, ma da una conversione dello sguardo: imparare a riconoscere che lo Spirito non coincide mai con chi lo invoca, e che la forma più alta di fedeltà non è trattenere, ma consegnare. Anche quando costa. Anche quando fa male. Anche quando obbliga a ricominciare.
Nota redazionale
L’articolo propone una riflessione di taglio teologico-culturale sul tema dei fondatori feriti e del discernimento dei carismi nella Chiesa contemporanea. I nomi citati non sono trattati in chiave cronachistica né giudiziaria, ma come tipologie simboliche di differenti forme di crisi del carisma: appropriazione personalistica di una tradizione teologica, esercizio del potere spirituale, sacralizzazione dell’autorità, derive disciplinari e carismatiche. L’intento non è riaprire dossier né formulare giudizi morali individuali, ma offrire una chiave di lettura ecclesiale e sapienziale, utile a comprendere perché alcune fondazioni possano essere rifondate e altre no, a partire dalla distinzione tra carisma autentico e struttura autoreferenziale. Il riferimento a san Massimiliano Maria Kolbe nel caso dei Francescani dell’Immacolata intende evidenziare un criterio positivo di discernimento e di rifondazione, non contrapporre persone o istituzioni. Il testo si colloca nel solco del Magistero recente sulla vita consacrata e sul ruolo dei fondatori, evitando toni polemici o accusatori.
