A partire dal caso Groenlandia il vescovo castrense ricorda allo Stato il limite: coscienza, obbedienza e guerra

In tempi di confusione strategica e di ipertrofia del potere esecutivo, può accadere che una voce episcopale, apparentemente laterale, si riveli invece decisiva. Le parole dell’arcivescovo Timothy P. Broglio, ordinario militare degli Stati Uniti, secondo cui è moralmente lecito disobbedire a ordini gravemente discutibili, non sono un gesto di dissenso politico né una provocazione ideologica. Sono, piuttosto, l’esercizio puro e sobrio di un munus episcopale spesso dimenticato: ricordare che nessun potere umano è assoluto e che la coscienza precede lo Stato.

Il vescovo non è un opinionista e neppure un attivista. È custode di una tradizione morale che, da Agostino a Tommaso d’Aquino, ha elaborato con rigore il rapporto tra obbedienza, autorità e giustizia. Quando un arcivescovo militare — cioè un pastore che accompagna uomini e donne armati per mandato dello Stato — afferma che esistono ordini ai quali non si può obbedire senza tradire la propria coscienza, egli non indebolisce le istituzioni: ne denuncia l’eventuale deriva.

Il contesto rende queste parole ancora più gravi. L’ipotesi, evocata con leggerezza retorica ma con pesanti implicazioni reali, di un uso della forza contro la Groenlandia — territorio di uno Stato alleato, membro della NATO — segna una frattura simbolica prima ancora che geopolitica. Non è solo una questione di diritto internazionale, ma di senso della guerra. La dottrina della guerra giusta, già ridotta ai minimi termini dal magistero recente, non contempla l’aggressione preventiva contro un alleato per ragioni di prestigio, rivalsa o vantaggio strategico.

In questo scenario, il vescovo non parla contro lo Stato, ma per lo Stato, nel suo significato più alto. Ricorda che la forza armata non è uno strumento disponibile all’arbitrio del leader di turno, ma un’extrema ratio subordinata a criteri morali stringenti: legittima difesa, proporzionalità, ultima istanza, tutela dei civili, ordine internazionale giusto. Quando questi criteri vengono aggirati o ridicolizzati, la voce della Chiesa non può tacere.

È significativo che Broglio non invochi una disobbedienza ideologica o collettiva, ma richiami il dramma personale della coscienza individuale. Il soldato, lasciato solo davanti a un ordine ingiusto, è la vittima ultima di una politica irresponsabile. E qui emerge un punto decisivo: la Chiesa non romanticizza la disobbedienza, ma ne riconosce il costo umano. Dire che è “moralmente accettabile” disobbedire non significa rendere facile la scelta, ma denunciare l’ingiustizia di chi costringe un individuo a scegliere tra la fedeltà alla coscienza e la fedeltà all’ordine.

Il ruolo del vescovo, in questo senso, è tragicamente attuale: non è quello di benedire le bandiere, ma di impedire che la bandiera diventi un idolo. Non è quello di garantire copertura morale alle decisioni del potere, ma di esercitare quella funzione critica che il cristianesimo ha sempre avuto nei confronti dell’impero, di qualunque impero.

Non è un caso che queste parole arrivino mentre altri cardinali statunitensi chiedono una rifondazione morale della politica estera americana. Dopo la Guerra fredda, la tentazione di un unilateralismo etico — la convinzione che la forza basti a legittimare se stessa — è diventata strutturale. In questo vuoto, la Chiesa non offre strategie alternative, ma qualcosa di più scomodo: un limite.

In definitiva, l’intervento di Broglio ci ricorda che il vescovo non è un funzionario del consenso né un cappellano del potere. È, quando serve, colui che dice no in nome di un bene più grande. E in un mondo che confonde la pace con la vittoria e l’obbedienza con la lealtà cieca, questo no è una delle ultime forme di responsabilità morale rimaste.