C’è un paradosso doloroso che attraversa il processo per l’assassinio del padre Olivier Maire, che si apre oggi davanti alla corte d’assises della Vandea: la carità cristiana finisce sul banco degli imputati insieme al suo assassino. Non formalmente, certo. Ma simbolicamente sì. Perché questo processo non riguarda solo Emmanuel Abayisenga, già condannato per l’incendio della cattedrale di Nantes, ma interroga un intero sistema: giudiziario, politico, sociale. E interroga la Chiesa nella sua forma più evangelica.

Padre Olivier Maire, superiore provinciale dei missionari montfortani, aveva accolto quell’uomo non per ingenuità, ma per fedeltà al Vangelo. Lo aveva fatto nel quadro di un controllo giudiziario deciso dallo Stato, non in modo clandestino o improvvisato. Aveva dato casa a chi chiedeva – paradossalmente – di tornare in carcere perché lì si sentiva “più sicuro”. È difficile immaginare una scena più drammatica per descrivere il fallimento di una presa in carico reale della fragilità umana.

Il processo che si apre oggi cerca di “comprendere l’incomprensibile”, come dicono gli avvocati delle parti civili. Ma c’è il rischio che, nel tentativo di spiegare, si finisca per normalizzare l’orrore: riducendo tutto a una questione di perizie psichiatriche, di discernimento alterato o abolito, di responsabilità attenuata o cancellata. Tutto necessario, certo. Ma non sufficiente.

Perché questa vicenda mette in luce una frattura profonda: la distanza crescente tra giustizia penale, gestione dell’immigrazione e cura delle persone vulnerabili. Emmanuel Abayisenga era noto alle autorità. Aveva ricevuto più OQTF, mai eseguite. Era passato dal carcere alla strada, dall’ospedale psichiatrico a una comunità religiosa. Ogni passaggio segnala una responsabilità frammentata, un rimpallo silenzioso. Alla fine, l’anello più debole – una comunità religiosa – ha pagato il prezzo più alto.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel fatto che un uomo ritenuto non espellibile, fragile psichicamente, potenzialmente pericoloso, venga affidato alla sola forza morale della carità. Come se l’accoglienza evangelica potesse supplire alle mancanze strutturali dello Stato. Come se la Chiesa fosse chiamata non a collaborare, ma a colmare i vuoti di un sistema incapace di decidere.

Il rischio, oggi, è duplice. Da un lato, che il processo venga usato per ribadire una lettura puramente individuale del crimine: un uomo malato, un gesto tragico, una fatalità. Dall’altro, che si scivoli verso una narrazione opposta e speculare: l’accoglienza come errore, la carità come ingenuità pericolosa, il Vangelo come lusso irresponsabile. Entrambe le letture sono false.

Padre Olivier Maire non è morto perché ha sbagliato. È morto perché ha creduto fino in fondo che il prossimo non si seleziona. La sua morte non smentisce il Vangelo; semmai smaschera un contesto in cui la carità viene tollerata solo finché non disturba l’ordine amministrativo.

Questo processo chiama la giustizia a fare il suo corso. Ma chiama anche la politica a rispondere di ciò che non ha fatto: delle espulsioni mancate, delle prese in carico interrotte, della psichiatria ridotta a parentesi emergenziale. E chiama la società a interrogarsi su una verità scomoda: non si può delegare la gestione della fragilità estrema alla sola buona volontà di chi vive il Vangelo.

Se Emmanuel Abayisenga verrà riconosciuto responsabile, la pena dirà qualcosa della giustizia. Se verrà dichiarato irresponsabile, dirà qualcosa della sua malattia. Ma in entrambi i casi resterà aperta una domanda più grande, che nessuna sentenza potrà chiudere:

chi protegge chi accoglie?

Padre Olivier Maire ha pagato con la vita una fedeltà radicale. La sua testimonianza non chiede vendetta, né ritrattazioni evangeliche. Chiede verità, responsabilità e memoria. Perché una società che lascia soli i giusti, prima o poi, tradisce anche la giustizia.