C’è un modo di morire che illumina la vita. San Francesco d’Assisi lo intuì con una lucidità che ancora oggi disarma: «Nostra sorella morte». Non una formula poetica, ma l’atto conclusivo di un’esistenza riconciliata, attraversata fino in fondo dalla pace. È da qui che Papa Leone XIV ha scelto di ripartire nella sua lettera alla Conferenza della Famiglia Francescana, in occasione dell’VIII Centenario del Transito del Poverello. Non da una commemorazione, ma da una consegna.
Otto secoli sono passati da quella notte alla Porziuncola, eppure la parola che Francesco ha inciso nel cuore del suo tempo – pace – appare oggi sorprendentemente più fragile, più contestata, più urgente. Guerre che sembrano non avere fine, società lacerate da divisioni interiori prima ancora che politiche, un creato ferito: il nostro tempo somiglia più a un campo di tensioni che a una terra riconciliata. E proprio per questo, Francesco continua a parlare.
Papa Leone XIV lo ricorda con sobrietà evangelica: la pace non è un progetto umano autosufficiente, né il risultato di un equilibrio di forze. È «la somma di tutti i beni di Dio», un dono che viene dall’alto. Illusorio – avverte il Papa – pensare di costruirla con le sole forze umane. E tuttavia, proprio perché dono, essa chiede di essere accolta, vissuta, custodita ogni giorno. La pace cristiana non è passiva: è attiva, esigente, incarnata.
Il saluto francescano – «Il Signore ti dia pace» – non è allora un augurio gentile, ma una proclamazione teologica. È lo stesso annuncio del Risorto nel cenacolo chiuso dalla paura: «Pace a voi». È la pace che nasce dalla vittoria sulla morte, non dalla sua rimozione. Francesco può chiamare la morte “sorella” perché non la teme più: ha già attraversato, in Cristo, il cuore del conflitto ultimo.
In questo senso, la lettera di Leone XIV non è solo un testo celebrativo, ma una lettura profetica del presente. Il Papa non chiede ai francescani – e alla Chiesa – soluzioni tecniche, strategie geopolitiche o ricette etiche. Chiede qualcosa di più radicale: tornare alla sorgente. La pace non si inventa, si riceve. E solo chi la riceve può diventare operatore di pace.
C’è poi un tratto decisivo che il Pontefice mette in luce: la pace francescana non riguarda soltanto i rapporti tra gli uomini, ma abbraccia l’intero creato. Francesco che chiama il sole “fratello” e la luna “sorella” non indulge in un sentimentalismo cosmico, ma riconosce una verità teologica: tutto è legato. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e la pace con il creato sono dimensioni inseparabili di un’unica riconciliazione. In un tempo in cui la “casa comune” geme sotto lo sfruttamento, questa intuizione appare di una modernità sconcertante.
Non è casuale che Leone XIV parli di Francesco come di un uomo “disarmato”. Disarmato davanti al sultano, disarmato davanti ai conflitti, disarmato persino davanti alla morte. È una disarmante libertà evangelica, che non nasce dalla debolezza ma dalla fiducia. Per questo il Papa affida alla Famiglia Francescana – e con essa a tutta la Chiesa – una missione precisa: essere testimoni “disarmati e disarmanti” della pace che viene da Cristo.
In fondo, l’eredità di Francesco non è una nostalgia medievale, ma una provocazione permanente. In un mondo che costruisce confini, egli invita a edificare ponti. In una società che moltiplica le armi, egli indica la forza mite del Vangelo. In un tempo che teme la morte, egli insegna a chiamarla sorella.
Otto secoli dopo, il Transito di Francesco non segna una fine, ma un passaggio ancora aperto. La pace che egli ha accolto come dono continua a cercare cuori disposti a riceverla. E forse, oggi più che mai, il mondo attende non tanto nuovi discorsi sulla pace, quanto uomini e donne che – come il Poverello – abbiano il coraggio di viverla fino in fondo.
