Non un discorso astratto, ma una consegna di vita. Non un’esortazione moralistica, ma una parola che nasce dall’esperienza. L’incontro di Papa Leone XIV con i giovani della diocesi di Roma, svoltosi sabato 10 gennaio nell’Aula Paolo VI, ha avuto il tono caldo e diretto di un dialogo familiare, capace però di toccare alcune delle ferite più profonde della condizione giovanile contemporanea: la solitudine, la frammentazione delle relazioni, la fatica di trovare senso.
Fin dai saluti iniziali, prima ancora di entrare in Aula, il Papa ha voluto rompere la distanza: «Quanto mi piacerebbe che tutti potessimo stare insieme, non solo con lo schermo ma personalmente». È una frase semplice, ma rivelatrice di un tratto forte del suo magistero nascente: la centralità dell’incontro reale, contro una cultura che moltiplica connessioni ma impoverisce le relazioni.
La solitudine nell’epoca dei “like senza affetto”
Nel cuore del discorso, Leone XIV ha dato voce a ciò che molti giovani vivono ma faticano a nominare: «Si può essere isolati anche in mezzo a tante persone». È la solitudine che nasce non dal silenzio, ma dal frastuono; non dall’assenza, ma dalla sovrabbondanza di stimoli. «Una vita di link senza relazione o di like senza affetto ci delude», ha detto il Papa, cogliendo con lucidità il paradosso dell’era digitale.
Non c’è però nel suo sguardo alcuna condanna generazionale. Al contrario, emerge una fiducia profonda nei giovani come “cercatori di comunione”, capaci di trasformare il disagio in sensibilità, la ferita in apertura all’altro. La solitudine, se attraversata, può diventare luogo di risveglio.
“Non siamo soli”: la fede come esperienza condivisa
Uno dei passaggi più intensi è nato da un riferimento personale: il messaggio di una nipote che chiedeva al Papa come facesse a portare il peso delle preoccupazioni del mondo. La risposta è stata disarmante nella sua semplicità: «In gran parte, siete voi. Perché non siamo soli».
Qui la fede cristiana viene restituita alla sua dimensione originaria: non ideologia, ma compagnia. Non rifugio individuale, ma cammino condiviso. «Quando siamo uniti – ha detto – non c’è difficoltà che non possiamo superare». È una visione profondamente ecclesiale, in cui la Chiesa appare come spazio di fraternità concreta, capace di sostenere la vita anche nei momenti più bui.
Giovani come testimoni di speranza
Il Papa ha collegato l’incontro con i giovani romani all’esperienza del Giubileo, che ha visto arrivare a Roma migliaia di coetanei da tutto il mondo. Da pellegrini di speranza, i giovani sono ora chiamati a diventarne testimoni, nei luoghi ordinari della vita: parrocchie, scuole, università, famiglie, associazioni.
Senza illusioni: «Non aspettatevi che il mondo vi accolga a braccia aperte». Ma con una certezza: la testimonianza vale più dell’audience, l’amicizia sincera più della visibilità. Cambiare la società – ha insistito Leone XIV – passa anzitutto dal cambiamento di sé, dal cuore.
Santità e vita “sana”
Un passaggio particolarmente significativo è stato quello dedicato alla santità, proposta non come ideale irraggiungibile, ma come vita buona e sana. «La parola “santa” ha la stessa radice di “sana”», ha ricordato il Papa, invitando i giovani a prendersi cura della propria vita, anche evitando quelle dipendenze che oggi imprigionano molti.
La santità, così intesa, non è evasione spirituale ma responsabilità concreta: accompagnarsi, sostenersi, aiutarsi a vivere in pienezza. «Non abbiate paura di accettare questa responsabilità», ha detto, con il tono di chi affida qualcosa di prezioso.
L’amicizia che genera pace
In continuità con la Veglia del Giubileo a Tor Vergata, Leone XIV ha rilanciato una convinzione che attraversa tutto il suo intervento: l’amicizia con Cristo è la stella polare della vita. Quando le amicizie umane riflettono questo legame, diventano capaci di generare pace, di trasformare il mondo dal basso, senza clamore.
È una visione controcorrente, che rifiuta sia il cinismo sia l’attivismo vuoto. La pace – ha ricordato – non nasce dalla forza o dal denaro, ma dall’amore che si dona, dalla preghiera che libera il cuore, dall’Eucaristia che accende il fuoco interiore.
Una Chiesa viva
Nel saluto finale, il Papa ha ringraziato i giovani per l’amore alla Chiesa di Roma, con un’affermazione che suona come un sigillo di speranza: «La Chiesa di Roma è viva». Viva perché abitata da giovani che cercano, che si interrogano, che non si rassegnano alla superficialità.
È forse questa l’immagine che resta più impressa dell’incontro: una Chiesa che non teme le domande dei giovani, perché sa che in esse si nasconde già un desiderio di verità. E un Papa che, con linguaggio semplice e profondo, accompagna questo desiderio indicando una strada antica e sempre nuova: l’amicizia con Cristo, che non lascia mai soli.
