Il Mali non è soltanto una crisi geopolitica: è una ferita aperta dell’Africa contemporanea. Negli ultimi mesi, mentre l’attenzione internazionale si concentra altrove, il Sahel è precipitato in una spirale di violenza sempre più opaca e radicale. Le operazioni militari condotte dall’esercito maliano con il sostegno di forze russe — eredi dirette del gruppo Wagner — continuano a produrre un tributo altissimo di vittime civili. Villaggi svuotati, esecuzioni sommarie, corpi mutilati, violenze sessuali usate come strumento di intimidazione collettiva: non sono episodi isolati, ma un metodo che si consolida.
I fatti più recenti confermano una tendenza ormai strutturale. Nelle regioni centrali del Paese, in particolare nelle aree abitate da comunità fulani, le operazioni “antiterrorismo” si traducono sempre più spesso in punizioni collettive. La distinzione tra combattenti e civili si dissolve, e con essa l’idea stessa di protezione della popolazione. È una guerra che colpisce il tessuto umano prima ancora dei gruppi armati.
In questo contesto, la presenza russa viene presentata da alcune autorità locali come una scelta di sovranità, un’alternativa all’Occidente percepito come paternalista. Ma l’Africa conosce bene questa narrazione. E sa anche riconoscere quando l’anti-colonialismo si trasforma in una nuova forma di dominio: meno retorico, più brutale, più indifferente alla vita delle persone.
Qui emerge una questione decisiva, che non riguarda solo il Mali ma l’intero continente: il rapporto con il limite. Quando la sicurezza diventa assoluta, tutto il resto diventa sacrificabile. Il civile, l’anziano, il malato, il sospetto per appartenenza etnica o territoriale. È una logica che l’Africa ha già subito nel Novecento, e che oggi ritorna sotto altre bandiere.
Papa Leone XIV, nei suoi primi interventi sullo scenario internazionale, ha richiamato con forza proprio questo punto: nessuna stabilità è autentica se nasce dalla negazione della dignità umana. Rivolgendosi ai rappresentanti dei Paesi africani accreditati presso la Santa Sede, ha parlato del rischio di una “sicurezza disumana”, che protegge gli interessi ma distrugge i popoli. Un monito che risuona con particolare forza nel Sahel, dove il corpo del civile è diventato campo di battaglia e messaggio politico.
La Chiesa africana, che conosce dall’interno queste dinamiche, continua a denunciare una violenza che non porta pace. Vescovi, catechisti, operatori pastorali raccontano di comunità spezzate dalla paura, di giovani reclutati o eliminati, di famiglie costrette alla fuga. È l’Africa reale, lontana dalle narrazioni geopolitiche semplificate, che paga il prezzo più alto.
Colpisce, in questo quadro, il silenzio selettivo della comunità internazionale. Le atrocità non mancano, ma mancano le parole. E quando il racconto viene meno, anche la responsabilità si attenua. Il Mali diventa così un laboratorio di assuefazione morale: ciò che sarebbe inaccettabile altrove viene tollerato perché accade “lontano”.
Papa Leone XIV ha insistito su un punto che interpella direttamente anche l’Europa: l’Africa non è una periferia della storia, ma un luogo in cui si decide il futuro dell’umanità. Ignorare ciò che accade nel Sahel significa accettare un mondo in cui alcune vite valgono meno di altre, e in cui la violenza diventa un linguaggio normale delle relazioni internazionali.
Raccontare il Mali oggi non significa prendere posizione per una potenza o contro un’altra. Significa riconoscere un limite che non può essere oltrepassato. Significa affermare che nessuna lotta al terrorismo, nessuna sovranità, nessuna alleanza giustifica la distruzione sistematica del civile. E significa ascoltare l’Africa non come problema, ma come coscienza ferita che continua a interrogare il mondo.
