Escalation in Venezuela e bullismo politico. Trump minaccia chiusura spazio aereo su uno Stato sovrano
La dura reazione di Caracas alla presunta minaccia di Donald Trump di “chiudere totalmente” lo spazio aereo venezuelano riaccende lo scontro tra sovranità nazionale e potere globale. Tra accuse di “aggressione colonialista”, richiami al diritto internazionale e la sospensione dei voli di rimpatrio, la crisi rivela quanto fragile sia oggi l’equilibrio geopolitico dell’America Latina.
C’è sempre un momento, nella lunga storia delle tensioni tra Washington e Caracas, in cui la geopolitica smette di essere un freddo esercizio di potere e torna a parlare il linguaggio antico dell’onore ferito. Stavolta è accaduto a proposito di un cielo: quello venezuelano, che il presidente Donald Trump avrebbe minacciato di “chiudere totalmente”. Una formula brutale, dal sapore muscolare, che a Caracas è risuonata come un tuono coloniale fuori tempo massimo.
La reazione del governo Maduro non si è fatta attendere. Non poteva: da anni il chavismo vive di queste collisioni simboliche, dove ogni parola americana diventa benzina per un nazionalismo che, pur logorato, continua a funzionare come cemento politico. E così, da un canale Telegram governativo, è arrivato un comunicato densissimo, impregnato dell’antico vocabolario anti-imperialista: “aggressione extravagante”, “minaccia colonialista”, “atto hostil e arbitrario”. La grammatica è sempre quella, ma la sostanza resta delicata: chi può davvero permettersi di chiudere il cielo di un altro Paese?
Dietro la retorica infuocata, un punto vero e non negoziabile esiste: il diritto internazionale non è un’opinione. Il cielo di uno Stato è territorio, e un territorio non si sequestra con un post sui social. Il vecchio Articolo 1 della Convenzione di Chicago — quello sulla sovranità esclusiva sugli spazi aerei — è citato a memoria da qualunque studente di diritto: non ci vuole essere bolivariani per riconoscerne l’evidenza. E se davvero ci fosse stata un’intenzione di esercitare un potere extraterritoriale, saremmo di fronte a un precedente pericoloso.
Ma la crisi ha un altro risvolto, più silenzioso, e più amaro. La sospensione unilaterale dei voli destinati alla repatriación dei venezuelani — quei voli della “Vuelta a la Patria” che riportavano a casa chi non ce l’aveva fatta altrove — non è solo un episodio di frizione diplomatica. È un taglio che incide sulla carne viva delle persone: famiglie in attesa, esistenze sospese in aeroporti lontani, un popolo disperso che da anni cerca di ritornare a una normalità che sfugge sempre un passo più in là.
In questo scenario, la dichiarazione di Caracas chiede alla comunità internazionale di prendere posizione. Invoca Bolívar, come sempre, e parla di “pace continentale” minacciata. E qui torna la vecchia domanda latinoamericana, mai risolta: quanto pesa davvero la sovranità di una nazione quando la mappa del potere globale si ridisegna ogni cinque minuti? E quanto spazio resta per l’equilibrio quando la diplomazia si riduce a un clacson su X, e i comunicati diventano armi retoriche in un gioco sempre più scomposto?
Eppure, il destino dell’America Latina non può essere quello di un cortile dove gli imperi — veri o presunti — regolano conti sospesi. Non può, non deve. Gli spazi aerei, come le frontiere, come le vite di chi migra, non sono scenografie per duelli politici. Sono beni comuni, fatti di connessioni, rotte, diritti, necessità umane.
Si può discutere del Maduro politico, del suo regime, della sua gestione economica. Ma non si può legittimare la tentazione, sempre più diffusa nel mondo, di considerare i confini degli altri come linee tratteggiabili a piacimento. Perché ogni volta che si cede a questa logica, un pezzo del diritto internazionale si incrina. E quando il diritto cede, di solito arriva la forza.
Forse la vera domanda, oggi, non è se Trump abbia davvero intenzione di chiudere il cielo venezuelano. Ma se il mondo abbia ancora la capacità — e la volontà — di volare sopra le tempeste politiche senza trasformare ogni nuvola in una minaccia.
Caracas e Washington continueranno a polemizzare, come sempre. Ma sopra di loro resta un cielo che non appartiene a nessun caudillo né a nessun presidente: appartiene agli uomini e alle donne che lo attraversano, e che meritano che almeno quello, il cielo, resti un luogo di libertà.
