La CAF 2026 tra universalità del calcio africano e cattivo esempio
La finale della Coppa d’Africa 2026 resterà negli annali. Ma non solo – e forse non soprattutto – per il suo valore sportivo. Resterà come una finale sorprendente, drammatica, globale, capace di catalizzare l’attenzione del mondo intero sul calcio africano, e allo stesso tempo come una partita che ha mostrato tutte le fragilità regolamentari e culturali di una competizione cresciuta più in visibilità che in maturità istituzionale.
Da un lato, è impossibile non riconoscere quanto il calcio africano sia ormai pienamente entrato nel circuito universale: qualità tecnica, intensità fisica, protagonisti che militano nei maggiori campionati europei, stadi pieni, pressione mediatica enorme. Senegal e Marocco hanno giocato una finale degna di questo status. Dall’altro, proprio perché il palcoscenico era mondiale, ciò che è accaduto nel finale pesa come un macigno.
Marocco e Senegal si sono equivalsi nei tempi regolamentari. Controllo del gioco, occasioni create da entrambe ke squadre. Il Marocco, paese ospitante era condizionato da un’attesa nazionale che da cinquant’anni aspettava quel titolo; il Senegal sentiva il peso di essere la squadra ospite davanti a un pubblico ostile.
Poi arriva l’episodio che cambia tutto. Minuto 98. VAR. Rigore per il Marocco. Decisione formalmente legittima, discutibile come tutte le decisioni arbitrali, ma presa dopo revisione video, secondo le regole del gioco. Ed è qui che la finale deraglia.
Il Senegal abbandona il campo. Tutti. Allenatore in testa. Un gesto clamoroso, infantile, antisportivo. Una protesta collettiva che nulla ha a che fare con la dignità di una squadra campione d’Africa. Un precedente gravissimo: perché se una squadra può sospendere una finale per contestare una decisione arbitrale, allora il principio stesso della competizione salta.
In quel momento, il calcio africano – che tanto chiede rispetto – si è fatto del male da solo.
L’unica figura che esce moralmente intatta, anzi ingigantita, è Sadio Mané. Il capitano che si rifiuta di seguire i compagni, che resta in campo, che richiama uno a uno i suoi giocatori gridando: “Torniamo a giocare come uomini”. Un gesto di leadership autentica, di sportività vera, che vale più di mille dichiarazioni ufficiali. Mané ha salvato la finale dal ridicolo amministrativo e, paradossalmente, ha salvato anche il Senegal da se stesso.
L’ironia – crudele e perfetta – vuole che il Marocco sbagli il rigore. Brahim Díaz, schiacciato dalla tensione e convinto forse di avere già il titolo in tasca, tenta un tiro a cucchiaio che finisce tra le mani di Édouard Mendy. Il destino si prende gioco di tutti.
Si va ai supplementari. E lì, quando le emozioni sono ancora a pezzi, arriva il calcio vero: una grande azione individuale di Pape Gueye, centrocampista del Villarreal, che sfonda, resiste ai contrasti e scarica un sinistro violento sotto la traversa. Gol. Vittoria. Titolo che torna al Senegal.
Sportivamente, nulla da dire: il Senegal è stato la squadra migliore. Ma il modo in cui ci si è arrivati lascia un retrogusto amaro. Perché quel titolo sarà ricordato non solo per il gol, ma per quei dieci minuti surreali di protesta, per l’uscita dal campo, per un atteggiamento revanscista che non può essere normalizzato.
La CAF dovrà interrogarsi seriamente. I regolamenti vanno rivisti, chiariti, rafforzati. Non è accettabile che una finale continentale possa essere sospesa di fatto da una squadra senza conseguenze immediate. Il VAR esiste proprio per limitare l’arbitrio e le proteste. Contestarlo abbandonando il campo è un atto che mina la credibilità della competizione.
Questa finale dimostra due cose insieme. La prima: il calcio africano è ormai centrale, spettacolare, seguito ovunque. La seconda: senza una cultura sportiva condivisa, senza regole applicate con fermezza, il rischio è che la crescita tecnica non sia accompagnata da una crescita istituzionale.
Il Senegal ha vinto. Meritatamente.
Ma l’esempio lasciato – al netto della grandezza di Mané – non è degno di una Coppa d’Africa che vuole stare stabilmente tra le grandi del calcio mondiale.
E questo, più del risultato, è il vero tema che la CAF non può permettersi di ignorare.
