Leone XIV celebra in Piazza San Pietro la Messa del giorno di Pasqua e impartisce dalla loggia della basilica la benedizione Urbi et Orbi
C’è una frase nel messaggio Urbi et Orbi di Leone XIV che vale la pena fermarsi a leggere due volte, lentamente: “La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta.” Non è una frase liturgica. Non è un topos omiletico. È una presa di posizione. Pronunciata dalla loggia centrale di San Pietro, davanti a un mondo che in questo momento conta almeno una dozzina di guerre attive, suona come qualcosa di più di un augurio pasquale. Suona come un programma.
Leone XIV è un papa che non urla. E in un’epoca in cui tutti urlano — i potenti per intimorire, i profeti per farsi sentire, i social per esistere — questo silenzio di tono ha il suo peso specifico. La sua omelia di questa mattina era costruita con la pazienza di un artigiano: nessuna frase ad effetto, nessuna scossa emotiva calcolata, nessuna retorica della crisi. Eppure dentro c’era tutto — la morte, la guerra, la solitudine, il peccato, la stanchezza. Elencati con quella semplicità disarmante che è il contrario della banalità: è la semplicità di chi ha pensato le cose fino in fondo e ha deciso di non nascondersi dietro le parole difficili.
Il riferimento a Francesco non era protocollare. “Un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole” — una riga sola, densa come una pietra. Leone XIV non ha cancellato il suo predecessore, non ha rivendicato discontinuità, non ha costruito la propria identità in opposizione. Ha semplicemente continuato, portando avanti un filo senza fare gesto di chi lo raccoglie da terra. C’è una maturità in questo che va oltre la diplomazia ecclesiastica.
Quello che colpisce di più, però, è l’immagine che sceglie per descrivere la risurrezione. Non il terremoto, non la gloria abbagliante, non gli angeli in armi. Un chicco di grano che marcisce nella terra e trova un varco tra le zolle. E poi — e qui la teologia diventa quasi poesia — “un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e prega per chi lo ha offeso.” È questa, dice, la vera forza che porta la pace. Non la deterrenza. Non l’equilibrio degli armamenti. Non la pax imposta dalla potenza del più forte. Una forza che assomiglia alla debolezza — e che i potenti, da sempre, non sanno cosa farsene.
Viene in mente, leggendo queste parole, il contrasto stridente con certe retoriche religiose che attraversano l’Atlantico in questo momento. Lì si parla di Dio come di un generale che schiera i suoi eletti contro il caos, di leader politici benedetti nello Studio Ovale come cavalieri contro il nemico, di confini sacri da difendere con la violenza in nome di un patto primordiale. Qui, a Roma, un uomo vestito di bianco dice che la risurrezione è simile a un chicco di grano che germoglia nel buio, e che chi ha armi in mano le deponga.
Non sono la stessa religione. Usano le stesse parole — Cristo, risurrezione, popolo eletto, speranza — ma le abitano in modo radicalmente opposto. E la differenza non è di dettaglio teologico: è la differenza tra una fede che legittima il potere e una fede che lo interroga, tra un Dio che protegge i forti e un Dio che si lascia crocifiggere dai forti per stare dalla parte dei deboli.
Leone XIV ha concluso la sua omelia con un’immagine semplice: corriamo come Maria di Magdala, portate la gioia della risurrezione. Maria di Magdala — lo ricordiamo dall’omelia patristica — camminava nel buio, pensava che avessero rubato un cadavere, scambiò il Risorto per un giardiniere. Non era un testimone perfetto. Era una donna che amava e non capiva ancora. Ed è esattamente a lei — non ai potenti, non ai certi, non agli intoccabili — che il Risorto si manifesta per primo.
Forse è questo il messaggio più sovversivo di questa Pasqua. Non sta nelle encicliche, non sta nei comunicati della Segreteria di Stato. Sta nel fatto che il primo annuncio della risurrezione fu affidato a qualcuno che piangeva, nel buio, convinta di aver perso tutto.
Surrexit Christus, spes mea. E lo disse, per prima, chi non se lo aspettava.

