La rielezione di Yoweri Museveni alla presidenza dell’Uganda non ha sorpreso nessuno. Al potere ininterrottamente dal 1986, l’81enne capo di Stato è stato proclamato vincitore delle elezioni presidenziali del gennaio 2026 con oltre il 71% dei voti, secondo i dati ufficiali diffusi dalla Commissione elettorale. Il suo principale sfidante, Bobi Wine, si è fermato poco sotto il 25%.
La rielezione di Yoweri Museveni alla presidenza dell’Uganda non ha sorpreso nessuno. Al potere ininterrottamente dal 1986, l’81enne capo di Stato è stato proclamato vincitore delle elezioni presidenziali del gennaio 2026 con oltre il 71% dei voti, secondo i dati ufficiali diffusi dalla Commissione elettorale. Il suo principale sfidante, Bobi Wine, si è fermato poco sotto il 25%.
Un risultato che prolunga a quasi quarant’anni il dominio politico dell’ex leader guerrigliero, ma che arriva in un contesto segnato da forti contestazioni, denunce di repressione e crescenti tensioni interne.
Un voto sotto controllo
Secondo numerosi osservatori africani e internazionali, il processo elettorale si è svolto in un clima caratterizzato da pressioni sistematiche sull’opposizione, arresti mirati e restrizioni alle libertà civili. Le autorità hanno fatto ampio ricorso agli apparati di sicurezza e, alla vigilia del voto, hanno nuovamente sospeso l’accesso a internet, una misura ormai ricorrente nelle tornate elettorali ugandesi.
Il presidente della Commissione elettorale, Simon Byabakama, ha certificato la vittoria di Museveni, ma le critiche non si sono fatte attendere. Secondo diversi osservatori, il controllo dell’esecutivo sulle istituzioni elettorali e sulle forze armate ha inciso profondamente sulla credibilità del voto.
Bobi Wine: “Risultati falsati”
Il principale oppositore, Bobi Wine – al secolo Robert Kyagulanyi, 43 anni, musicista divenuto simbolo della protesta urbana – ha respinto i risultati, parlando apertamente di frode elettorale e invitando la popolazione a mobilitarsi.
Nelle ore immediatamente successive al voto, il suo partito ha denunciato un raid delle forze di sicurezza presso la sua abitazione. Lo stesso Bobi Wine ha dichiarato di essere riuscito a sottrarsi all’arresto, mentre la moglie e alcuni familiari sarebbero rimasti sotto sorveglianza. Ha inoltre riferito di incursioni notturne, interruzioni di corrente e sorvoli di elicotteri sopra la sua residenza.
Le autorità hanno smentito ogni accusa di assedio, parlando di semplici misure preventive per evitare disordini.
Kampala blindata
Nella capitale Kampala, la presenza delle forze di sicurezza è stata rafforzata per prevenire proteste sul modello di quelle esplose recentemente in altri Paesi dell’Africa orientale. Testimonianze raccolte sul posto parlano di quartieri svuotati, commercianti intimoriti e un clima diffuso di paura.
Alcuni residenti hanno riferito di droni e mezzi aerei in funzione durante la notte e di posti di blocco nelle zone considerate sensibili. Le autorità sostengono che si tratti di misure necessarie per garantire la sicurezza pubblica.
Le denunce internazionali
Le critiche più dure sono arrivate anche da organismi internazionali. Le Nazioni Unite hanno parlato di un voto segnato da repressione e intimidazione generalizzate. Gli osservatori dell’Unione Africana e di diversi blocchi regionali hanno denunciato arresti arbitrari, rapimenti di esponenti dell’opposizione, pressioni sui media e sulla società civile.
Secondo queste valutazioni, il comportamento delle forze di sicurezza avrebbe minato la fiducia dei cittadini nel processo democratico.
Le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, riferiscono che centinaia di sostenitori di Bobi Winesono stati arrestati nel corso della campagna elettorale. L’oppositore, che da tempo appare in pubblico con un giubbotto antiproiettile, ha più volte denunciato violenze e intimidazioni contro i quadri del suo movimento.
Violenza e ferite aperte
Il giorno del voto non è stato esente da episodi violenti e gravi problemi organizzativi, con ritardi e disfunzioni in numerose aree del Paese. Esponenti dell’opposizione hanno denunciato anche vittime civili, mentre la polizia ha parlato di scontri armati provocati da assalti ai centri di scrutinio.
Sullo sfondo resta anche il caso di Kizza Besigye, storico oppositore di Museveni, già candidato più volte alla presidenza, che rimane detenuto dopo essere stato riportato con la forza in Uganda nel 2024.
Continuità politica, instabilità democratica
Con questa rielezione, Museveni consolida un sistema di potere fondato sulla continuità, sulla sicurezza e sul controllo, ma sempre più distante dagli standard democratici invocati dalla comunità internazionale. L’Uganda resta così sospesa tra stabilità autoritaria e una crescente domanda di cambiamento proveniente soprattutto dalle nuove generazioni urbane.
Il settimo mandato del presidente si apre dunque sotto il segno di una legittimità contestata e di un Paese profondamente polarizzato, dove il nodo della successione e delle riforme democratiche appare ancora una volta rinviato.
