Ipotesi di un possibile disturbo mentale di Donald Trump
Cominciamo dalla fine, che è anche l’immagine più surreale di questa storia surreale. Gennaio 2026: Donald Trump ha appena fatto catturare Nicolás Maduro in un blitz notturno a Caracas — forze speciali, bombardamenti, flotta navale, il presidente venezuelano portato via ammanettato e con una maschera sugli occhi. Pochi giorni dopo, Trump pubblica su Truth Social una foto clonando una pagina Wikipedia in cui, tra i suoi incarichi ufficiali, compare anche quello di «presidente facente funzioni del Venezuela». E poi, in una conferenza stampa, aggiunge con quella leggerezza che è diventata il suo registro naturale: «Il mio rating nei sondaggi è più alto di quello di chiunque altro in Venezuela. Dopo che avrò finito con gli affari, potrei andare lì, imparare rapidamente lo spagnolo e candidarmi alla presidenza».
Non era una battuta. O almeno, non era chiaro se fosse una battuta. E questo è esattamente il problema.
Siamo abituati da anni a chiederci dove finisca la provocazione deliberata di Trump e dove cominci qualcosa di diverso — qualcosa che diversi medici, senatori e persino membri della sua stessa amministrazione hanno cominciato a nominare sottovoce, con la cautela di chi sa che le parole hanno conseguenze. La domanda che nessuno vuole fare ad alta voce, ma che aleggia sopra ogni conferenza stampa, ogni post su Truth Social, ogni apparizione pubblica del presidente degli Stati Uniti, è questa: questo uomo sta bene?
I segnali si sono accumulati con una frequenza che rende difficile liquidarli come episodi isolati. A ottobre 2025, durante una visita ufficiale in Giappone, Trump è stato filmato mentre si allontanava disorientato dalla premier Takaichi nei giardini del palazzo imperiale di Akasaka, staccandosi dalla delegazione senza apparente ragione, con lo sguardo perso. A dicembre, durante una riunione di gabinetto, è stato fotografato mentre si addormentava. A gennaio 2026, in un discorso a Davos davanti ai leader economici mondiali, ha confuso almeno quattro volte la Groenlandia con l’Islanda — non una svista, non un lapsus: quattro volte, davanti alle telecamere di mezzo mondo. Poi c’è la lettera alla Norvegia sulla Groenlandia, quella che il senatore democratico Andy Kim ha definito «imbarazzante e fuori controllo» e il suo collega Chris Murphy «i vaneggiamenti di un uomo che ha perso il contatto con la realtà». Analisti medici interpellati da NBC News hanno evocato pubblicamente l’Alzheimer e la demenza frontotemporale. Trump ha risposto — in lettere maiuscole, su Truth Social — di non essere mai stato meglio in vita sua.
In agosto, quando Vance aveva dichiarato di essere «pronto a diventare presidente», i social americani erano esplosi di speculazioni. Una foto che Trump aveva condiviso di se stesso risultava scattata giorni prima rispetto alla data pubblicata. A settembre, durante la commemorazione dell’11 settembre al Pentagono, il lato destro del suo viso era visibilmente abbassato, alimentando nuove ipotesi di un possibile ictus ischemico. In ottobre, il Wall Street Journal aveva rivelato che stava aumentando le dosi di aspirina ignorando i consigli medici e che aveva chiesto di partecipare a «meno riunioni, più importanti». A dicembre, una voce non identificata e la reazione del ministro della Giustizia Pam Bondi durante una conferenza stampa avevano generato voci — smentite dalla Casa Bianca con una dichiarazione scritta — su un incidente imbarazzante nello Studio Ovale.
Sullo sfondo di questo declino documentato o presunto, le uscite pubbliche del presidente assumono un carattere sempre più difficile da classificare. A maggio 2025, nell’imminenza del conclave per l’elezione del successore di papa Francesco, Trump aveva prima dichiarato ai giornalisti «mi piacerebbe diventare papa, sarebbe la mia prima scelta, nessuno lo farebbe meglio di me», e poi aveva pubblicato sui social ufficiali della Casa Bianca — e sul suo profilo Truth — un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che lo ritraeva in abito talare bianco, mitra, crocifisso dorato al collo, nell’atto di impartire la benedizione. La Conferenza episcopale di New York aveva risposto con una nota che definiva il post «offensivo». Il cardinale Dolan — lo stesso che Trump aveva indicato come suo candidato preferito alla cattedra di Pietro — aveva detto ai giornalisti, usando l’espressione italiana: «As the Italians say, it was brutta figura». Trump si era giustificato dicendo di non sapere da dove venisse l’immagine, di averla vista solo la sera prima, di non aver avuto nulla a che fare con la sua pubblicazione. Sull’account ufficiale della Casa Bianca.
Poi era arrivato ottobre. Quasi sette milioni di persone erano scese in piazza in duemilasettecento città americane per le proteste «No Kings», il movimento di opposizione più largo e visibile da quando Trump aveva cominciato il suo secondo mandato. Il presidente aveva risposto con due video generati dall’intelligenza artificiale, pubblicati su Truth Social. Nel primo, indossava una corona reale e salutava i sudditi dal balcone della Casa Bianca. Nel secondo — sulle note di Danger Zone di Kenny Loggins, reso famoso da Top Gun — pilotava un jet militare con la scritta «King Trump» e dall’alto dei cieli sgainciava carichi di letame sui manifestanti. Il video durava diciannove secondi. Non era accompagnato da alcun commento. Non ne aveva bisogno.
È difficile stabilire dove finisca la strategia della provocazione — quella deliberata, quella calcolata per dominare il ciclo dell’informazione, quella che Trump pratica da decenni con la maestria del professionista — e dove inizi qualcosa di meno controllato. La differenza tra un uomo che sceglie consapevolmente di comportarsi in modo scandaloso e un uomo che non riesce più a distinguere tra ciò che è appropriato e ciò che non lo è non è sempre visibile dall’esterno. È però una differenza che conta enormemente, quando quell’uomo ha i codici nucleari.
Quello che è certo è che il quadro complessivo — le gaffes geografiche, i cedimenti fisici documentati, le uscite sempre più imprevedibili, l’autoproclamazione a presidente del Venezuela, la foto da papa, il letame sui manifestanti — ha cominciato a preoccupare anche chi non appartiene all’opposizione. Il Washington Times, non esattamente un giornale progressista, ha scritto che il problema di Vance è che «il Teflon funziona solo per Trump». Il sottotesto è chiaro: ciò che in Trump viene percepito come stravaganza geniale, in un imitatore risulta semplicemente stravagante. Ma il sottotesto del sottotesto è ancora più inquietante: e se il Teflon di Trump non fosse una strategia, ma un sintomo?
I presidenti invecchiano in fretta. La storia americana è piena di uomini che sono entrati alla Casa Bianca in piena forma e ne sono usciti consumati. Trump ha settantotto anni, è il presidente più anziano nella storia degli Stati Uniti, e governa nel mezzo di una guerra con l’Iran, di un’occupazione de facto del Venezuela, di una guerra commerciale con mezzo mondo e di tensioni con la Cina che crescono ogni settimana. Le decisioni che prende ogni giorno riguardano la vita e la morte di migliaia di persone, il prezzo del gas alle pompe di tutta Europa, la stabilità di regioni che il mondo non può permettersi di vedere bruciare.
In questo contesto, la domanda sulla lucidità del presidente non è un pettegolezzo. È una questione costituzionale. Gli Stati Uniti hanno il Venticinquesimo Emendamento per questo: stabilisce le procedure per rimuovere un presidente che non è più in grado di svolgere le sue funzioni. Nessuno, nel partito repubblicano, sembra disposto a evocarlo. Vance ha dichiarato di essere «pronto». I generali eseguono. I ministri tacciono.
E Trump, nel frattempo, studia lo spagnolo.
