Trump e Hegseth vogliono un esercito obbediente, non un esercito autonomo

Quando il Capo di Stato Maggiore dell’esercito americano viene spinto al pensionamento immediato nel mezzo di un conflitto, senza spiegazioni pubbliche, non siamo davanti a una normale rotazione. Siamo davanti a un segnale politico. La rimozione del generale Randy George, sostituito ad interim dal generale Christopher LaNeve, si inserisce in una più ampia serie di epurazioni ai vertici militari sotto Donald Trump e Pete Hegseth, e alimenta il timore che la Casa Bianca stia trasformando il Pentagono da istituzione costituzionale in strumento di fedeltà personale.  

C’è un momento in cui una nomina o una rimozione smette di essere amministrazione e diventa dottrina. Il licenziamento del generale Randy George appartiene a questa seconda categoria. Non perché negli Stati Uniti il potere civile non possa cambiare i vertici militari: può farlo, e la subordinazione delle forze armate al potere eletto resta un pilastro della democrazia americana. Ma qui il punto è un altro. Il punto è il modo. Il punto è il contesto. Il punto è la ripetizione.

George, nominato nel 2023 e teoricamente destinato a restare fino al 2027, è stato accompagnato alla pensione con effetto immediato dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, nel mezzo delle operazioni americane contro l’Iran, senza che il Pentagono abbia offerto una motivazione operativa o disciplinare pubblica. Assieme a lui sono stati rimossi anche il generale David Hodne e il maggiore generale William Green, mentre Christopher LaNeve ha assunto l’incarico ad interim con la piena fiducia dichiarata del vertice politico.  

Non è difficile capire perché la vicenda abbia inquietato una parte del mondo militare e politico americano. In tempo di guerra, il licenziamento improvviso del capo dell’esercito è un atto eccezionale già di per sé. Ma diventa ancora più grave se si colloca dentro una sequenza che, ormai, ha il profilo di una purga. Reuters ha ricordato che già nel febbraio 2025 Trump aveva rimosso il chairman del Joint Chiefs of Staff, il generale C.Q. Brown, e altri cinque ammiragli e generali in quello che l’agenzia definì uno scossone senza precedenti ai vertici militari statunitensi. Da allora, altri capi sono stati allontanati o spinti fuori, compresi alti responsabili dell’intelligence militare.  

È questa la vera notizia. Non il singolo siluramento, ma il criterio che lo rende possibile. L’impressione crescente è che Trump e Hegseth non stiano semplicemente scegliendo uomini di fiducia. Stiano cercando uomini di conformità. Non comandanti capaci di dire la verità professionale al potere politico, ma esecutori capaci di “implementare la visione” dell’amministrazione “senza fallo”, come ha detto il portavoce del Pentagono parlando di LaNeve. In quella formula apparentemente burocratica c’è tutta la filosofia del nuovo corso: l’autonomia professionale del militare viene guardata con sospetto, la fedeltà personale viene elevata a criterio strategico.  

Mediafighter dovrebbe dirlo senza mezzi termini: qui non si intravede una semplice riorganizzazione. Si intravede un progetto di disciplinamento politico delle forze armate. Il che non significa necessariamente un colpo di mano spettacolare o una rottura formale della legalità. Il trumpismo agisce in modo più sottile e per questo più pericoloso: resta dentro la cornice dei poteri legittimi, ma ne svuota progressivamente lo spirito. Formalmente, il presidente e il suo segretario alla Difesa hanno il diritto di rimuovere. Politicamente, però, la domanda è un’altra: stanno rimuovendo per ragioni di efficacia militare o per sostituire una cultura istituzionale con una cultura di fazione?

Le parole del senatore democratico Jack Reed vanno prese sul serio non perché pronunciate dall’opposizione, ma perché toccano il nodo centrale: la degradazione e la politicizzazione dell’esercito. Reed ha parlato di ufficiali “professionali irreprensibili, leali alla Costituzione”, e ha denunciato il rischio di una deriva grave. Che questa preoccupazione emerga proprio mentre gli Stati Uniti sono impegnati contro l’Iran rende il quadro ancora più pesante. In guerra, più che mai, il rapporto tra vertice politico e vertice militare dovrebbe poggiare su fiducia istituzionale, non su epurazioni opache.  

In fondo il problema è antico: ogni leader populista diffida delle istituzioni che non può teatralizzare del tutto. La magistratura, perché interpreta. L’amministrazione, perché resiste. L’intelligence, perché sa cose scomode. I militari di carriera, perché rispondono a una catena di comando e a una cultura professionale che non coincide automaticamente con l’umore del capo. Per questo Trump, al suo ritorno, sembra aver imboccato una strada precisa: ridurre tutte le grandi istituzioni federali a organi di esecuzione personale. L’esercito, che nella tradizione americana è potere armato ma non partigiano, diventa così uno dei campi decisivi dello scontro.

E c’è un’altra ragione per cui il caso George pesa più di altri. Un generale può essere sostituito. Un capo di stato maggiore può essere rimosso. Ma se i comandanti iniziano a capire che la loro permanenza dipende meno dalla competenza e più dalla disponibilità a non contraddire la “visione” del vertice politico, allora cambia il comportamento dell’intera catena. Si produce autocensura. Si produce conformismo. Si produce quella malattia silenziosa per cui l’istituzione smette di dire ciò che serve e comincia a dire ciò che conviene. È così che gli apparati si ammalano: non quando vengono occupati rumorosamente, ma quando imparano a obbedire in anticipo.

Gli apologeti del trumpismo obietteranno che ogni amministrazione imprime una linea e che anche in passato presidenti americani hanno silurato generali. È vero. Ma qui l’ampiezza del fenomeno e la mancanza di giustificazioni pubbliche cambiano la natura del problema. Reuters ha sottolineato l’eccezionalità del gesto già nel caso Brown nel 2025; ora, con George e con gli altri ufficiali estromessi, la percezione di una normalizzazione dell’epurazione è ancora più forte. La ripetizione crea sistema. E il sistema, in questo caso, ha un colore politico troppo netto per essere ignorato.  

C’è poi un paradosso che dovrebbe inquietare anche i conservatori seri, non solo i democratici. Un esercito politicizzato è un esercito meno credibile proprio sul terreno che la destra dice di amare di più: l’efficacia. Se i vertici vengono scelti perché affidabili verso il principe anziché verso la Costituzione, la qualità del consiglio strategico si abbassa. Il leader viene protetto dalle cattive notizie. Le valutazioni si addolciscono. Le critiche interne vengono percepite come slealtà. E in guerra questo non produce forza: produce errori più costosi.

Il generale Randy George, in questa storia, conta meno del metodo che il suo licenziamento rivela. Oggi tocca a lui, domani a un altro. Il messaggio ai ranghi è già partito: chi comanda deve allinearsi non solo alle decisioni, ma al linguaggio politico dell’amministrazione. Chi non appare perfettamente traducibile nella “visione” trumpiana può essere messo da parte, anche senza colpa dichiarata, anche senza crisi pubblica, anche senza un fallimento evidente.

È il contrario della tradizione americana migliore, quella che ha sempre distinto tra controllo civile dell’esercito e domesticazione partitica dell’esercito. La prima è democrazia. La seconda è tentazione cesarista. E il fatto che ciò stia accadendo mentre Washington è impegnata in un conflitto aperto con l’Iran rende tutto più grave, non meno. Perché in guerra l’ultima cosa di cui una democrazia ha bisogno è un Pentagono popolato da uomini che si chiedono prima che cosa pensi Trump, e solo dopo che cosa richieda la realtà.

Alla fine il punto è semplice. Trump e Hegseth possono anche presentare queste mosse come efficienza, rinnovamento, allineamento strategico. Ma la sostanza appare diversa: non vogliono soltanto un esercito forte. Vogliono un esercito docile. E quando un potere politico comincia a preferire la docilità alla competenza, il problema non è più solo militare. Diventa costituzionale.