Da Butler al mito della “nuova Israele”, la parabola trumpiana mostra come la politica americana possa ancora trasfigurarsi in religione civile
Il 13 luglio 2024, a Butler, Pennsylvania, un proiettile sfiorò Donald Trump e gli ferì il padiglione auricolare destro. Sul piano medico, un danno limitato. Sul piano simbolico, un’esplosione. Da quell’istante il trumpismo non si è più limitato a difendere un capo politico: ha cominciato a presentarlo come un corpo preservato, eletto, quasi consacrato. Non più solo candidato, ma segno. Non più soltanto leader, ma figura da credere.
Ci sono eventi che non cambiano soltanto il corso di una campagna elettorale. Cambiano il linguaggio con cui una nazione interpreta sé stessa. Butler, Pennsylvania, 13 luglio 2024, è uno di questi. Alle 18.11 circa, la traiettoria di un proiettile interseca il corpo di Donald Trump e lo consegna a un destino simbolico nuovo. La ferita all’orecchio destro, marginale sul piano clinico, diventa massima sul piano della rappresentazione. Il sangue, che in un ordine politico normale dovrebbe rimandare alla vulnerabilità del corpo, viene quasi istantaneamente riletto come prova di una preservazione provvidenziale. La politica, in quell’istante, smette di essere soltanto competizione per il consenso e comincia ad assumere i tratti di una ierofania: un’irruzione del sacro dentro la scena profana.
La sequenza visiva, del resto, fu perfetta. Trump viene colpito, scompare per alcuni istanti sotto il groviglio protettivo degli agenti, quasi una catabasi, una discesa nel buio del pericolo; poi riemerge, il volto segnato dal sangue, il pugno alzato, l’ordine impartito alla folla: “Fight!”. È in quel momento che la scena esce definitivamente dalla cronaca per entrare nell’agiografia politica. Il ferito sopravvissuto diventa il prescelto restituito alla folla. Il sangue non segnala più la possibilità della morte, ma la sua sospensione. E chi guarda non è più invitato a valutare un candidato: è indotto a contemplare una missione.
Qui si attiva un meccanismo che Ernst Kantorowicz aveva spiegato in tutt’altro contesto, ma che si presta in modo impressionante a leggere il trumpismo. La teoria dei due corpi del re distingueva tra il corpo naturale, fragile, corruttibile, mortale, e il corpo politico, che è simbolicamente immortale, perché incarna la continuità e la sovranità. Butler ha fatto questo per Trump: ha esposto il primo corpo per blindare il secondo. La ferita visibile ha reso intoccabile l’autorità invisibile. Da quel momento, per una parte crescente del suo mondo, Trump non è più semplicemente un uomo che può sbagliare, peccare, mentire, essere processato. È un corpo politico-spirituale la cui sopravvivenza sembra certificare una nomina superiore.
Non è senza interesse ricordare, a questo proposito, che nell’ultima newsletter di Bolena, dal titolo La fabbrica dei corpi, Giulia Paganelli sviluppa proprio una riflessione sul tema dell’intoccabilità del sovrano e sullo sdoppiamento del suo corpo: un corpo che, in virtù del ruolo, sembra poter funzionare secondo un doppio registro di giudicabilità morale. È un’intuizione acuta, perché coglie il cuore del problema trumpiano: la costruzione di una figura che può essere ferita nel corpo empirico senza essere toccata nel corpo politico; anzi, che proprio attraverso la ferita rafforza la propria sottrazione al giudizio ordinario.
Ed è qui che la sua retorica compie il salto dall’elettorale al teologico. Quando Trump afferma che Dio era dalla sua parte, non sta più solo chiedendo voti. Sta insinuando che la sua investitura eccede le urne. Il consenso non è più la fonte ultima della sua legittimità; ne diventa semmai la ratifica plebiscitaria. Il fedele non vota il leader: partecipa al miracolo della sua rinascita pubblica.
Questa dinamica, però, non nasce nel vuoto. Anzi, Butler funziona proprio perché tocca un nervo antico della storia americana. Per capirlo bisogna tornare molto indietro, al Seicento, quando tra il 1620 e il 1640 circa ventimila puritani lasciarono l’Inghilterra per il New England. La Mayflower del 1620 e poi l’Arbella del 1630 non furono soltanto navi di coloni. Furono arche di autorappresentazione teologica. Quei gruppi si percepivano come visible saints, santi visibili, una comunità separata chiamata a fondare una nuova Sion. Il loro viaggio fu codificato come esodo. Il Nuovo Mondo venne letto come wilderness, spazio ostile ma promesso, e al tempo stesso come vacuum domicilium, luogo dichiarato disponibile a chi si riteneva investito di un mandato divino.
Il Mayflower Compact fu decisivo proprio per questo: non fondava semplicemente un corpo politico civile; lo fondava in vista della preservazione di un ordine religioso. La politica, fin dall’inizio, non nasceva come tecnica neutra del convivere, ma come custodia del patto. Da qui l’idea dell’America come “nuova Israele”, come popolo sotto covenant, non solo sotto costituzione. E dentro questo quadro il dissenso non è mai soltanto disaccordo: tende sempre a scivolare verso la forma dell’apostasia.
La grande astuzia della storia americana è che questa struttura non scompare con la Costituzione del 1787. Si trasforma. La religione esplicita lascia spazio a una religione civile. Il celebre “We the People” verrà poi letto in chiave laica e repubblicana, soprattutto nel Novecento liberal, ma la sua profondità simbolica resta impregnata di quell’immaginario comunitario e quasi covenantale. Anche il Primo Emendamento, che in teoria separa Stato e Chiesa, nella genealogia americana non significa mai semplicemente sterilizzazione del sacro: serve anche a garantire alle comunità religiose uno spazio di eccezionalità da cui continuare a plasmare la morale pubblica.
I Great Awakenings del Settecento e dell’Ottocento radicalizzano ulteriormente questa inclinazione. Il revivalismo non si limita a convertire anime: riplasma il linguaggio della politica. La nazione diventa il luogo di una possibile rigenerazione morale totale. Il pastore carismatico e il leader civile iniziano a sovrapporsi. È qui che si forma quella che si potrebbe chiamare un’ingegneria soteriologica delle istituzioni: lo Stato come strumento di salvezza o purificazione del popolo. Anche la Guerra Civile, per molti settori della cultura protestante statunitense, fu vissuta non solo come conflitto economico e costituzionale, ma come apocalisse nazionale, resa dei conti su quale America fosse davvero fedele al patto originario.
La svolta moderna arriva nel 1925 con il processo Scopes, quando l’antievoluzionismo confessionale subisce una sconfitta simbolica nel tribunale della modernità. Ma quella sconfitta non dissolve la matrice teocratica. La costringe piuttosto a organizzarsi in parallelo: scuole, università, media, reti culturali, chiese. Da qui si arriva, tra la fine degli anni Settanta e il 1979, alla nascita della Moral Majority di Jerry Falwell, cioè alla saldatura decisiva fra Partito Repubblicano, destra evangelica e neoliberismo morale. Da allora il voto smette sempre di più di essere semplice scelta di interessi e diventa atto di fede culturale. Il leader repubblicano viene interpretato come nuovo Ciro: imperfetto, magari pagano nello stile di vita, ma scelto da Dio per restaurare l’ordine.
È su questo terreno che Trump prospera. Non malgrado la sua ambiguità morale, ma attraverso di essa. Egli è il candidato ideale di un immaginario che ha già imparato a giustificare il sovrano imperfetto in nome del fine superiore. Per questo, oggi, la teologia del dominio — l’idea che i credenti debbano conquistare le principali “sette montagne” della società, dal governo ai media, dall’educazione alla cultura — trova in lui una incarnazione funzionale. E il Project 2025, il massiccio programma della Heritage Foundation, con le sue oltre novecento pagine di restaurazione amministrativa e centralizzazione presidenziale, appare meno come una stranezza burocratica e più come la traduzione tecnica di un’antica pulsione: trasformare l’amministrazione federale in estensione diretta della volontà del capo.
L’unitary executive theory, in questo quadro, non è solo una disputa giuridica. È la forma costituzionale di una tentazione monarchica. Se il presidente controlla l’intera burocrazia come organo unico della propria volontà, allora il capo dello Stato si avvicina alla figura di un sovrano teocratico moderno. E se tale sovrano è stato pubblicamente “salvato” dal proiettile, la concentrazione del potere si ammanta di missione.
La liturgia del trumpismo, infatti, non si esaurisce a Butler. Prosegue nello Studio Ovale, dove figure come Paula White o Jack Graham impongono le mani sul presidente in preghiere pubbliche che trasferiscono sacralità al potere temporale. Prosegue nell’istituzionalizzazione del White House Faith Office, nell’ostentazione di segni religiosi da parte di esponenti dell’amministrazione, nella saldatura tra linguaggio biblico e decisione geopolitica. Non si tratta di devozione privata: è teatro del mandato. La politica diventa rito di conferma.

E quando il potere si ritualizza, i corpi entrano subito in gerarchia. Qui il trumpismo torna a essere, nel senso più duro del termine, biopolitico. Il corpo della donna viene ricondotto a funzione riproduttiva e reso terreno di intervento pubblico dopo l’abbattimento di Roe v. Wade. I corpi trans e queer vengono trattati come minacce ontologiche all’ordine della creazione. I corpi migranti diventano impurità di confine, vettori di caos da espellere per preservare la purezza del patto. La vecchia wilderness puritana si rovescia così nel nuovo confine sacralizzato: il migrante è il barbaro rituale che minaccia l’alleanza. Il dissenso non è semplicemente critica politica: è sospetto di eresia contro la nazione redenta.
Ed è a questo punto che emerge il lato forse più inquietante della costruzione messianica: l’immunità morale del leader. Qui la categoria di Kierkegaard sulla “sospensione teleologica dell’etica” diventa sorprendentemente utile. Se il capo è investito di una missione superiore, allora le norme ordinarie non gli si applicano più nello stesso modo. Le sue colpe non vengono necessariamente negate; vengono ricodificate. Le frequentazioni compromettenti, i documenti, le accuse di violenza sessuale, i casi giudiziari, fino al materiale legato al nome di Jeffrey Epstein: tutto può essere reinterpretato, nel mondo dei fedeli, non come prova di indegnità, ma come fango demoniaco lanciato contro lo strumento scelto. Lo scandalo non distrugge il messia politico: lo conferma come bersaglio delle potenze che vogliono fermarlo.
Anche qui l’intuizione di Giulia Paganelli aiuta. Se il sovrano viene percepito come sdoppiato, allora il suo corpo ordinario può perfino essere attraversato dal disonore, dalla colpa, dalla bassezza, senza che il suo corpo simbolico ne resti intaccato. Anzi, il contrasto rafforza il mito: il fango del primo viene usato per esaltare la trascendenza del secondo. Nasce così una zona di inviolabilità etica. Il leader diventa, in senso quasi classico, legibus solutus: sciolto dalla legge comune perché servirebbe a un bene più alto.
È qui che ritorna la parola katechon, tanto amata dai teorici della destra decisionista. Trump viene percepito come colui che trattiene il caos: al pluralismo morale, alla dissoluzione dei confini, al liberalismo secolare, alla decadenza imperiale, alla legge sull’aborto. Poco importa la frequentazione complice con Epstein. Poco importa la complicità al genocidio palestinese. Poco importa il colpo di mano in Venezuela e la guerra in Iran con i suoi morti innocenti. il prezzo del katechon è enorme. Se il leader trattiene il male, allora ogni critica a lui può essere letta come complicità col male che egli frena. La democrazia, così, non viene abolita formalmente: viene svuotata dall’interno. Restano le procedure, ma l’obbedienza prende il posto del giudizio.
È per questo che Butler resta un punto di svolta. Non solo per ciò che accadde, ma per ciò che divenne possibile raccontare. Il proiettile che manca il bersaglio non è più un fatto balistico: è un episodio teologico. Il sangue sul volto non è più la prova della contingenza: è la materia di una investitura. Il pugno alzato non è solo un gesto di sfida: è l’atto con cui il sopravvissuto viene presentato come guardiano della nazione. Il trumpismo, dopo Butler, smette di essere semplicemente populismo e si mostra per ciò che tende a essere davvero: una religione politica della restaurazione.
Alla fine il nodo è tutto qui. Il problema non è soltanto Trump. È il bisogno di Trump. È la necessità, avvertita da milioni di persone, di trasferire il contratto sociale in un corpo. Di abbandonare la pazienza della democrazia per affidarsi a una figura che incarni, salvi, trattenga, purifichi. Ma quando un Paese sostituisce il cittadino col fedele, la critica con la bestemmia, il voto con l’adesione, il capo con l’unto, allora la politica smette di essere ordine comune e torna a essere amministrazione violenta del sacro.
Ecco perché Butler non è stato soltanto un attentato. È stato il battesimo di sangue di una nuova mitologia americana. E la domanda, oggi, non è se Trump creda davvero alla parte che recita. La domanda vera è se l’America, ancora una volta, abbia deciso di cercare non un presidente, ma un messia.
Per capire davvero quella scena — il sangue, la sparizione dietro gli agenti, il ritorno con il pugno alzato e il grido “Fight!” — non basta la cronaca. Occorre una genealogia: dai puritani del Seicento al Mayflower Compact, dai Great Awakenings alla Moral Majority, fino al Project 2025. Perché l’America di Trump non inventa il messianismo politico: lo riattiva.
