Nigeria – Raid americani, Tomahawk inesplosi, civili feriti. La retorica della “difesa dei cristiani” rischia di semplificare una crisi complessa e di trasformare la sofferenza reale in strumento politico.

Proteggere i perseguitati è un dovere morale. Ma quando la protezione diventa un’operazione militare opaca, dai risultati incerti e dagli effetti collaterali gravi, la domanda è inevitabile: si tratta di tutela autentica o di propaganda identitaria?

Donald Trump dice di voler proteggere i cristiani della Nigeria. Lo afferma con toni enfatici, parlando di “nostri cristiani” e di “terroristi dell’ISIS” da colpire senza esitazione. È un linguaggio che colpisce, soprattutto perché in Nigeria il sangue scorre davvero e la violenza contro comunità cristiane – insieme a quella contro musulmani moderati – è una ferita aperta e documentata. Ma proprio per questo, la retorica va sottoposta a una verifica severa. Perché quando si parla di vite umane, la scenografia è un lusso morale che non ci si può permettere.

I raid statunitensi della notte di Natale, presentati come “attacchi perfetti”, raccontano un’altra storia. Secondo un’inchiesta del Washington Post, di proprietà di Jeff Bezos, almeno quattro dei sedici missili Tomahawk lanciati non sarebbero esplosi, finendo in campi agricoli e aree abitate, danneggiando edifici e seminando panico tra civili che nulla avevano a che fare con gruppi armati. Una donna estratta dalle macerie, famiglie senza casa, villaggi terrorizzati da ordigni inesplosi: è difficile conciliare queste immagini con la narrazione della “protezione”.

La prima ambiguità riguarda i bersagli. Washington e Abuja parlano di ISIS, ma analisti e fonti sul terreno mettono in dubbio che gli obiettivi colpiti fossero figure di alto livello dello Stato Islamico. In vaste aree del nord-ovest nigeriano gli Stati Uniti dispongono di scarse risorse di intelligence diretta e dipendono largamente da informazioni fornite dal governo locale. Il rischio è evidente: etichettare come “ISIS” gruppi minori o realtà ibride serve a rendere l’operazione politicamente vendibile, ma non necessariamente efficace. E quando l’identità del nemico è incerta, anche l’uso della forza perde legittimità.

La seconda ambiguità riguarda la lettura religiosa del conflitto. È vero che i cristiani vengono uccisi. Ma ridurre la crisi nigeriana a una persecuzione unidirezionale dei cristiani significa ignorare una realtà più complessa: banditismo, lotte per la terra e per l’acqua, rivalità etniche, fallimenti dello Stato, infiltrazioni jihadiste nel Sahel. Anche musulmani moderati vengono massacrati, rapiti, decapitati. La religione, spesso, diventa la lente ideologica che amplifica conflitti nati altrove. Presentare tutto come una “guerra ai cristiani” può servire a Washington, ma non ai nigeriani.

C’è poi un dato che pesa come un macigno etico: il costo e l’efficacia. Un singolo Tomahawk costa circa due milioni di dollari. L’operazione natalizia ne avrebbe bruciati oltre trenta milioni. Se il risultato è incerto, se i leader dei gruppi armati restano al loro posto e se, pochi giorni dopo, i militanti rispondono con nuove stragi di civili, allora la domanda è inevitabile: davvero questa è la via per proteggere i perseguitati?

La dottrina cattolica della guerra giusta – spesso evocata e raramente letta – richiede proporzionalità, ultima ratio, protezione dei civili, prospettiva realistica di successo. Qui, almeno per quanto emerge finora, questi criteri appaiono fragili. Colpire dall’alto, con armi sofisticate, in contesti sociali frantumati e poco conosciuti, rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: rafforzare la propaganda dei gruppi armati, alimentare risentimento, delegittimare le comunità cristiane locali, che diventano bersagli simbolici di ritorsioni.

Allora, Trump vuole davvero proteggere i cristiani della Nigeria? Forse in parte sì, nel senso che intercetta una sofferenza reale e la inserisce nella sua visione muscolare della politica estera. Ma prevalentemente sembra usare quella sofferenza come cornice narrativa, funzionale a una retorica identitaria interna: difensore dei cristiani, nemico dell’islamismo, uomo d’azione che colpisce “la feccia terroristica”.

Il problema è che la protezione dei cristiani non passa per slogan né per missili inesplosi. Passa per un lavoro lungo e faticoso: rafforzare lo Stato di diritto nigeriano, sostenere il dialogo tra comunità, proteggere i civili senza distinzione di fede, investire in intelligence seria, prevenzione, sviluppo, riconciliazione. Tutte cose che non fanno notizia, non producono immagini spettacolari e non entrano facilmente in un post natalizio.

Alla fine, il criterio resta semplice e severo: si giudica dai frutti. Se dopo i raid i cristiani – e i musulmani – sono più esposti, più impauriti, più strumentalizzati, allora non siamo davanti a una protezione, ma a una rappresentazione. E la rappresentazione, quando gioca con la vita dei poveri e dei vulnerabili, diventa una colpa.

Perché la democrazia, come ricorda il motto del Washington Post, muore nell’oscurità.

Ma anche la pace muore quando la luce dei riflettori sostituisce la verità.